Disturbi dell'apprendimento

Dislessia: come affrontare con i bambini il momento della diagnosi

Di Valentina Murelli
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03 Ottobre 2018
È uno dei tanti temi affrontati nel libro “La dislessia, come riconoscerla e trattarla”, scritto da Stefano Vicari e Deny Menghini, tra i massimi esperti in Italia sull'argomento.
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Spesso, per i bambini con dislessia – ma anche per i loro genitori - il momento in cui ricevono la diagnosi rappresenta uno spartiacque fondamentale nel modo di vivere questa condizione.

 

Per i bimbi c'è un prima, fatto magari di colpevolizzazioni per le difficoltà di apprendimento e di dubbi sulla propria intelligenza, e un dopo in cui finalmente possono non sentirsi più responsabili e iniziare un percorso di consapevolezza che li porterà a conoscere e utilizzare strategie e strumenti utili per apprendere come tutti gli altri.

 

E per mamme e papà c'è un prima, fatto di preoccupazioni e conflitti, perché magari hanno interpretato le difficoltà del bambino come le conseguenze di scarsa motivazione, svogliatezza o disattenzione, e un dopo con sensi di colpa per queste convinzioni del passato, uniti al timore di non sapere come aiutare il figlio, all'angoscia di non avere scelto la scuola giusta per lui, alla paura che non raggiunga gli stessi obiettivi degli altri.

 

Molto però può essere fatto per aiutare il bambino a vivere con più tranquillità le proprie difficoltà di apprendimento – il discorso vale per la dislessia ma anche per altre difficoltà come disortografia e discalculia - e a trovare modi e strategie per compensarle. E il primo banco di prova in questo senso è proprio il momento della diagnosi, che deve essere accolta il più consapevolmente e serenamente possibile da parte dei genitori, ma anche comunicata nel modo giusto ai bambini.

 

A offrire una serie di consigli pratici su questo tema è un capitolo del recentissimo libro La dislessia. Come riconoscerla e trattarla (Raffaello Cortina editore, 2018), scritto da Stefano Vicari direttore dell'Unità operativa di neuropsichiatria infantile dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e da Deny Menghini, coordinatrice del laboratorio di ricerca sulla dislessia della stessa unità, in collaborazione con altri colleghi tra i massimi esperti italiani del settore.

 

Il volume è in realtà un utile compendio di varie informazioni teoriche e pratiche su questo disturbo specifico dell'apprendimento: dalle basi cognitive alle false credenze sulle cause, dalla storia della dislessia alle sue manifestazioni, dai trattamenti disponibili alla gestione in ambito scolastico. Vediamo i consigli degli esperti su come i genitori possono affrontare la diagnosi e le sue conseguenze con il loro figlio.

 

1. Parlare della diagnosi senza avere paura di usare termini specifici (come appunto dislessia), ma ovviamente con un linguaggio appropriato per l'età del bambino. La dislessia potrebbe essere definita semplicemente come “la difficoltà di alcune persone nell'imparare a leggere”.

 

2. Sottolineare che non siamo tutti uguali, che ognuno di noi possiede punti di forza e debolezza e che le difficoltà di un bambino con dislessia non dipendono dalla sua volontà o dall'intelligenza.

 

3. Citare personaggi famosi (o qualche familiare, se c'è e ha una storia positiva) con dislessia.

4. Ammettere di aver commesso un errore se prima della diagnosi le difficoltà del bambino sono state attribuite a scarsa volontà o a pigrizia.

 

5. Individuare e sottolineare i punti di forza del bambino nella vita di tutti i giorni, non solo nelle attività didattiche, ma anche in altri ambiti come lo sport, le relazioni con gli altri, la musica. Perché è vero che la scuola è importante, ma non è l'unica cosa che conta nella vita e mettere in evidenza le qualità positive del bambino in altri ambiti può aiutarlo a diventarne più consapevole.

 

6. Spiegare che potrà avvalersi di tanti strumenti – per esempio computer o tablet - per arrivare agli stessi obiettivi degli altri bambini. Ma attenzione: non è detto che la disponibilità di questi strumenti venga accolta bene dal bambino che – spiegano Vicari e Menghini - può avere un rifiuto o per esperienze negative legate al loro uso nel contesto della classe o perché vengono visti come scorciatoie che tolgono valore alla prestazione.

Invece, bisogna sottolineare il fatto che usarli non significa imbrogliare ma avere la possibilità di partire dallo stesso livello degli altri, “come succede con gli occhiali da vista per le persone che non vedono bene”.

 

7. Assumere un atteggiamento empatico e disponibile, mettersi nei suoi panni e accoglierlo quando sarà in difficoltà, facendogli capire che l'affetto non è legato ai risultati scolastici.

 

Impariamo a riconoscere le emozioni di un bambino

 

8. Mostrare un atteggiamento di stima e fiducia nelle capacità del bambino: “è il modo migliore per creare un clima positivo e sereno, in cui diventa possibile imparare dai propri errori e dare un nuovo significato anche agli ausili didattici”.

 

9. Gratificare i risultati ottenuti dal bambino, anche quelli che agli occhi del genitore possono sembrare minimi. Secondo Vicari e Menghini, questa gratificazione costante è la via maestre per l'acquisizione da parte del bimbo di maggiore consapevolezza rispetto ai propri punti di forza e di debolezza.

 

“La famiglia – ricorda il libro – ricopre un ruolo fondamentale nell'iter scolastico del proprio figlio non solo per quanto riguarda il tempo investito nell'accompagnamento ai compiti, ma anche e soprattutto nella capacità di incoraggiarlo e gratificarlo fornendogli feedback positivi ogni volta che svolge un'attività con impegno e successo, con l'obiettivo di aumentarne la motivazione allo studio”.


10. Non spaventarsi se il bambino continuerà a chiedere spiegazioni, anche dopo un periodo di relativa tranquillità e di apparente accettazione: la reale comprensione della diagnosi richiede tempo.

 

11. In accordo con il bambino, parlarne con le altre persone della famiglia, gli insegnanti e gli amici.