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Disturbi dell'apprendimento

Dislessia: diagnosi, screening e ruolo della scuola. Ce ne parla Deny Meneghini del Bambin Gesù

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27 Novembre 2017
Per una diagnosi di dislessia non basta che il bambino legga male o sia lento, ma ci deve essere un vero e proprio impedimento all'apprendimento, solo in questo caso si può parlare di disturbo. Ce ne parla la psicologa Deny Meneghini di neuropsichiatria infantile del Bambin Gesù di Roma.

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Che cos'è la dislessia? C'è davvero un'epidemia e quando va diagnosticata?

Per fare un po' di chiarezza abbiamo intervistato la dottoressa Deny Menghini, psicologa di neuropsichiatria infantile dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. 
 
E' vero che negli ultimi anni c'è stato un eccesso di diagnosi?
Secondo gli studi epidemiologici questi disturbi in Italia dovrebbero riguardare circa il 3% dei bambini, ma rispetto a questo dato sembrerebbe esserci una sottostima. I dati del Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca (MIUR) nell’anno scolastico 2014/2015 indicavano la presenza di 186.803 alunni con DSA, ovvero del 2,1% del totale degli alunni, contro lo 0,7% del 2010/2011.
Può comunque accadere che alcune diagnosi non tengano conto di ciò che viene indicato nel DSM-5 (ovvero del manuale diagnostico a cui si fa riferimento per l’individuazione dei disturbi dello sviluppo), come aspetto essenziale per poter formulare una diagnosi.

Secondo il DSM-5 per diagnosticare un bambino con dislessia non basta che faccia errori quando legge o che legga lentamente ma è richiesto un impedimento, un’interferenza con l'apprendimento. In sostanza: quando si fa una diagnosi non bisogna tenere in conto solo quanto tempo un bambino impiega a leggere un brano o quanti errori compie, ma quanto questa difficoltà di lettura impatta sulla sua vita. 

Ad esempio, un bambino lento a leggere che comprende bene il testo letto, che svolge i compiti in autonomia, che va a scuola volentieri e che ha un buon profitto, anche se tecnicamente può essere definito dislessico, non viene limitato nel processo di apprendimento e non andrebbe certificato.

Viceversa, un altro bambino potrebbe vivere questa difficoltà come un ostacolo all'apprendimento, sentirsi inadeguato in classe, entrare in ansia, manifestare un basso rendimento, non riuscire a svolgere i compiti a casa o a scuola in autonomia. Allora il disturbo rappresenterebbe un ostacolo all’apprendimento e come tale andrebbe diagnosticato. 


Sebbene sia relativamente semplice valutare se le abilità di correttezza e la velocità di lettura siano significativamente sotto la media della classe, ciò, come detto sopra, non è sufficiente per formulare una diagnosi. La valutazione clinica è indispensabile per stabilire se si determina un problema nell'imparare: un bambino può avere tecnicamente un problema di lettura (in termini di ridotte velocità e correttezza), ma se si reca a scuola volentieri, svolge i compiti in autonomia, impara come gli altri, il suo problema non crea una disfunzionalità nella vita quotidiana e allora non è necessaria una diagnosi.
 
La dislessia è una malattia?
E' un disturbo neurobiologico su base genetica: il cervello delle persone con dislessia funziona in modo diverso dagli altri poiché i circuiti cerebrali implicati nell’elaborazione della lettera scritta (il grafema) si attivano in maniera diversa rispetto al lettore tipico. Ma oggi non può essere considerato una malattia perché grazie agli strumenti compensativi (audiolibri, programmi di scrittura al computer...) non è più un disturbo, in quanto non “disturba” e non compromette le possibilità di apprendere. 

Negli ultimi anni c'è stata una medicalizzazione dell'educazione a discapito della scuola?
Non direi. La legge sui DSA del 2010 e le relative circolari ministeriali vanno proprio in direzione opposta alla medicalizzazione. Viene infatti ribadito come la scuola debba essere il primo canale per individuare i bambini con problemi di apprendimento. Gli insegnanti devono capire precocemente se un bambino ha una difficoltà ed impostare per lui delle attività didattiche mirate al recupero (ad esempio: esercizi di lettura e di comprensione specifici, ecc...).
Se, nonostante queste attività, il piccolo non recupera, allora l'insegnante può indirizzare i genitori a una visita medica specialistica per una valutazione più approfondita. L’approfondimento specialistico è proposto dalla legge come ultimo passo, quando le attività di recupero non raggiungono l’obiettivo di facilitare l’apprendimento. Su questo la legge è stata chiara.
 
E gli screening a tappeto nelle scuole?

Oggi si va verso un modello in cui gli screening a tappeto non dovrebbero più servire. Sono gli insegnanti le prime figure che devono cogliere se qualcosa non va. 
Lo screening può essere utile ad individuare bambini a rischio di difficoltà di apprendimento, soprattutto in quei casi in cui ci si trova davanti a docenti poco preparati e poco sensibili. Ma per fortuna la tendenza è quella di fare sempre più corsi di aggiornamento in modo che siano le maestre ad attuare le giuste strategie didattiche in caso di bambini difficoltà e, se le difficoltà persistono, ad indicare a genitori la necessità di svolgere un approfondimento specialistico.  
 
Inoltre, il singolo insegnante può decidere i criteri per la valutazione degli alunni, anche adottando criteri diversi da quelli usati per il resto della classe. Se, per esempio, un bambino scrive male, compie molti errori o è particolarmente lento nel dettato, il docente può decidere di ridurre la lunghezza del dettato o addirittura decidere di evitarlo. Non è necessaria la diagnosi per applicare tali strategie, si può far riferimento alla normativa sui BES (i Bisogni Educativi Speciali). E' la scuola che va per competenze. 
L'obiettivo da raggiungere sarebbe proprio quello di passare la palla dai neuropsichiatri, psicologi e logopedisti agli insegnanti. 

 


Fonti:
The submerged dyslexia iceberg: how many school children are not diagnosed? Results from an Italian study. Barbiero C, Lonciari I, Montico M, Monasta L, Penge R, Vio C, Tressoldi PE, Ferluga V, Bigoni A, Tullio A, Carrozzi M, Ronfani L; CENDi (National Committee on the Epidemiology of Dyslexia) working group; Epidemiology of Dyslexia of Friuli Venezia Giulia working group (FVGwg).
PLoS One. 2012;7(10):e48082.