Educazione bambini

Punizioni? Meglio insegnare l'autodisciplina

Di Raffaella Procenzano
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31 Agosto 2010
E' più faticoso che ricorrere a castighi e urlacci, ma secondo un noto psicologo infantile americano così si ottengono risultati duraturi.
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Ci sono molti modi di punire: oltre al classico scappellotto, i bambini che si sono comportati male possono essere chiusi in camera, sgridati minacciati, ignorati apposta, eccetera.

Ma serve? Molti educatori dicono di no. E il motivo è semplice: una volta ricevuto il castigo il bambino si sentirà la coscienza pulita (ormai è stato punito!) e ricomincerà a comportarsi come prima.

Thomas Gordon, celebre psicologo infantile Usa, afferma che "anziché la disciplina, bisognerebbe insegnare l'autodisciplina" e che solo così, crescendo, i figli non smetteranno di ascoltare i genitori (di solito, invece, i genitori perdono il loro potere sui figli adolescenti dato che rimangono a corto di punizioni efficaci).

Che fare allora? La ricetta di Gordon per ricevere obbedienza è basata sul metodo del discorso in prima persona: mamma e papà dovrebbero sempre dire al bambino che il suo comportamento li sta facendo infuriare e spiegare il perché anziché ricorrere a frasi offensive.Invece di gridare: "Basta urli!" meglio dire "Quando c'è tutto questo rumore non riesco a concentrarmi nella lettura": facendo capire che dietro il comando c'è un'esigenza reale, i ragazzi saranno più indotti a cooperare.

 

Invece di sgridarli fate così. E se siete proprio arrabbiati ...

Ecco come comportarsi in situazioni molto comuni:

 

  1. SE DUE FRATELLI/SORELLE SI PICCHIANO: separate i due figli affermando: "So che sei arrabbiato ma non posso permetterti di fargli del male. Nella nostra casa non è permesso picchiare." Schiaffeggiare un figlio per insegnargli a non fgare la stessa cosa a un altro bambino è incoerente.

  2. SE UN FIGLIO E' MALEDUCATO CON QUALCUNO: se, per esempio, dice una parolaccia a un adulto, parlate con lui del comportamento sbagliato invitandolo a scrivere un biglietto o a telefonare alla persona insultata per chiedere scusa, rendendolo così responsabile delle proprie azioni.

  3. SE IL BAMBINO FA I CAPRICCI: offritegli una scelta (che vada bene anche ai genitori). Per esempio: "Puoi stare seduto nel passeggino oppure camminare vicino a me". Ma se il piccolo non sceglie nessuna delle alternative occorre passare all'azione, mostrando coerenza: "Visto che non mi dai la mano ti rimetto sul passeggino".

  4. ... E SE SI PERDONO LE STAFFE (A CHI NON SUCCEDE?): bisognerebbe rimediare dicendo al bambino "Mi dispiace". E usando frasi come queste: "Non avrei dovuto gridare così, non volevo ferire i tuoi sentimenti"; "Mi dispiace di avere perso la calma". Così i figli saranno stimolati a reagire allo stesso modo nelle occasioni in cui a loro volta si arrabbiano a torto o in modo eccessivo con i genitori.

 

 

Responsabilizzare Un esperimento in un asilo ha dimostrato la validità del metodo: a un gruppo di bambini un'educatrice aveva detto, in tono preoccupato: "Questi giocattoli non devono essere toccati perché sono fragili e non ne ho altri, se si rompono non potrò più usarli".

A un altro gruppo la stessa educatrice aveva intimato con tono severo: "Guai a voi se toccate quei giocattoli, se scopro che l'avete fatto vi punirò".

Lasciati da soli per 20 minuti e filmati di nascosto con una telecamera, i bambini del secondo gruppo avevano disubbidito molto di più di quelli del primo. Perché? Il discorso in prima persona attiva il 'freno interno' dei figli, anziché porre un freno esterno, del quale i bambini non hanno il controllo e quindi non si sentono responsabili.

E se nonostante tutto, il bambino continua a comportarsi male Thomas Gordon suggerisce di tentare con il 'problem solving': esporre al bambino il problema, spiegandogli perché quel comportamento è inaccettabile (ascoltando anche le sue ragioni e poi invitarlo a trovare egli stesso una soluzione.

Se vengono coinvolti in prima persona nel problema, spesso i bambini risolvono la situazione in modo creativo.

 

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