Psiche

Bambini iperattivi in Usa: si ricorre troppo ai farmaci

bambinoiperattivita
09 Aprile 2015
Meno del 50% dei bambini iperattivi riceve una terapia comportamentale. Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti dai Center disease control si tende di più a fare uso di farmaci.
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In Usa troppi bimbi iperattivi e con sindrome da deficit di attenzione (Adhd) vengono trattati in modo incompleto. Troppo spesso si ricorre ai farmaci. Troppo poco alla terapia comportamentale. Questi gli esiti di uno studio nazionale, condotto negli Stati Uniti dai Center Disease control e pubblicato sul Journal of Pediatrics.

 

Dei bambini presi in studio:

  • solo uno su dieci ha ricevuto la terapia comportamentale,
  • tre su dieci farmaci e terapia,
  • quattro su dieci sono stati trattati solo con farmaci
  • e uno su dieci non ha ricevuto trattamento.

 

I dati variano secondo le fascia d'età presa in considerazione e dello Stato

 

Prendendo in analisi i bambini iperattivi in età prescolare (4-5 anni), metà sono stati seguiti con terapia comportamentale, metà invece prende i farmaci. Quasi il 25% ha ricevuto solo farmaci.

 

Per quanto riguarda i bambini tra i 6 e i 17 anni, meno di uno su tre riceve farmaci e terapia comportamentale insieme.

 

I dati variano anche a secondo dello Stato americano in cui vivono i bimbi. Si fa più uso di farmaci in Michigan, Missouri, Mississippi, Indiana, Virginia e Carolina del sud. Più uso di terapia comportamentale nelle Hawaii e nel Nuovo Messico.

 

''Non conosciamo gli effetti a lungo termine dei farmaci psicotropi sul cervello e il corpo di bambini in via di sviluppo - spiega all'Ansa Ileana Arias, vicedirettore Cdc - Poiché la terapia comportamentale è la scelta più sicura per i bambini sotto i 6 anni, dovrebbe essere la prima opzione, prima di ricorrere ai farmaci''.

 

La cura dell'iperattività è essenzialmente psicoterapica

 

Come spiega Rita Dalla Rosa, che ha scritto sul tema dell'Adhd il libro 'La fabbrica delle malattie. Bambini e psicofarmaci" (casa editrice Terre di mezzo), il farmaco dovrebbe essere dato ai bambini solo nei casi più difficili e per poco tempo. Cosa vuol dire? Psicologi e pedagogisti lavorano con il bambino per aiutarlo a essere consapevole delle proprie difficoltà e ad apprendere nuove strategie di studio e di organizzazione del tempo. L’autostima che gli deriverà dai primi risultati positivi lo spronerà a perseverare e così via, innescando un circolo virtuoso.

 

Ma non bisogna limitarsi ad agire solo sul bambino, perché i comportamenti disturbati dipendono in grande misura dall’ambiente che lo circonda, dalle abitudini di vita acquisite, dal tipo di relazioni familiari e sociali. Perciò anche i genitori devono essere coinvolti in un programma terapeutico perché mettano in pratica nuove strategie e comportamenti specifici da adottare con il proprio figlio, modificando le abitudini educative fin lì seguite che, evidentemente, non vanno bene. Perlomeno non con quel figlio.

 

Così come devono essere aiutati gli insegnanti, perché trovino nuovi modi di organizzare il lavoro in classe e facilitare l’attenzione e l’apprendimento anche per il bambino Adhd. Ci vuole tempo e pazienza da parte di tutti, ma in genere questo metodo dà buoni risultati.

 

Nei casi più difficili in cui l’Adhd è associato ad altri disturbi, con manifestazioni di aggressività e violenza, si aggiunge la cura farmacologica in modo che una temporanea attenuazione dei sintomi possa favorire il percorso psico-pedagogico e portare il bambino ad acquisire fiducia in se stesso. Perché va tenuto ben presente che i farmaci non “curano” ma agiscono solo sui sintomi. Un po‘ come succede quando ci fa male un dente: è chiaro che prendiamo degli antidolorifici ma finché non andiamo dal dentista a curare la carie non risolveremo il problema.

 

Fonte: Journal of Pediatrics e Ansa