Salute

Dal pediatra al medico di famiglia: 4 consigli per un passaggio sereno

Di Valentina Murelli
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13 Ottobre 2017
A parte alcuni casi particolari, dai 14 anni non si può più stare con il pediatra e si passa al medico di base. Il trasferimento può avere alcuni aspetti critici, ma alcuni accorgimenti permettono di gestirlo al meglio, tenendo anche conto delle difficoltà tipiche dell'adolescenza.
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Il pediatra non è per sempre

: a un certo punto - in genere intorno ai 14 anni ma può essere prima o, in alcuni casi particolari, anche a 16 anni - avviene il passaggio al medico di medicina generale. Un passaggio non molto codificato - non esistono linee guida per farlo avvenire nel migliore dei modi - che può comportare qualche aspetto critico. Vediamo come affrontarlo al meglio.

 

Fino a che età dal pediatra?


Per ogni bambino appena nato i genitori scelgono un pediatra di fiducia, convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, che sarà il medico del bambino sicuramente fino a sei anni. Tra i sei e i 14 anni si può già decidere di passare al medico di base, mentre il trasferimento avviene in modo automatico a 14 anni.

 

"In pratica, l'Asl elimina automaticamente i ragazzini di 14 anni dalle liste dell'assistenza pediatrica, inviando ai genitori una comunicazione nella quale li invita a scegliere un nuovo medico, questa volta di medicina generale”. Lo spiega Adima Lamborghini, pediatra di libera scelta a Silvi (Teramo), membro del Centro studi della Federazione italiana medici pediatri e tra gli autori di una guida per medici sul passaggio dell'adolescente dal pediatra al dottore dell'adulto.

 

Secondo i dati riportati nella guida "Dal pediatra al medico dell'adulto", circa il 79% dei bambini tra i 7 e i 14 anni è assistito dal pediatra di famiglia, mentre lo è un adolescente su due (dagli 11 ai 14 anni)

 

A spingere i bambini verso i medici di famiglia anche prima dei 14 anni possono essere vari fattori, per esempio il fatto che la famiglia si trova particolarmente bene con il proprio medico "dei grandi" e per comodità preferisce portarci anche i piccoli o, viceversa, il fatto che si trova particolarmente male con il pediatra. "Può capitare" ammette Lamborghini. "Del resto, soprattutto in alcune aree i pediatri sono pochi e la concorrenza è scarsa: una situazione che non favorisce la qualità del lavoro”.

 

Anche l'Asl può anticipare d'ufficio il trasferimento, sempre per una questione di scarsità di risorse: dove i pediatri sono pochi, "allontanare" chi ha già 10-12 anni può essere necessario per fare posto ai neonati.

 

Va detto però che ci sono anche situazioni nelle quali è possibile rimanere con il pediatra un po' più a lungo e cioè fino a 16 anni.

 

Pediatra, quando è possibile la proroga


Formalmente, la famiglia può chiedere che il proprio figlio o la propria figlia rimanga con il pediatra fino a 16 anni di età in presenza di malattie croniche (come diabete, asma, fibrosi cistica) o handicap.

 

"Ma attenzione: anche disagi psicologici più lievi o l'immaturità psicofisica del bambino possono essere considerate ragioni valide per prolungare la permanenza con il pediatra" spiega Maria Luisa Zoccolo, pediatra di famiglia in provincia di Treviso e responsabile del Gruppo adolescenza dell'Associazione culturale pediatri. Che sottolinea come sempre più spesso le famiglie chiedono - e ottengono - questa proroga.

 

Sempre più spesso le famiglie chiedono (e ottengono) di poter mantenere per il proprio figlio l'assistenza del pediatra anche dopo i 14 anni

 

Un passaggio delicato


Ci si potrebbe aspettare che, a fronte di un cambiamento così importante - il pediatra ha visto e seguito il bambino dalla nascita all'adolescenza e il medico di medicina generale lo farà per i decenni a seguire - sia previsto un passaggio di consegne specifico. Nella realtà, però, non è così.

 

Certo: il pediatra ha compilato negli anni una cartella clinica informatizzata, ma non è previsto un passaggio di informazioni diretto da medico a medico. A fare da tramite sarà la famiglia in occasione della prima visita, che in genere avverrà la prima volta che si presenterà un problema.

 

Per di più, il tutto avviene in un momento molto particolare della vita del "paziente", che non è più un bambino ma non è ancora un adulto. È un adolescente, con tutto quello che questo comporta dal punto di vista dello sviluppo fisico (è il momento della pubertà) psicologico, sociale. Magari ha meno bisogno di interventi medici particolari, ma avrebbe bisogno di interventi specifici sul fronte della prevenzione e dell'educazione alla salute e né per il pediatra né per il medico di medicina generale è facile metterli in atto.

