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Psicologia e scuola

Bullismo, consigli ai genitori

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04 Novembre 2013
Aggressioni fisiche, prese in giro o dicerie e maldicenze ripetute all'infinito nel tempo verso i più deboli: il bullismo, in tutte le sue forme continua a essere un fenomeno molto diffuso nell'ambiente scolastico. Che si auto-alimenta in una spirale, tra silenzio, paura, o tacita approvazione dei compagni, che rende il bullo sempre più forte. Come si può tutelare il proprio figlio? I consigli degli esperti per affrontare la situazione

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Ogni mattina si ripete la stessa scena: il ragazzino accampa un sacco di scuse, mette il muso, dice di sentirsi poco bene... Sembra proprio che la scuola, improvvisamente, sia diventata un incubo e lui non vorrebbe mai andarci. Ma non parla, elude tutte le domande di mamma e papà ed è chiuso come un riccio. In una situazione di questo genere, ai genitori il dubbio può sorgere spontaneo: per caso, non è che mio figlio sia vittima di atti di bullismo?

Il fenomeno, sempre più spesso al centro di fatti di cronaca, coinvolge bambini e ragazzi dalla scuola primaria alle superiori, pur se con forme diverse (secondo gli studi degli ultimi 15 anni, e i dati Eurispes-Telefono Azzurro, la fascia media di 'punta' è tra i 7-9 anni, nel corso della scuola primaria e poi verso i 12-15 anni, tra medie e superiori).

E, purtroppo, non è una realtà di poco conto e neppure una 'novità' (anche se oggi, forse, se ne parla di più). Non a caso, dal 2007 il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) porta avanti una serie di programmi di prevenzione e ha istituito un numero verde, 800.66.96.96 e un indirizzo mail, bullismo@istruzione.it, per chiedere informazioni e consigli o segnalare casi di bullismo (dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 19.00).

Quando si può parlare di bullismo

Nonostante il bullismo sia ormai un termine noto, che evoca episodi di aggressività e prevaricazione nell'ambiente scolastico, non è così facile e immediato riconoscerlo.

“Le sue manifestazioni sono molteplici e cambiano anche in base alla fascia di età di chi compie l'atto e chi lo subisce - dice Alfonso Sodano, medico esperto in clinica dell'adolescenza e docente presso la LUDeS di Lugano che da circa 20 anni si occupa del problema, collaborando anche con le scuole.

“Di norma, la vittima è chi risulta più o meno attaccabile, il più fragile che attira gli atti del bullo come se fosse una calamita. A volte, è quello 'troppo piccolo', 'grasso', 'magro' o chi soffre di qualche tipo di handicap”.

Di fatto, è possibile ricondurre le forme attraverso cui il bullismo si esprime a tre 'grandi categorie': fisico (botte, spinte, tormenti), psicologico (esclusione, maldicenza, pettegolezzi di varia natura) e verbale (offese, provocazioni, prese in giro).

In tutti questi casi, secondo gli esperti, quando l'episodio negativo rientra sotto l'etichetta di bullismo (e non si tratta, invece, di un 'normale' conflitto tra bambini o adolescenti), presenta alcune caratteristiche tipiche.

  • La chiara volontà di mettere in atto un comportamento che offenda o faccia male a un altro;

  • l'abuso di potere: il cosiddetto bullo è più 'forte' (non solo in senso fisico) e agisce ai danni di un compagno debole, e comunque più fragile;

  • l'episodio aggressivo si ripete nel tempo in modo sistematico, non è mai sporadico (altrimenti non è più bullismo);

  • l'atto ai danni della vittima avviene di fronte a un pubblico che può approvare o tacere ma, comunque, assiste al comportamento del bullo.

Sulla stessa scia, ribadisce questi punti-chiave anche Gianluca Daffi, collaboratore del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano e dello SPAEE (Servizio di Psicologia dell’Apprendimento in Età Evolutiva) e autore, con Cristina Prandolini, del saggio Mio figlio è un bullo? (Erickson).

“Per parlare di bullismo è indispensabile che l'offesa perpetuata sia l'esito di un'intenzionale volontà di aggredire che avviene in modo sistematico nel tempo. E tutto si compie ai danni di una vittima con una evidente asimmetria di potere.

Quanti più compagni sono a conoscenza di tali episodi, tanto più il bullo sarà riconosciuto nel suo ruolo agli occhi dei coetanei”.

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Come si fa a capire se un bambino è vittima di bullismo

Purtroppo, non esiste un unico 'segnale', forte e inequivocabile, che aiuti i genitori a capire al volo quando il figlio soffre per le offese costanti nell'ambiente scolastico. Sia Daffi sia Sodano però spiegano che il bambino/ragazzino può lanciare dei segnali attraverso comportamenti diversi da quello consueti.

Se un ragazzo, per esempio, che non ha mai avuto difficoltà a scuola, ha un calo improvviso nel suo rendimento, significa che qualcosa non va. In genere, inizia anche a dedicare meno impegno ai compiti assegnati e si mostra poco motivato e talvolta apatico.

Inoltre, chi è vittima di atti di bullismo “non mostra più il medesimo interesse nei confronti dei coetanei e manifesta invece atteggiamenti di ritiro e isolamento”, dice Daffi.

