Psiche

L'autostima dei bambini, le regole d'oro per coltivarla

Di Nostrofiglio Redazione
14 ottobre 2010
Come rendere i propri figli sicuri di se e aiutarli a diventare adulti sereni e consapevoli del proprio valore. I consigli della psicologa Anna Maria Roncoroni, presidente Aistap (neonata associazione per lo sviluppo del talento e della plusdotazione)
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POCHI CONCETTI MA CHIARI

Con i bambini non bisogna fare discorsi troppo lunghi, ma fare riferimento solo all’argomento di cui si vuol parlare, senza girarci troppo intorno, se no rischiano di entrare in confusione. Poche cose, chiare, circoscritte e vere, altrimenti il messaggio che arriva è talmente generico che non solo non capiscono cosa ci aspettiamo da loro o cosa devono fare, ma non facendo nulla proveranno un senso di inadeguatezza.

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DIMOSTRAGLI IL TUO AFFETTO

I bambini hanno bisogno di sentirsi accettati e amati. Non lesiniamo le dimostrazioni di affetto e facciamo capire loro che li amiamo. Come? Con il contatto fisico, che è per loro la più importante forma di comunicazione. Soprattutto se sono stati separati da noi per un certo tempo (ad esempio dopo la scuola), non perdiamo l’occasione per abbracciarli e coccolarli: sentirsi amati fa crescere i bambini più sereni e sicuri di sé.

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ELOGIA LO SFORZO ANCHE SE IL RISULTATO ...

Se gli affidiamo un compito e lui cerca di svolgerlo al meglio delle sue possibilità, elogiamo il suo sforzo. Sia a casa che a scuola bisogna cercare di premiare più gli sforzi che non il risultato, valorizzare più il miglioramento che non la perfezione.

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NON SOSTITUIRTI MAI A LUI

Va bene aiutare, accompagnare, sostenere il bambino, ma non ci sostituiamo a lui, perché deve avere la possibilità di sperimentare e di sbagliare. Prendiamo ad esempio i compiti: non bisogna farli al posto suo, ma è giusto lasciarlo anche libero di sbagliare. E se prende un voto brutto, pazienza: un voto tutto suo è sempre meglio di un voto preso in comproprietà. Altrimenti non diventerà mai autonomo e non acquisirà mai la consapevolezza di potercela fare da solo.

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SII CONVINTA DI QUELLO CHE DICI

Quando parliamo, facciamo attenzione non solo a quel che diciamo, ma a come lo diciamo, ad esempio attraverso la mimica o la postura. È necessario che non ci sia contraddizione tra il canale verbale e il non verbale, perché più sono piccoli, più i bambini recepiscono prevalentemente il secondo aspetto. Ecco perché bisogna essere convinti di quel che si dice, altrimenti si crea confusione e il bambino percepisce quasi un inganno da parte nostra.

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ATTACCA L'ERRORE NON IL BAMBINO

È fondamentale che il bambino impari a separare quel che fa da quel che è. Se commette qualcosa di sbagliato, non è lui sbagliato. Per questo se ad esempio rompe un bicchiere non bisogna dirgli: “Sei un distastro!” perché in tal modo si colpisce la sua persona. Meglio dirgli: “Hai fatto un pasticcio!” limitandosi a rimproverarlo per quello che ha fatto. Allo stesso modo, è sbagliato dire: ”Non sei capace di fare…”, meglio: “Non hai ancora imparato a capire come si fa…”. Non bisogna punire il bambino, ma il suo errore.

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SE SBAGLI TU, AMMETTILO

Se il genitore si rende conto che un rimprovero è stato eccessivo o che ha preso una svista, deve avere il coraggio di ammetterlo. A volte si ha paura di sembrare deboli o di perdere la propria credibilità, ma chiedere scusa non è abbassare la guardia, è un atto di umiltà, che aiuta il bambino a capire che se si sbaglia si può rimediare – senza sentirsi sbagliati - ed anche noi “grandi” non siamo invulnerabili o perfetti. Se poi un giorno siamo nervosi per motivi nostri, meglio dirlo a priori, se no il bambino, che crede di essere sempre al centro del mondo, si colpevolizza, senza sapere che mamma e papà possono avere tanti altri problemi.

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NON RIVANGARE IL PASSATO

Se un comportamento non va bene bisogna dirglielo, certo, ma non è necessario rivangare il passato. Inutile ricordare al bambino che anche altre volte ha commesso quel determinato errore: probabilmente non se lo ricorda, comincia a fare domande per capire a cosa ci riferiamo e nel frattempo si perde di vista il “qui e ora”. Se dobbiamo rimproverarlo per situazioni presenti, non cerchiamo collegamenti con situazioni passate: è inutile se non controproducente.

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