 

Insomma, anche se si tratta di un passaggio automatico, proprio dal punto di vista organizzativo non è preparato nel migliore dei modi, e anche per i singoli adolescenti possono esserci situazioni di disagio legate alle caratteristiche peculiari della loro età. Tra queste, due in particolare:

 

- il fatto di sentirsi spaesato sia dal suo "vecchio" medico sia da quello nuovo.

A volte è proprio una questione di "ambiente" e basta pensare alle sale d'attesa degli ambulatori per rendersene conto: quelle dei pediatri sono a misura di bambino, nei giochi ma anche nei poster e negli opuscoli informativi, dedicati in genere a questioni infantili (i vaccini, la Sids, la diarrea o la stitichezza del lattante...), quelle dei medici di famiglia sono invece a misura di anziani.

 

- la vergogna e la preoccupazione nel presentarsi, nel pieno dello sviluppo puberale, a un medico di sesso diverso: così le ragazzine spesso rifiutano di farsi visitare da un medico di famiglia uomo e i ragazzini da un medico donna.

 

I consigli per un trasferimento sereno


Le difficoltà dunque non mancano, ma alcuni semplici accorgimenti possono dare una mano. Ecco i consigli principali per le famiglie:

 

1. Preparare per tempo il trasferimento. "Non bisognerebbe farsi cogliere alla sprovvista dall'annuncio dell'Asl che è finita l'assistenza pediatrica" afferma Lamborghini, che consiglia di cominciare a pensarci già intorno ai 10-12 anni del bambino.

 

Il ruolo del pediatra in questa preparazione è fondamentale: "Insieme alla famiglia, bisogna far capire al bambino che sta diventando grande e, dunque, più autonomo, e che nel giro di poco tempo le cose cambieranno" spiega la pediatra. Per esempio, lo si può aiutare a prendere consapevolezza di eventuali farmaci che assume: "Farmaci per eventuali malattie croniche, ma anche medicinali da prendere sporadicamente, come antibiotici o antidolorifici" dice la pediatra. "Il piccolo paziente dovrebbe cominciare a conoscere i farmaci che utilizza, a ccapire come e quando li deve prendere, come li deve conservare e così via".

 

O, ancora, gli si può spiegare che, poco a poco, dovrà imparare a porsi in modo più attivo nei confronti del medico, segnalandogli quello che non va o facendogli domande in caso di dubbi.

 

2. Aiutare il bambino a capire che sta per cambiare il modello di assistenza: "Dal pediatra si va non solo quando si è malati, ma anche quando si è sani, a fare i cosiddetti bilanci di salute" spiega Lamborghini. Ricordando quanto siano importanti i bilanci a 10/12 anni e a 12/14 anni per la possibilità di discutere di aspetti di educazione sessuale, di prevenzione di incidenti e comportamenti a rischio.

 

Dal medico di medicina generale, invece, in genere si va quando c'è qualche problema. "Ma attenzione - sottolinea Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale - questo non significa che tra una malattia e l'altra l'adolescente sia abbandonato a sé stesso. Ricordiamoci che nella grande maggioranza dei casi il suo medico è anche il medico di tutta la famiglia ed è quindi costantemente informato dai genitori sulle sue condizioni, i suoi atteggiamenti, i suoi punti di forza o di debolezza".

 

3. Per quanto riguarda la scelta del medico dell'adulto, nella grande maggioranza dei casi si tratta di un non problema: "In genere si sceglie automaticamente il proprio medico di famiglia, e questo è anche il consiglio che mi sento di dare, proprio perché in questo modo il ragazzino si trova inserito in un contesto che riesce a rimanere in contatto con lui anche indirettamente, attraverso i genitori" afferma Zuccolo.

 

E se c'è qualche resistenza legata al genere del medico? Secondo Zuccolo non è il caso di preoccuparsi troppo se lo si valuta un buon medico e si ha fiducia in lui. "Ci sono comunque delle strategie che il medico sensibile è in grado di mettere in atto durante la visita con l'adolescente, per minimizzare questo tipo di difficoltà" spiega la pediatra. Se le cose proprio non funzionano, si può sempre provare a cambiare in un secondo momento.

 

4. Un'indicazione particolare riguarda le famiglie di adolescenti con malattie croniche. “In questa età succede spesso che la malattia venga vissuta come una sfida" spiega Lamborghini. "Il rischio maggiore e più frequente è che i ragazzini malati smettano di prendere le loro terapie. Per questo, vanno tenuti bene sotto controllo da parte dei genitori". Se è vero che, spesso, le malattie croniche sono comunque gestite da ambulatori specialistici sul territorio, una buona alleanza con il proprio medico di famiglia è uno strumento in più per ridurre il rischio di problemi.