Disturbi specifici di apprendimento

Dislessia: stimolare il cervello per migliorare la lettura

Di Valentina Murelli
dislessia
12 Aprile 2016
Si chiama stimolazione elettrica transcranica, ed è una tecnica non invasiva già utilizzata per il trattamento di alcuni disturbi neurologici. Ora uno studio italiano suggerisce che potrebbe essere utile anche per migliorare la capacità di leggere dei bambini dislessici.
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La stimolazione elettrica transcranica - cioè l'applicazione di una debole corrente elettrica direttamente sulla testa - migliora in modo significativo la capacità di lettura dei bambini con dislessia.

E perché questo succeda bastano poche settimane di trattamento, in abbinamento a quello classico di tipo logopedico.

 

Lo dicono i risultati di un piccolo studio italiano, che apre così a nuove prospettive per il trattamento di questo disturbo specifico della lettura.

 

La tecnica


Il nome - stimolazione elettrica transcranica - può spaventare, ma in realtà è una tecnica molto semplice, già impiegata nell'ambito del trattamento di malattie e disturbi neurologici, come certe forme di epilessia, la depressione, le conseguenze dell'ictus.

 

Si tratta di applicare direttamente sulla testa del paziente, tramite un piccolo elettrodo, una corrente elettrica così debole da non essere neppure percepibile. Questa corrente stimola l'attività di aree cerebrali che, per qualche ragione, non funzionano come dovrebbero.

 

Il punto è che questo è esattamente quanto sembra accadere almeno in alcune persone con dislessia, che presentano aree cerebrali con una scarsa connettività tra i neuroni, anche a riposo. Spiega Giacomo Stella, professore di psicologia clinica all'Università di Modena e Reggio Emilia e fondatore dell'Associazione italiana dislessia: "Queste aree sono come un motore mal carburato, che gira male al minimo e che quindi non risponde con la dovuta prontezza quando c'è bisogno di accelerare". Per esempio, quando c'è bisogno di cominciare a leggere.

 

Lo studio


Ricercatori dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, guidati dalla psicologa Deny Menghini e in collaborazione con colleghi della Fondazione Santa Lucia di Roma, hanno quindi deciso di fare la prova: vedere se la stimolazione elettrica migliora le cose anche in piccoli pazienti con dislessia.

 

Allo studio hanno partecipato 19 tra bambini e adolescenti dislessici, dai 10 ai 17 anni di età. Per le sei settimane di sperimentazione tutti hanno seguito un'attività di tipo logopedico per favorire la correttezza e la velocità di lettura: in pratica, quello che si fa di solito in presenza di questo disturbo. Inoltre, alcuni ragazzini hanno effettuato una serie di sedute di stimolazione elettrica cerebrale - 18 in tutto, tre volte alla settimana per 20 minuti alla volta - mentre altri hanno effettuato sedute di stimolazione "finta", cioè senza l'applicazione di corrente elettrica. Un "trucco" che, in caso di risultati positivi permette di valutare la reale efficacia dell'intervento.

 

I risultati


In sei settimane di trattamento i bambini sottoposti alla procedura attiva hanno mostrato un miglioramento del 60% dei risultati di alcune prove di lettura, passando per esempio da 0,5 a 0,8 sillabe lette al secondo. Significa 0,3 sillabe al secondo in più: può sembrare poco, ma è quanto un bambino dislessico riesce a ottenere da solo nell'arco di un intero anno. In questo caso, invece, è bastato un mese e mezzo. Il miglioramento è rimasto stabile a un mese di distanza dall'ultima seduta, e ora sono in corso ulteriori valutazioni per verificare se è ancora presente a 6 mesi di distanza.

 

Nessun miglioramento significativo è stato invece osservato per i bambini sottoposti alla stimolazione "finta".

 

Il commento e le prospettive


"Il risultato ottenuto è decisamente interessante, ma è ancora presto per trarre conclusioni definitive" commenta il neuropsicologo Eraldo Paulesu dell'Università di Milano Bicocca, esperto di neurostimolazione e dislessia dell'età evolutiva. "Per prima cosa occorre ampliare il campione di studio: 19 soggetti possono dirci qualcosa, darci indicazioni significative, ma poi bisogna confermare il tutto su numeri più grandi. E magari affinare ulteriormente la tecnica, provando a stimolare anche altre zone del cervello".

 

I dati di Menghini e colleghi, dunque, aprono nuove prospettive importanti, ma non garantiscono per ora una rivoluzione nel trattamento. E in ogni caso, è importante ricordare che stiamo parlando di una tecnica che dovrà comunque affiancare quelle tradizionali di tipo logopedico, e non le sostituirà del tutto.