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Bullismo

Bullismo: che cosa si può fare a scuola

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18 Agosto 2017 | Aggiornato il 19 Gennaio 2018
Un fenomeno sempre più diffuso, che sempre più spesso si consuma tra i banchi di scuola, sin da quando i bambini sono piccoli. Per questo è importante puntare i riflettori proprio sulla scuola e chiedersi che cosa si può fare per prevenire ed arginare il fenomeno. Di azioni ce ne sono tante, ma occorre che tutto il personale scolastico sia formato e coinvolto. Ne parliamo con Rosanna Schiralli, psicologa e psicoterapeuta, che su questo delicato tema tiene corsi di formazione per le scuole

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“Una politica scolastica di prevenzione e contrasto del bullismo potrebbe abbattere sul nascere il fenomeno ed evitarlo praticamente del tutto” è la premessa della psicologa Rosanna Schiralli, che su questo delicato tema tiene corsi di formazione per le scuole.

 

Che cos’è il bullismo
Bisogna innanzitutto capire che cosa si intende per bullismo. “Per parlare di bullismo non basta che vi siano atti di prevaricazione e di aggressione, che sono sempre esecrabili e purtroppo sono sempre esistiti” continua la Schiralli: “secondo una definizione condivisa a livello internazionale, si può parlare di bullismo solo quando ad essere coinvolti in certi atti sono tre soggetti: il bullo (o i bulli), la vittima e i testimoni, che possono partecipare attivamente, incitando o comunque divertendosi, oppure osservare passivamente senza intervenire in difesa dal malcapitato. Sono i testimoni la vera novità e, se vogliamo, la maggiore crudeltà, perché si divertono per il sol fatto che vedono fare cose che loro non avrebbero il coraggio di fare, completamente incapaci di mettersi nei panni della vittima e men che meno di cercare di difenderla. Perché tra bulli e testimoni esiste un vincolo di vera e propria omertà”.

Perché c'è il bullismo                                                                                                     

Il bullismo è caratterizzato da una forte assenza di empatia, di solidarietà, di capacità di mettersi nei panni dell’altro e capire quel che sta provando. “I bulli sono come anestetizzati, in preda solo alla pulsione del momento, che non riescono a contenere e trasformare in qualcosa di più gestibile a livello razionale chiamato emozione” commenta la psicologa. “Questa incapacità è dovuta principalmente al fatto che i ragazzi di oggi non sono più abituati a ricevere regole, paletti, confini e a sopportare quindi il senso di frustrazione che ne deriva: tutti aspetti che sono invece fondamentali per una equilibrata crescita del loro cervello. I bambini crescono come piccoli imperatori senza regole, sotto la spinta dell’usa e getta e del tutto e subito, nei quali non esiste desiderio (hanno già tutto prima ancora di desiderarlo): ecco allora che per divertirsi hanno bisogno di qualcosa di ‘forte’. I bulli non hanno il cuore di pietra, ma hanno una pietra intorno ad un cuore ferito, perché sono bambini e ragazzi disadattati, che a loro volta soffrono. Quando il bullo vede un bambino più debole, non lo sopporta proprio perché in lui vede le proprie debolezze, che non accetta e che vorrebbe punire e cacciare via”.

Le strategie da adottare a scuola
Una scuola adeguata non è quella che condanna e punisce il bullo ma mette in atto politiche di educazione emotiva che includono tutti, bulli, vittime e testimoni. Le strategie possibili sono tante. Eccone alcuni esempi.


