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6 consigli per aiutare i genitori a raccontare fiabe ai bambini

Di Sara De Giorgi
letturafiaba
09 Luglio 2019
Raccontare fiabe ai bambini? Certamente ne vale sempre la pena. Ma come farlo al giorno d'oggi? Giancarlo Chirico ha scritto il libro "Mi racconti un storia? Perche narrare fiabe ai bambini" (Meltemi Editore), cercando di spiegare ai lettori come e perché raccontare, perché credere in quel che si racconta e come interpretarlo e dando validi consigli ai genitori odierni.
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Leggere e raccontare fiabe, al giorno d'oggi, è una splendida abitudine, che stimola la creatività nei bambini e ha tanti altri benefici, anche terapeutici. A questo proposito, Giancarlo Chirico, consulente filosofico, membro del consiglio direttivo dell'Associazione Ludosofica Italiana, direttore e responsabile del progetto Fiaba-So-fando, ha scritto il libro Mi racconti un storia? Perché narrare fiabe ai bambini (Meltemi Editore), che riflette sulla complessa esperienza del "fiabesco" cercando di spiegare ai lettori come e perché raccontare, perché credere in quel che si racconta e come interpretarlo.

 

Abbiamo intervistato Chirico, chiedendogli di raccontarci qualcosa in più. Lui ci ha anche spiegato come tutti i genitori possano proporre ai propri figli fiabe in chiave terapeutica, occupandosi così di loro e rispondendo alle loro perplessità verso il mondo: l'esperienza personale dell’autore con la propria figlia testimonia tutto ciò.

 

"Mi racconti una storia?"

 

Giancarlo Chirico si occupa di pratiche filosofiche per bambini (e non solo): Fiaba-So-fando è il nome che ha dato al suo progetto, nato due anni e mezzo fa.

 

«Fiaba-so-fando fa leva sull’inestricabile nesso tra fiabe-filosofia-meraviglia, di cui parlano Platone e Aristotele. Negli incontri che conduco, propongo di affrontare una questione filosofica a partire dalla lettura di una fiaba (o di un albo illustrato), per poi elaborarne i vari aspetti attraverso un gioco filosofico ispirato ai temi della fiaba. Il progetto in poco tempo è cresciuto tantissimo e quest’anno ha ricevuto il Premio nazionale di filosofia nella sezione Pratiche filosofiche».

 

Ma lo scrittore ci ha raccontato che all'origine del suo libro c'è una data ben precisa.

 

«Nel giorno del suo terzo compleanno, a mia figlia viene diagnosticata l’artrite reumatoide giovanile, una patologia autoimmune che colpisce le articolazioni, grandi e piccole, provocando l’infiammazione della sinovia che le riveste, rendendo più difficile e doloroso ogni minimo movimento. Da quel giorno ha inizio il nostro lungo percorso terapeutico, fatto di interventi ospedalieri e anestesie, di periodi più o meno lunghi di relativa tranquillità, ma anche di improvvise e violente recidive della malattia».

 

«In quel periodo, mia moglie e io abbiamo trovato nella fiaba, quasi d’istinto e con nostra grande sorpresa, un efficacissimo strumento per relazionarci e comunicare con nostra figlia: abbiamo cominciato a inventare per lei fiabe e racconti, per accompagnarla nei passaggi più importanti di questo percorso assai accidentato. Il nostro obiettivo non era quello di renderglielo più comprensibile – che, a dire il vero, non lo era neanche per noi – né di intrattenerla o tantomeno di distrarla: era piuttosto un modo per incoraggiarla, per invitarla a far affidamento sulle proprie risorse e sulla propria capacità di "riuscita"».

 

«I personaggi delle fiabe che inventavamo per lei non hanno virtù o poteri particolari, anzi hanno paure e timori molto simili ai suoi, ciononostante si impegnano per "venirne fuori", realizzando in questo modo le condizioni perché il loro "lieto fine" non sia semplicemente una vaga promessa, ma un'autentica realtà. Nel libro, dopo aver indagato la fiaba da un punto di vista filosofico e letterario, racconto proprio questa personalissima esperienza di "fiabaterapia", riportando le fiabe che abbiamo inventato per lei e le condizioni in cui sono nate».

