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Mio figlio ha la dislessia: come l'ho riconosciuta e affrontata

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08 Novembre 2017 | Aggiornato il 03 Ottobre 2018
A volte viene scambiata per svogliatezza e pigrizia e passa sotto silenzio. Se riconosciuta e affrontata nel modo giusto, invece, si può aiutare il bambino a superare efficacemente problematiche che possono essere causa di  frustrazioni e disagi psicologici. Le mamme (e non solo!) della pagina  Facebook di Nostrofiglio.it raccontano come hanno riconosciuto e gestito la dislessia dei loro bambini
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I racconti delle mamme su come hanno riconosciuto e gestito la dislessia dei loro bambini.

 

Patrizia. L’ho portata in un centro qualificato per la diagnosi e grazie alla logopedia è migliorata tantissimo.
Francesca ha sempre parlato perfettamente dai 18 mesi. A metà della prima elementare, mi sono accorta che faceva fatica a leggere e invertiva le lettere (“sole” ad esempio diventava “sale” e “in” lo leggeva “ni”), senza che si rendesse conto che stava sbagliando o che non c’entrava niente nel contesto. Dopo un po’ ci hanno convocato le insegnanti ponendoci gli stessi dubbi. Abbiamo quindi iniziato il percorso di diagnosi all’UONPIA (Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ndr), da cui sono emerse dislessia e disgrafia. L’abbiamo affidata ad una logopedista e stiamo notando notevoli progressi: legge in maniera decisamente più fluida e, quando le capita di invertire le lettere, si rende conto da sola dell’errore e torna indietro per correggersi.  

Sara. Sono dislessica: l’ho scoperto tardi, ma con gli aiuti adeguati adesso sono all’università.
La diagnosi per me è arrivata solo a 14 anni. E solo allora ho realizzato perché da piccola avevo tutti quei problemi a scuola, perché ogni volta che c’era da fare un dettato piangevo (senza farmi vedere, perché la frangetta mi faceva da scudo) e quando dovevo leggere ad alta voce era un trauma. Quante volte mi hanno presa in giro, chiamandomi robottina o ritardata! Da quando ho avuto il riconoscimento di DSA sono rinata, sono riuscita finalmente a studiare con profitto e quest’anno mi sono iscritta all’università. Ai ragazzi come me vorrei dire: non sentitevi ritardati (non lo siete affatto!) e non abbiate vergogna di avere una certificazione DSA, perché è la chiave per ottenere gli strumenti giusti per seguire la scuola. E non subire frustrazioni inutili.

Lory. Come mamma e come insegnante, faccio di tutto perché un bambino dislessico non si senta “diverso”. 
Sono una maestra della scuola primaria e mamma di un ragazzo dislessico. Aver vissuto in casa l’esperienza della dislessia mi ha resa più sensibile al problema: quando mi accorgo che un alunno ha difficoltà a leggere o a fare i calcoli, uso tutte le attenzioni perché non venga preso in giro dai compagni e non si senta ”diverso”. Al tempo stesso, preferisco parlarne subito con i genitori e invitarli a far valutare la situazione da un esperto. Le strategie compensative e dispensative sono tante, ma se ne può usufruire solo dopo aver presentato alla scuola una certificazione. Se la diagnosi è confermata, infatti, la legge prevede che venga preparato per il bambino un PDP (Piano Didattico Personalizzato, ndr), cioè un progetto didattico commisurato alle capacità dello studente, che può includere vari supporti a seconda del suo problema specifico. Di fronte alle titubanze o vergogne delle mamme degli alunni, racconto di mio figlio e di come, dopo la certificazione DSA, gli è stato concesso l’utilizzo del PC con un programma di video-scrittura e correttore ortografico e l’esonero dalla lettura alla lavagna. E di come adesso, grazie a questi supporti, vada a scuola più tranquillo e fiducioso in se stesso.

