Cellulari e bambini

Smartphone e giochi su internet: come educare i bambini a un corretto uso

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14 Luglio 2016
Smartphone, tablet, computer: ormai quasi tutti i bambini, sin da piccoli, sanno come si usano e ci trascorrono anche parecchio tempo, tra videogiochi, canzoncine e cartoni. Spesso e volentieri esagerano. Ne parliamo con Federico Tonioni, psichiatra, ricercatore universitario e responsabile, al Policlinico Gemelli di Roma, del primo ambulatorio italiano che si occupa di dipendenza da internet e fenomeni di cyber bullismo.
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Smartphone, tablet, computer: ormai quasi tutti i bambini, sin da piccoli, sanno come si usano e ci trascorrono anche parecchio tempo, tra videogiochi, canzoncine e cartoni. E’ inevitabile, anche perché siamo noi genitori i primi che ne fanno uso  (e spesso abuso!). Inutile impedirglielo o sequestrare l’oggetto del desiderio: è importante invece condividere con loro, almeno ogni tanto, le attività, così da trasformarle in un’occasione di gioco divertente e formativa al tempo stesso. Ne parliamo con Federico Tonioni, psichiatra, ricercatore universitario e responsabile, al Policlinico Gemelli di Roma, del primo ambulatorio italiano che si occupa di dipendenza da internet e fenomeni di cyberbullismo.

 

Mamma e papà sono i primi ad usare il cellulare continuamente…

 

“I bambini sono educati dall’inconscio dei genitori, ovvero da tutto quello che noi facciamo e non ci rendiamo conto di far vedere ai nostri figli ma che loro registrano nella loro testa, sin da quando sono piccolissimi” dice Tonioni. “E quel che vedono è un genitore che, una volta ogni tre minuti circa, prende in mano il cellulare, anche senza un motivo preciso, e se lo perde di vista sembra andare nel panico. Quindi i bambini assorbono da subito il valore che noi adulti diamo a questo oggetto”.

 

 

... e vengono usati come un’ancora di salvezza…

 

 

Altro messaggio che il bambino recepisce è che cellulare e tablet gli vengono consegnati tra le mani quando fa i capricci e fallisce qualunque altro tentativo di placarlo, costringendo per giunta il genitore e giocare con lui proprio perché è un oggetto talmente prezioso che non si può rischiare di perderlo o rovinarlo. Un tempo era così con le chiavi di casa, oggi si è passati a qualcosa di più sofisticato. Ma identico è il significato che arriva al bambino: se mi lagno mamma e papà mi danno l’oggetto amato e per di più stanno con me. Meglio di così!

 

 

... affascinano...

 

 

E poi c’è l’enorme fascino suscitato da un oggetto che sembra una sfera di cristallo: cellulare o tablet che sia, ci si può fare di tutto e si può vedere tutto: giochi, cartoni, musica, telefonate, tutto colorato e tutto in movimento. Si possono fare più operazioni nello stesso momento: parlare al telefono e scrivere messaggi, ascoltare musica e giocare. E per di più è un oggetto interattivo e portatile, un oggetto del desiderio sempre a portata di mano. Noi genitori per primi ne siamo stati sedotti sin dal primo modello comparso sul mercato, come potrebbero non esserlo i nostri figli?

 

 

 …e sono più efficaci di qualunque baby sitter!

 

 

Ammettiamolo: non esistono baby sitter formidabili come qualsiasi apparecchio digitale. In casa, un figlio davanti al computer non si vede e non si sente; se durante un viaggio in auto ha il cellulare tra le mani è assicurata la totale tranquillità; in una qualunque sala d’attesa tutti i bimbi con il tablet stanno in religioso silenzio.

 

 

Il rovescio della medaglia?

 

 

• Diminuiscono le occasioni di rispecchiamento emotivo con l’adulto. “Di per sé queste caratteristiche dei vari strumenti digitali non sarebbero negative: il problema è che abbiamo messo in mano certi aggeggi ai nostri figli con una logica molto più ‘sostitutiva’, nel senso che i bambini interagiscono per più tempo con un video che con una persona fisica, che di fatto è stata sostituita da un monitor” osserva Tonioni. “Ma questo ha fatto diminuire le occasioni di rispecchiamento emotivo, cioè quelle occasioni in cui ci si guarda negli occhi e ci si rispecchia nell’altro: un’esperienza fondamentale nella prima infanzia per saldare l’acquisizione di nuove competenze e sviluppare la consapevolezza della propria identità.

