Bullismo

Bullismo nello sport: come affontarlo

Di Angela Bisceglia
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12 febbraio 2019
Si parla sempre di bullismo a scuola o di cyber bullismo, ma poco di bullismo nella pratica sportiva. Eppure forme di esclusione, discriminazione o aggressività, fisica e verbale, ci sono anche in ambito sportivo. La psicologa dello sport Marina Gerin spiega come riconoscere il fenomeno e come comportarsi

Insulti, violenza fisica o verbale, ma anche forme più subdole di discriminazione verso un compagno più bravo, meno bravo o comunque “diverso”. Sono situazioni che possono far soffrire, minare l’autostima, fino a indurre il giovane atleta preso di mira ad abbandonare la pratica sportiva. Che cosa possono fare allenatori, genitori e i ragazzi stessi per contrastare il bullismo nello sport. Ne parliamo con Marina Gerin, psicologa dello sport e vicepresidente della Società Italiana di Psicologia dello Sport (SIpsiS)

 

 

Le varie forme di bullismo nello sport

 


È un fenomeno che può verificarsi tanto negli sport individuali che in quelli di squadra, tanto negli spogliatoi quanto durante gli allenamenti, le gare o le partite: si prende di mira un compagno e lo si aggredisce con insulti pesanti, in genere riferiti alla sfera sessuale, fino a forme di violenza fisica.
Accanto al bullismo vero e proprio, possono esserci forme meno marcate e più subdole, in cui il ragazzo o la ragazza vengono presi in giro ad esempio per l’altezza, il peso, la provenienza geografica, l’abbigliamento o altri aspetti che vengono fatti percepire come difetti da ridicolizzare.

 

 

 

 

I “bersagli” preferiti

 

Ad essere presi di mira da bulli e prepotenti sono in genere i ragazzi visti come ‘diversi’, vuoi perché hanno determinate caratteristiche fisiche, vuoi perché sono più sensibili, timorosi, di indole più docile. Ma sono soprattutto gli atleti che raggiungono i risultati migliori i bersagli preferiti dei bulli: proprio perché quello sportivo è un ambiente molto competitivo, il più bravo viene percepito come un ostacolo dai suoi diretti competitors, che vedono in lui una minaccia per il raggiungimento di certi obiettivi.

 

 

 

 

Come comportarsi per contrastare il bullismo nello sport

 


Bisogna innanzitutto capire la gravità del comportamento. Se si tratta solo di scaramucce episodiche, il consiglio migliore è quello di lasciar perdere e lasciare che i ragazzi imparino ad affrontare le piccole avversità e a sbrigarsela da soli, senza che i genitori si mostrino troppo apprensivi o preoccupati di fronte alla questione, che magari, se non ci sono troppe ‘interferenze esterne’ si risolve da sé.

 

Diverso il caso in cui la prepotenza di alcuni sfocia in atteggiamenti più aggressivi, in insulti reiterati, in violenza fisica, se il bambino o il ragazzo torna tutte le volte dall’allenamento piangendo, se mostra di non voler più frequentare quello sport o di voler cambiare squadra. A quel punto è necessario capire che cosa sta succedendo realmente e agire su più fronti.

 

Coinvolgere l’allenatore. È il primo passo da fare, perché l’allenatore ricopre il ruolo non solo di istruttore di una determinata disciplina sportiva, ma anche di educatore a 360°. A lui il compito di insegnare innanzitutto il fair play, un concetto bellissimo di lealtà nel gioco che spazia dal rispetto delle regole del gioco al rispetto del compagno di squadra e dell’avversario e che alla fine dovrebbe diventare uno stile di vita dello sportivo.
Per questo sempre più federazioni sportive organizzano corsi di formazione per allenatori, dove si insegnano non solo competenze tecniche ma anche di tipo comunicativo ed educativo, per imparare ad approcciare i giovani atleti e a gestire le varie problematiche che possono presentarsi nelle varie fasce d’età e nei diversi livelli.
Se un suo allievo manifesta un disagio, soprattutto di una certa gravità, l’allenatore ha dunque il compito di affrontare la situazione, con il ragazzo e con la squadra.