1. L’educazione emotiva
Accanto all’insegnamento di italiano, matematica, inglese, ogni scuola dovrebbe dedicare alcune ore alla didattica delle emozioni, cioè dare spazio a giochi e attività che educhino gli alunni ad ascoltare le proprie emozioni, a sentire le emozioni degli altri, a mettersi nei panni dei compagni, a lavorare insomma anche su quel che sentono dentro di sé per essere capaci di comprendere quel che prova l’altro e riflettere sulle reazioni che certi comportamenti possono suscitare nell’altro. “Le possibili tecniche didattiche sono tante e variano in base all’età dei bambini/ragazzi” dice la Schiralli. “C’è ad esempio l’appello delle emozioni, in cui il bambino, anziché rispondere ‘presente’ risponde, in base a come si sente quel giorno, con un numero al quale si è concordato di associare una determinata emozione; dopo una settimana o un mese si analizzano i vari risultati dell’appello e si riflette sulle risposte date da ognuno, sul perché un certo bambino ha risposto in un certo modo. Alternativa all'appello è la scatola delle emozioni, in cui in forma anonima ognuno mette dei bigliettini in cui scrive quali sono le emozioni che prova in quel periodo, che poi vengono lette insieme riflettendo sui contenuti emersi. Sono tutte strategie per dare all’alunno la possibilità di esternare il suo mondo interiore, non tenersi tutto dentro, liberarsi da sentimenti di rabbia, paura, aggressività e scoprire negli altri emozioni condivise. In una sola parola, lo aiutano a non sentirsi più solo”.  

 

2. La carta antibullismo                                          
Un’altra strategia è stilare una vera e propria carta antibullismo: una specie di statuto in cui sono elencate le linee guida alle quali la scuola intende attenersi per prevenire e interrompere gli atti di bullismo. Uno statuto di cui la famiglia deve essere messa al corrente sin dal momento in cui iscrive il figlio a quella scuola e che deve essere presentato e spiegato all’inizio dell’anno in un incontro che coinvolga genitori e alunni, in modo che ‘tutti sappiano tutto’.

 

3. Opuscoli informativi e incontri di gruppo
In più, si possono approntare opuscoli informativi per genitori e alunni che fanno conoscere il problema, evidenziano quali indizi possono segnalare se il proprio figlio è vittima di bullismo, forniscono indicazioni pratiche ai ragazzi su come comportarsi se si subisce o si assiste ad un atto di bullismo. All’ingresso della scuola inoltre si può affiggere un cartello con su scritto a chiare lettere “Qui il bullismo non entra”. Durante l’anno, si organizzano incontri periodici sul tema, che prevedano ad esempio la visione di filmati o convegni con esperti sul tema. Sono tutte iniziative che fanno  comprendere al genitore di aver iscritto il figlio ad una scuola attenta a tali problematiche e fanno sentire più sicuri i ragazzi stessi, che avvertono di essere entrati in una scuola intenzionata a prendersi cura di loro.  

 

4. L’operatore amico
In ogni classe si eleggono, con voto segreto, uno o più  operatori amici, cioè alunni che, per tutta la durata della loro ‘carica’ (che può essere di un mese o anche più), sono il punto di riferimento per i  compagni, recepiscono le richieste di aiuto, stanno vicino ai ragazzi più deboli o presi di mira soprattutto negli spazi e nei tempi a rischio (ad esempio nel cortile, durante l’intervallo…), riferendo agli insegnanti della loro attività. Prima di entrare in carica, gli operatori amici ricevono una formazione da parte di esperti per sviluppare la capacità di ascolto e imparare a cogliere i segnali di disagio; terminato l’incarico, fanno il passaggio di consegne agli operatori neoeletti, che a loro volta saranno stati già formarti per ricoprire il ruolo. E’ un’esperienza molto coinvolgente per i ragazzi, che avvertono tutta la responsabilità della loro investitura.
“Dall’esperienza già condotta in numerose scuole si è visto che, con queste politiche di sostegno, sono aumentate le denunce, non solo da parte delle vittime ma anche dei testimoni, che trovano finalmente il coraggio di uscire dalla loro omertà” commenta la psicologa.

Un fenomeno frequente sin dalla scuola d’infanzia
Un tempo si credeva che il bullismo fosse un fenomeno esclusivo delle scuole medie e superiori, in realtà è frequente anche alle elementari e persino nella scuola dell’infanzia. Nei maschi si caratterizza in genere per gli atti di violenza, tra le femmine prevale invece l’aspetto della calunnia, della maldicenza e dell’isolamento. E il dato più eclatante è che quasi 30% degli atti di bullismo avviene in aula durante la lezione, mentre nei bagni la percentuale non arriva al 3%. Per questo la scuola non può ignorarlo ed è necessario che tutto il personale cooperi per comprendere il fenomeno ed essere preparato per affrontarlo nel modo corretto, senza far finta di nulla o credere di sedarlo con prediche dall’alto o punizioni esemplari.