 

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Perché è importante raccontare fiabe ai propri figli?

 

Chirico sostiene che il celebre scrittore Gianni Rodari affermava che le fiabe della tradizione orale (una tradizione millenaria che travalica ogni confine geografico e supera ogni contingenza temporale) non hanno nulla a che fare con l’intrattenimento e l'edulcorata fantasticheria, quanto piuttosto con la dimensione dell'utopia: questi racconti dimostrano, senza fronzoli e con un linguaggio essenziale, che il destino avverso può essere rovesciato e che ciascuno di noi ha, dentro di sé, la forza per farlo.

 

«Le fiabe indicano la via – attenzione! non la ricetta: "Fai questo o fai quello" –, descrivono un percorso, aprono una prospettiva a partire da due elementi: confidare in se stessi e predisporsi non a un semplice cambiamento, ma a una radicale trasformazione. In ogni fiaba il problema iniziale appare irrisolvibile, anche per l’eroe; solo che l’eroe, a differenza di altri personaggi, confida nella bontà delle carte che ha da giocare e si mette in viaggio per giocare la partita su un altro piano. Dopo tante peripezie, non è più la stessa persona di prima, gli è successo qualcosa: ed è in virtù di questo qualcosa in più – che prima non c’era, ma che ora c’è – che l’eroe può riuscire nell'impresa».

 

«Tutto questo la fiaba lo racconta in maniera naturale e spontanea, senza scadere mai nella precettistica e nell'insegnamento moraleggiante: nessun'altra forma letteraria sa rivolgersi ai propri interlocutori con tanta genuinità».

 

I cartoni animati hanno preso il posto dei racconti orali?

 

«Verso la metà degli anni ’70 del secolo scorso, quando l’Italia fu letteralmente invasa dal fenomeno Goldrake, tutti se la presero con i cartoni animati, convinti che avrebbero spazzato via la nostra tradizione favolistica. Oggi sappiamo che non è stato così. Né deve sorprendere – e chi lo conosce bene, non ne sarà sorpreso affatto – che Rodari finì per prendere le difese di Goldrake, mettendo in risalto le similitudini che i cartoni animati avevano (e hanno ancora) con le fiabe».

 

«A ben vedere, i cartoni animati, i fumetti, i film con i loro effetti speciali e la computer grafica o, addirittura, i videogiochi non sono altro che modi diversi per continuare a raccontare storie: se ne usufruiamo in quest'ottica, possiamo trarne comunque qualche vantaggio; al contrario, se il videogioco diventa solo un modo per battere il mio record precedente o per superare quel livello impossibile, al netto della sfida con me stesso (che pure lascia il tempo che trova), non sarà mai un'esperienza arricchente, perché non aggiunge nulla alla storia che io sono. Il punto si ribalta, dunque, su noi adulti e sul modo in cui vogliamo servirci di questi strumenti in quanto genitori, formatori, educatori».

 

«Il fatto è che noi esseri umani viviamo e ci nutriamo di storie, ragioniamo in termini di storie, ci esprimiamo attraverso le storie che raccontiamo agli altri e siamo, a nostra volta, personaggi delle storie che gli altri ci raccontano: fa parte della nostra natura di "animali sociali" e se non alimentiamo questo nostro serbatoio di storie (e la tradizione millenaria delle fiabe ha una ricchezza semplicemente impareggiabile), impoveriamo non soltanto il nostro vocabolario linguistico e nozionistico – sappiamo meno cose e le esprimiamo quasi sempre con le stesse parole – ma anche quello comportamentale e relazionale – ci rendiamo manipolabili e ci riduciamo all’omologazione di tutti a uno».

 

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La funzione terapeutica della fiaba

 

«Mi rendo conto che quando un filosofo si mette a parlare di "funzione terapeutica" suscita quanto meno qualche perplessità: uno dei temi più controversi intorno alle pratiche filosofiche di cui mi occupo riguarda proprio la possibilità che la filosofia possa essere alla base di una relazione di aiuto, possa essere un modo per "prendersi cura". Se a tutto questo aggiungiamo che l’espressione "fiabaterapia" è appannaggio quasi esclusivo della psicoanalisi, il terreno si fa non solo accidentato ma, addirittura, pericoloso».