 

Un bambino, quando cammina per la prima volta, dopo un po’ si ferma e cerca lo sguardo di un adulto; quando fa un disegno, lo mostra ai genitori: non lo fa per narcisismo, ma perché ha bisogno di essere visto e pensato e rispecchiarsi nell’adulto. Nel nostro ambulatorio abbiamo incontrato spesso bambini che non riuscivano a guardarci negli occhi e, se noi cercavamo il loro sguardo, notavamo in loro un disagio. Evidentemente non erano abituati ad un confronto visivo e si sentivano ‘scoperti’, quasi perseguitati”.

 

• Stare da solo davanti al video impedisce al bambino di sperimentare le sue emozioni… “Un altro aspetto che abbiamo notato è che lo schermo ‘scherma’ anche le emozioni” prosegue lo psichiatra. “Se due ragazzi chattano al computer, nonostante siano visibili reciprocamente con una webcam, riescono a parlare di argomenti anche imbarazzanti senza che si attivino tutte quelle reazioni emotive come il rossore o la tachicardia, che sono normali in certe situazioni.

 

Abbiamo capito quindi che ogni schermo digitale è una barriera contro gli stimoli eccessivi, una difesa dalle emozioni, che invece devono essere vissute affinché il bambino impari ad affrontarle e gestirle”. A lungo andare, infatti, questa mancata sperimentazione potrebbe indurre fenomeni di ritiro sociale: ci sono ragazzi che preferiscono chattare con amici virtuali piuttosto che uscire in comitiva o, nei casi più estremi, che abbandonano la scuola perché hanno difficoltà a reggere le emozioni, ad affrontare un’interrogazione, il confronto con gli insegnanti o con gli amici.

 

• … E di sviluppare una sana aggressività.

Stare sempre da solo davanti ad un apparecchio digitale toglie al bambino la possibilità di sviluppare la cosiddetta sana aggressività, che non è desiderio di aggredire l’altro ma è il bisogno naturale che ha ognuno di noi di conquistare e di difendere uno spazio nel mondo: una sperimentazione che da piccoli è strettamente connessa al movimento e all’esplorazione dello spazio reale. Il bambino capisce lo spazio quando urta contro un mobile, capisce i propri limiti quando li condivide fisicamente con un altro.

 

“Se questa aggressività non viene espressa, rimane dentro e si trasforma in rabbia, che col tempo può sfociare in due esiti opposti” sostiene lo psichiatra: “o si riflette contro se stessi dando origine a forme depressive, o crea disturbi psicosomatici nelle occasioni di massima socialità, come la classica febbre il giorno prima della gita scolastica o il mal di pancia prima della cena di fine anno”. (Leggi anche: litigi tra bambini, 9 consigli)

 

 

La soluzione? Cellulari e computer sì, ma insieme a mamma o papà

 

 

Al giorno d’oggi non è possibile rinunciare a internet, sequestrare la play station o vietare l’uso del telefonino. Ma è doveroso, almeno per una parte del tempo, stare insieme ai figli mentre li adoperano. “La differenza è tutta qui” spiega Tonioni: “se mamma o papà giocano insieme al bambino, l’esperienza digitale è un’occasione di divertimento, di condivisione, di confronto, formativa come qualunque gioco che potrebbero fare insieme. Interessiamoci ai videogiochi, senza preconcetti, lasciamoci coinvolgere, giochiamoci insieme ma divertendoci autenticamente, perché i bambini se ne accorgono subito se siamo realmente partecipi o no (e quel punto è meglio non giocarci proprio!).

 

Scopriremo un modo nuovo e creativo per stare con i nostri figli, perché siamo noi adulti a doverci sforzare di vedere il mondo con gli occhi dei bambini e non viceversa. Internet o i videogiochi fanno male quando sostituiscono in tutto e per tutto le occasioni di gioco con l’adulto: se almeno ogni tanto ci giochiamo insieme, il valore di quell’esperienza cambia completamente.

 

Proprio per questo non c’è un’età al di sotto della quale è sconsigliabile far adoperare certi apparecchi: ci sono livelli di realtà digitale a seconda dei livelli di realtà mentale del bambino e ci sono bambini pronti ad affrontarli prima altri più tardi; il punto è che ci sia un genitore che li accompagna divertendosi. Ricordiamoci che giocare coi figli è bello, divertente ed è anche rilassante. E che i bambini hanno più bisogno di giocare con il genitore che di trovare la cena perfetta”.