Claudia. Non legge bene, ma per il momento preferiamo aspettare.
Già dallo scorso anno, in prima, le maestre si lamentavano perché mio figlio non stava mai fermo, era svogliato, disattento, non completava i compiti; anche a casa aveva molta difficoltà nel leggere. Spulciando su Internet,  ho riscontrato che alcuni dei “campanelli” della DSA coincidono con le difficoltà di mio figlio. Per il momento però preferisco aspettare: su siti specializzati ho letto che non tutti i bambini che inizialmente mostrano problemi nella lettura sono dislessici e molti recuperano spontaneamente le difficoltà iniziali. Intanto cerco di stargli dietro nei compiti. Se però a fine quadrimestre le difficoltà ci saranno ancora, chiederò un consulto medico. 

Daniela. Agli inizi non riuscivo ad accettare la sua diversità. Le persone giuste hanno aiutato sia me che lui.
Appena gli dicevo di fare i compiti piangeva, a scuola lo rimproveravano perché si distraeva facilmente, ai colloqui mi riferivano che non si applicava. Il pediatra ci ha spinti a fare gli accertamenti del caso ed è arrivata la diagnosi. È stato il periodo più brutto sia per mio figlio che per me: lui che continuava a chiedermi quando sarebbe passata e io che mi innervosivo ad ogni suo errore. Poi una brava psicologa ci ha fatto capire che non è una malattia ma una caratteristica individuale e con gli strumenti adeguati anche un bambino con DSA può dare il meglio di sé, esattamente come chi porta gli occhiali non è cieco ma grazie alle lenti ci vede meglio. Da allora ho imparato a gratificarlo per ogni successo, anche minimo. E lui è più sereno.

Antonella. Rispetto i suoi tempi, gli leggo storie e lo stimolo a fare giochi con le parole
Ci siamo accorti che qualcosa non andava perché, dopo mesi di scuola, faceva fatica a riconoscere le lettere e attribuire loro i suoni corretti, soprattutto ad inizio o fine parola, oppure cambiava i suoni nelle rime o nelle filastrocche. Alla diagnosi siamo arrivati grazie alla valutazione di un’equipe di esperti: neuropsichiatria infantile, psicologo e logopedista. Sono stati loro a consigliarci alcuni accorgimenti da adottare a casa: lasciargli fare le cose con i suoi tempi, leggergli storie ad alta voce o stimolarlo a fare giochi dove ci sono parole da scomporre e ricomporre, come gli anagrammi. Impostare tutto come un gioco lo aiuta a provarci senza sentirsi sotto giudizio. E lo sta aiutando a migliorarsi. 

Sandra. Mi dicevano che io ero apprensiva e lei viziata: una prof ha scoperto che qualcosa non andava.
Per tutti gli anni delle elementari siamo andati avanti io a far presenti alle maestre le mie perplessità sul modo di leggere di mia figlia e loro a liquidarmi dicendo che ero troppo apprensiva, che la bambina era intelligente ma un po’ viziata. Solo alle medie un angelo di professoressa ha capito la reale difficoltà di mia figlia e abbiamo dato il via all’iter per la diagnosi. Purtroppo anche nella scuola c’è ancora tanta ignoranza in materia, ma un genitore conosce profondamente il suo bambino e per questo il mio consiglio è: se avete anche il minimo dubbio che vostro figlio possa aver difficoltà rivolgetevi al pediatra e, su sua richiesta, all’ASL di appartenenza o ad un centro specializzato. 

Libri da leggere
Capire la mia dislessia. Attività metacognitive per la scuola primaria di Rossella Grenci (ed. Erickson, 19 euro).
Un libro rivolto direttamente ai bambini della scuola primaria, che li guida a conoscere più da vicino quel che sta succedendo nel loro cervello, gli strumenti per affrontare le proprie difficoltà, le strategie di supporto come l’immaginazione, l’orientamento dei propri pensieri o il rilassamento e i metodi per valutare i propri progressi.
La dislessia, quando un bambino non riesce a leggere di Giacomo Stella (ed. Il Mulino, 11 euro).
Un’utile guida per genitori, insegnanti e logopedisti che aiuta a capire perché alcuni bambini, intelligenti come gli altri, non riescono a leggere come gli altri, come riconoscere i segnali della dislessia e soprattutto come la si affronta, attraverso un corretto approccio educativo ed efficaci interventi riabilitativi.