 

«In verità, io mi appello a una tradizione che è propriamente filosofica e che risale ai miti di Platone e alle diverse funzioni per le quali il filosofo ateniese vi ricorreva. A questa tradizione, io riconduco l’antica psicagogia greca, ovvero la ritualistica per evocare le anime dei defunti e ascoltarne i responsi: il filosofo Pierre Hadot in un suo celebre saggio usa l’aggettivo "psicagogica" per sostenere che la filosofia classica fosse nata come sapere non già teorico ma formativo, basato cioè su pratiche ed esercizi spirituali che hanno lo scopo di "formare le anime"».

 

«Ebbene, la mia esperienza con Anna Giulia mi ha portato a considerare che le fiabe svolgono esattamente questa stessa funzione: formano le anime. Consentono al bambino di mettersi alla prova con una situazione problematica che è molto simile a quella che sta vivendo ma che, appartenendo alla dimensione vaga e indefinita del "C'era una volta", non lo riguarda veramente: e a partire da questa ambivalenza il bambino impara a mettersi in gioco, a sperimentarsi precipitandosi assieme all’eroe nelle peripezie della narrazione, senza timore di farsi del male».

 

«Anche perché sa – e deve poter fare affidamento su questo aspetto – che se non riuscisse a scacciare via il lupo cattivo, ci penseranno mamma e papà. Quel che il bambino sperimenta nella fiaba e attraverso la fiaba – in questo senso, la ripetizione della stessa storia è un aspetto fondamentale – potrà poi mettere in gioco nella vita vera, una volta che il racconto è finito e si torna alla realtà: aderire con fiducia a se stessi, ragionare in maniera inclusiva e non esclusiva, prendere in considerazione elementi divergenti e possibilità alternative. Anzi, attraverso la fiaba il bambino impara a moltiplicare le sue possibilità, anche quando apparentemente non ce ne sono affatto; e impara a insistere nonostante i fallimenti».

 

Occorre "indirizzare" verso una corretta interpretazione quando si racconta una storia oppure no?

 

Questo è un punto dolente per gli adulti, ossia è un aspetto intorno al quale si concentrano la maggior parte delle nostre riserve e delle nostre perplessità rispetto alla fiaba.

 

«Per noi adulti, che abbiamo imparato a concettualizzare ogni cosa, ragionando in termini funzionalistici e utilitaristici – una cosa serve se consegue un risultato, se è utile a qualcosa, se è funzionalmente diretta a uno scopo – la fiaba ha senso tutt’al più come intrattenimento o divagazione; ci rifiutiamo di pensare che possa essere utile alla crescita di nostro figlio. E allora, scatta il bisogno di interpretarle, di attribuire loro delle funzioni o delle utilità che non appartengono alla narrazione: le pieghiamo al nostro bisogno di realismo e di morale, alterandone ogni magia e mortificandone la dimensione ludica».

 

«Ad esempio, impariamo presto a edulcorare o a omettere le parti più cruente, perché le percepiamo come inutilmente violente, se non addirittura improprie e pericolose; oppure, insistiamo sulla morale, esigiamo cioè che la storia illustri cosa è bene e cosa è male, quel che si deve o non si deve fare, indirizzando i bambini verso comportamenti più virtuosi».

 

«O ancora diffidiamo del lieto fine, nel senso che pensiamo che rappresenti un inganno rispetto a una realtà che, da adulti, sappiamo essere molto più amara di quel che appare nelle fiabe: da educatori riteniamo doveroso che i nostri figli facciano presto, prestissimo, i conti con la realtà».

 

«Per esperienza personale ritengo che solo l'adulto che impara a resistere a queste tentazioni e che rinuncia a ogni intento interpretativo, si apre alla possibilità di vivere appieno il fiabesco, affiancando il bambino in queste vorticose e fantastiche peripezie. E dal momento che la fiaba è libera di agire in pienezza, senza pregiudizi o preoccupazioni, la dimensione relazionale (adulto-bambino, genitore-figlio) ne esce arricchita, perché travalica i tradizionali schemi funzionali: il bambino non è più solo un bambino e l’adulto non è più schiacciato da ansie, ruoli o aspettative...».