“Il bambino fragile si chiude ancora di più, a casa non parla, magari diventa scontroso – aggiunge Sodano -. In ogni caso, è importante che i genitori notino tutti quei piccoli segnali di trasformazione che non fanno parte della natura del figlio e poi, con il tempo, diventano più evidenti”.

A volte, può anche capitare, per esempio, che spariscano banconote da 10 euro dal portafoglio del genitore perché il bullo ferma periodicamente il ragazzo e gli chiede dei soldi.

Un altro campanello d'allarme da parte di chi si trova nel mirino dei bulli è accusare malesseri fisici di varia natura. I classici mal di pancia o di testa, spesso, come spiega Daffi, rappresentano un pretesto per evitare la scuola.

Questa è una reazione piuttosto diffusa: è infatti molto difficile per un ragazzo parlare direttamente a casa degli episodi negativi che vive tra le mure scolastiche.

“Un ragazzo che ha ripetutamente sperimentato sentimenti di paura, imbarazzo, tensione o impotenza, fatica a condividere il disagio di quanto ha vissuto con un genitore. Di base, ha timore che un intervento adulto confermi ulteriormente la sua percezione di debolezza”, dice Daffi.

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Cosa deve fare il genitore: aprirsi al dialogo rispettando il silenzio …

Quando un genitore teme che il figlio sia soggetto ad atti di bullismo, per Alfonso Sodano, è indispensabile mantenere aperto il dialogo. Ma l'adulto non dovrebbe, in nessun modo, mettere il ragazzo sotto pressione.

Niente frasi, tipo: 'Ma dai, parla, insomma, cosa sta succedendo a scuola?' Un atteggiamento del genere farebbe chiudere ancora di più il ragazzino.

In una dimensione di dialogo, è importante invece rispettare anche i momenti di silenzio – dice il medico. Il figlio deve capire che il genitore è sempre presente per lui, in ogni situazione, anche se difficile.

Con il tempo, questa fase può essere superata e il figlio arriva a confidarsi raccontando in modo spontaneo cosa accade”.

… essere più presente per restituire alla vittima la sua dignità di persona …

Accanto al dialogo, dal punto di vista del medico, l'altro elemento fondamentale per aiutare la vittima di atti di bullismo, è offrire disponibilità. “In una situazione di questo tipo, il genitore, per esempio, dovrebbe accompagnare il figlio a scuola e aspettare che entri o esca alla fine delle lezioni – dice il medico specializzato nei problemi degli adolescenti.

In genere, noi adulti siamo oberati di impegni e passiamo il tempo con gli occhi incollati all'orologio ma in questo caso, è ancora più importante non perdere il contatto con il figlio e quello che fa. In questo modo, si restituisce la dimensione, e la dignità di persona alla vittima”.

… informare gli insegnanti e la scuola per stabilire una strategia

Quando il sospetto si trasforma in certezza, è assolutamente indispensabile informare la scuola di cosa sta succedendo. Secondo Sodano, il primo passo è parlarne con gli insegnanti della classe, o i coordinatori e valutando una possibile strategia di azione. Il medico anti-bulli sottolinea anche come ogni persona che compie atti di bullismo, abbia la sua storia, di conseguenza è opportuno trovare la modalità di intervento più adeguata.

“Ci deve essere un clima volto a una risoluzione del problema, ma naturalmente se la linea discorsiva non funziona, allora si coinvolge una figura specializzata, medico o psicologo, e si attivano i servizi sociali”, spiega il medico.

Sulla stessa lunghezza d'onda, Daffi il quale sostiene che non si può ridurre il bullismo a un problema di un singolo alunno. Occorre sensibilizzare, oltre i ragazzi coinvolti, anche intere classi, istituti, docenti e famiglie.

“Se si sono verificati episodi di bullismo ai danni del figlio, il genitore deve informare gli insegnanti. Questo fenomeno, infatti, tende ad autoalimentarsi nel tempo. È molto raro che gli episodi aggressivi scompaiano da 'soli', in modo spontaneo, in assenza di un intervento mirato ed efficace,” dice Daffi.

“In più, è possibile che i docenti ignorino o non abbiano una chiara percezione della frequenza di queste situazioni all'interno delle proprie classi. I bulli, infatti, agiscono, spesso indisturbati, durante la ricreazione, negli spazi esterni, o nei tragitti da e verso la scuola”.

Figli vittima o figli bulli, è il momento di mettersi in discussione come genitori

L'adulto che si trova ad affrontare un caso di bullismo (perché ha il figlio vittima o il figlio bullo), è il momento di mettersi in discussione.“Stiamo perdendo di vista la persona, la congiuntura politica e sociale non favorisce il contatto umano. E il bullismo affonda le sue radici in questo contesto. In sostanza, non è sempre e solo colpa dei ragazzi: quali modelli forniamo come adulti? Quanto tempo dedichiamo ai figli?”, conclude Sodano.

Insomma, anche i bulli vanno aiutati perché, spesso, sono incapaci di comunicare correttamente i loro stati d'animo. In genere, non riescono a gestire i 'normali conflitti della vita di tutti i giorni’.

“Per chi compie atti di bullismo, può essere importante dare dignità alla rabbia. È importante, per esempio, offrire strategie chiare che permettano di riconoscere i segnali che indicano quando il ragazzo sta per arrabbiarsi. In questo modo, è possibile trovare canali di sfogo che non creino danni a nessuno, parlando della rabbia e attraverso la propria rabbia”, conclude Daffi.

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