 


Parlarne con l’allievo. Può ad esempio chiamare il ragazzo in disparte, farsi raccontare che cosa è successo, cercare di capire l’entità del problema e provare ad individuare insieme una soluzione, anche dandogli dei consigli di comportamento. L’importante è fargli sentire la sua presenza e il suo sostegno.

 


Gestire la squadra. Al tempo stesso deve affrontare la questione con la squadra, per stroncare sul nascere certi episodi. Se ad esempio un ragazzo di colore viene discriminato, l’allenatore deve mettere subito in chiaro che certi comportamenti vengono condannati in modo fermo dalla società e non si tollera che un compagno di squadra li assuma nei confronti di un altro, né in campo né fuori dal campo.

 


Adottare sanzioni. Se necessario, potrà ricorrere a strategie punitive, che servano da monito anche agli occhi dei compagni. Si possono ad esempio far fare giri di campo in più, dar da mettere a posto gli attrezzi al termine della lezione fino a far saltare un allenamento o una partita.

 

 

 

Coinvolgere, se necessario, i dirigenti della società sportiva. Se con l’allenatore non si riesce a risolvere la questione, è opportuno coinvolgere anche i dirigenti della società sportiva, che hanno la possibilità di convocare i genitori dei ‘bulli’. Spesso i genitori non sono a conoscenza dei comportamenti dei loro figli o spesso, purtroppo, in famiglia vi sono problematiche serie che aiutano a capire il perché di certi atteggiamenti. In ogni caso, coinvolgere la dirigenza serve ad inquadrare meglio la situazione e ad individuare la strategia d’azione più idonea, anche in sinergia con le famiglie.

 

 

 

 

Il ruolo dei genitori

 


Quale il comportamento che un genitore dovrebbe adottare? Senz’altro il genitore deve cercare di capire quel che sta succedendo realmente: se il ragazzino dice di non voler frequentare più un certo sport, prima di affrettarsi ad accontentarlo deve capire che cosa si nasconde, se si tratta semplicemente di un capriccio, per attirare l’attenzione del genitore o perché magari la pratica sportiva comporta impegno e fatica (ed è molto più comodo stare a casa davanti alla tv!) o se dietro il rifiuto si cela un malessere vero e proprio. Potrebbe ad esempio assistere ad un allenamento, se possibile e in maniera discreta, e ovviamente andare a parlarne con l’allenatore, per sentire da lui come il figlio si comporta in palestra.

 

Se il ragazzo è realmente vittima di episodi di bullismo, come approcciarsi con lui?

 

Dargli la possibilità di esternare i suoi sentimenti
È necessario innanzitutto dargli la possibilità di sfogarsi, di esternare le sue emozioni e il suo risentimento, in modo da non lasciarlo solo con la sua rabbia.

 


Dargli fiducia che c’è sempre una soluzione, che può farcela ad affrontare una situazione scomoda, mettendo in evidenza altri suoi punti di forza, nello sport ma anche in altri campi, in modo da rafforzare la sua autostima.

 


Invitarlo a tirar fuori una sana aggressività, fronteggiando il bullo anziché subire passivamente la sua prepotenza. Lo prende in giro per il suo abbigliamento? Anziché chinare la testa, risponda prendendo in giro a sua volta il modo di vestire del bullo o altri oggetti che lui possiede che non sono chissà che; lo critica per il peso? Faccia di rimando un’altra osservazione sull’aspetto fisico del bullo; gli dice che è un buono a nulla in campo? Lo sfidi a confrontarsi su qualcos’altro. Insomma, insegnargli a non tenersi dentro la critica ma farla rimbalzare dall’altra parte.

 

Molto utile anche far frequentare al ragazzino un corso di arti marziali, che, rinforzandolo dal punto di vista fisico, gli darà maggiore sicurezza anche sul piano morale, perché gli insegnerà a non farsi “mettere a tappeto” dagli altri, in tutti i sensi.