 

Inventare storie: perché è importante anche questo?

 

«Nella mia esperienza, inventare fiabe ha rappresentato il modo attraverso il quale prendermi cura di mia figlia, del suo disagio rispetto alla malattia, del suo disorientamento rispetto a se stessa; contemporaneamente, la fiaba agiva verso di me che inventavo, riuscendo a lenire le mie ferite di genitore, il mio disagio verso la malattia, la mia frustrazione rispetto alla situazione in cui mi trovavo».

 

«Mi rendo conto che da genitori si possa essere tentati di abbandonare subito l’impresa: "Non sono in grado di inventare alcunché, non so da che parte cominciare, non ho alcuna competenza narrativa". Attenzione, però, il punto non è a quale scuola di scrittura creativa debbo iscrivermi; il vero focus va fatto su quello che io chiamo l’impegno della presenza, sulla possibilità di prendersi cura degli effettivi bisogni del bambino, a partire dal superamento degli schemi comportamentali in cui sono abituato a muovermi e ad agire, rispetto ai quali finisco per mancare di autenticità».

 

«Non è affatto necessario scrivere capolavori, ma essere disposti a giocare con lui, a vedere le cose come le vede lui: potrebbe bastare l’aggiunta tra i personaggi del suo pupazzo preferito, oppure la modifica della storia a partire da un suo suggerimento, o ancora l’inserimento di una battuta o di un gioco di parole. Impariamo, a nostra volta, a rilanciare la sua puntata sul tavolo della fantasia e lui percepirà subito che noi siamo lì per lui, presenti nella relazione. Rispetto a questa esperienza le nostre capacità letterarie centrano poco o nulla».

 

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Consigli per aiutare i genitori a narrare storie utili a stimolare la creatività dei bambini

 

Secondo lo scrittore, anche facendo anche solo una rapida ricerca su internet è possibile trovare un numero notevole di pagine e di blog che offrono consigli validi su come rendere più accattivante la lettura per e con i propri figli.

 

«Da un punto di vista filosofico, la questione più interessante, però, non è tecnica – come si fa bene cosa – ma semantica – che significato ha quello che stiamo facendo (o proviamo a fare nel migliore dei modi). L’antica arte dei cantastorie – le persone che viaggiavano di villaggio in villaggio raccontando fiabe e leggende – fa leva sull’aspetto più appariscente, quello intrattenitivo, per agire su un altro piano, non immediatamente visibile: creare e alimentare legami sociali e culturali. Ci si ritrova tutti insieme, nello stesso luogo, per scacciare via la notte o la paura della miseria o il senso di precarietà e, nello stesso tempo, si costruiscono ricordi, si forma la memoria collettiva, si realizza l’esperienza comunitaria: allo stesso modo, la lettura ad alta voce, la lettura animata, la lettura per e con i propri figli ha senso solo se ne viene messa in luce la dimensione relazionale (noi siamo animali sociali)».

 

«Nel mio libro mi soffermo su alcuni aspetti che – in base alla mia esperienza, prima come padre e poi come filosofo pratico – possono rendere più partecipata l’esperienza della lettura: si tratta di aspetti che hanno valore solo in quanto proiezioni di quello che abbiamo chiamato "l’impegno della presenza". Come genitori, come formatori, come educatori, dobbiamo sentirci costantemente presenti nella relazione con i nostri figli e gli altri bambini cui leggiamo. Consiglio, in particolare, di:

  1. Leggere con voce attenta e mai distratta;
  2. Imparare a mettere da parte pregiudizi e preoccupazioni;
  3. Saper sempre accogliere le loro richieste;
  4. Prendere sul serio le loro domande;
  5. Assecondare le eventuali richieste di ripetere la stessa fiaba;
  6. Imparare a rispettare la fiducia che loro hanno nella fiaba e nel fiabesco, senza sminuirne il valore e l’importanza. Ciò è importante non solo perché, prima o poi, potremmo essere smentiti ma, soprattutto, perché con la nostra ingombrante saccenza da "adulto-che-sa-come-va-il-mondo", tradiamo la relazione e mortifichiamo l’esperienza della lettura che, a quel punto, diventa mero esercizio di stile. E, invece, può rivelarsi ben altra esperienza…».

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