Scuola

Come cambiare la scuola in sette punti

Di Angela Bisceglia
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19 novembre 2018
“Cambiare la scuola si può”: è il titolo del nuovo libro del pedagogista Daniele Novara (ed. BUR Rizzoli) che invita insegnanti e genitori a riscoprire le potenzialità di una scuola più coinvolgente ed interessante e quindi davvero formativa per i nostri bambini e ragazzi. In 7 punti sintetizzati nel suo “Manifesto per una scuola come comunità di apprendimento”

La scuola è ‘vecchia’, obsoleta, non più al passo con le profonde trasformazioni della società: lo si sente dire da anni e da più parti si stanno cercando metodi per allinearla alle esigenze reali dei bambini e dei ragazzi. Daniele Novara propone un metodo basato su 7 punti, che concepiscono la scuola come una comunità di apprendimento dove gli alunni si sentano motivati, coinvolti e protagonisti della loro formazione.

 

“Le precondizioni favorevoli per cambiare la scuola ci sono tutte” dice il pedagogista: “da un lato nel nostro ordinamento scolastico viene garantita la più ampia libertà di insegnamento, tutelata proprio dalla nostra Costituzione, dall’altro l’istituzione dell’autonomia scolastica offre ad ogni singolo Istituto la possibilità di prendere decisioni autonome su certe scelte didattiche.

 

Cambiare si può, dunque. Basta avere un po’ di coraggio, entusiasmo e voglia di uscire dai soliti schemi”.

 

 

I 7 punti del “Manifesto”

 

1. Si impara dai compagni, nella condivisione con gli altri; copiare non solo è possibile ma è proprio l’imitazione reciproca che permette di apprendere.
L’insegnamento reciproco è il dispositivo pedagogico più efficace in assoluto: la stessa specie umana si è evoluta perché ha fatto tesoro di tradizioni che si trasmettevano di generazione in generazione e nessuna civiltà ha mai ricominciato da zero. Allo stesso modo a scuola “gli alunni, più che dagli adulti, imparano dai compagni” dice Novara nel suo libro. “E’ il compagno, specialmente quello con una competenza leggermente superiore, che attiva l’imitazione, permettendo ai bambini di riconoscersi in quello che è il loro potenziale di sviluppo”. Per questo sono molto utili i lavori di gruppo così come i compiti a casa insieme ai compagni, che andrebbero incentivati perché spingono alla cooperazione e alla condivisione.

 

 

 

2. Si impara con le domande, quelle maieutiche che non cercano la risposta esatta ma attivano motivazione, interesse, curiosità e la voglia di scoprire.
“Per far imparare qualcosa devi partire da un problema, non da una spiegazione” dice il pedagogista: “imparare non significa mettere delle crocette su delle risposte esatte o conformarsi a conoscenze già preconfezionate dell’insegnante, ma spronare i bambini a porsi delle domande su un determinato argomento e andare in cerca di risposte inedite”. Sono quelle che Novara chiama domande maieutiche, cioè quelle che “vengono poste per conoscere qualcosa che non si conosce, non per controllare il sapere”. Non a caso l’arte maieutica, resa famosa dal filosofo Socrate, in greco significa ‘arte dell’ostetricia’, proprio perché il suo scopo è quello di ‘far nascere’ la conoscenza. E l’insegnante non è colui che tramanda dall’alto un sapere cristallizzato o che insegna una verità inconfutabile, ma piuttosto colui che sa creare le condizioni migliori per la crescita dei suoi allievi. In questo modo l’apprendimento diventa un processo in divenire, del quale i ragazzi si sentono protagonisti, non destinatari passivi.

 

 

 

3. Si impara nel laboratorio non ascoltando più o meno passivamente chi sta facendo lezione, nella concretezza delle esperienze dirette, nel cercare risposte ai problemi usando tutte le informazioni possibili.
Nella scuola classica l’insegnamento si basa sulla cosiddetta lezione frontale, in cui l’insegnante, dall’alto della sua cattedra, trasmette determinati contenuti ad una platea di alunni che lo ‘subisce’, collocata su banchi posti in fila di fronte al docente. Il laboratorio maieutico proposto da Novara è invece un dispositivo pedagogico che si articola in 4 fasi: si parte da una situazione stimolo adeguata all’età degli studenti, cioè da un argomento che suscita il loro interesse; si individuano domande, problemi ed ostacoli sui quali si vorrebbe indagare, scegliendo alla fine quella che ottiene le maggiori preferenze tra i bambini; ci si attiva per rispondere alla domanda attraverso processi di esplorazione e ricerca, condotte a livello individuale, di piccolo e grande gruppo; infine si arriva alla conclusione del laboratorio attraverso una sintesi delle scoperte fatte. Questa nuova impostazione abitua i ragazzi ad esplorare l’apprendimento, a mettersi in gioco, non ad ascoltare e ripetere in maniera pedissequa e passiva determinate nozioni.

 

 

 

4. Si impara valutando i progressi, evitando l’elenco degli errori, monitorando il percorso di crescita senza giudicare le incertezze.
E’ il metodo della valutazione evolutiva, che valuta il percorso di crescita di ciascun alunno e i suoi progressi rispetto al suo punto di partenza, che può essere anche molto diverso da quello dei compagni. Un metodo opposto a quello tradizionale basato sulla prestazione, che giudica gli errori e, partendo dall’alto di una verifica ‘perfetta’, assegna un voto in base al numero di sbagli commessi. La valutazione tradizionale può essere molto demotivante, perché il bambino può vivere la scuola come una sorta di tribunale, in cui impegnarsi per evitare di essere sgridato dall'insegnante o punito da un brutto voto oppure per evitare di sentirsi meno bravo degli altri. E arrivare, se non riesce, alla conclusione di non essere capace. “E non c’è niente di più difficile che insegnare qualcosa a qualcuno convinto di non essere capace” sottolinea Novara.

 

 

 

5. Si impara sbagliando, provando e riprovando finché la conoscenza smette di essere teorica e diventa capacità applicativa, padronanza, competenza concreta.
L’errore deve essere concepito come un’opportunità per favorire il processo di apprendimento. Per spiegare il suo pensiero, Novara paragona l’apprendimento scolastico alla fase in cui il bambino impara a camminare: all’inizio farà dei tentativi, sbaglierà, cadrà ed è molto importante l’atteggiamento degli adulti nel motivarlo o scoraggiarlo. Se verrà sgridato di continuo si sentirà insicuro e avrà paura di sbagliare di nuovo; viceversa, se verrà sostenuto e incoraggiato, nonostante le cadute, sarà spinto a continuare e ritentare finché non ci riuscirà. Allo stesso modo la scuola deve essere il luogo dove provarci e riprovarci, liberando l’errore scolastico dalla colpa ma facendolo percepire come uno stimolo a fare meglio e di più.

 

6. Si impara con l’insegnante che fa da regista, che non vuole stare al centro e lascia sempre il protagonismo ai suoi allievi, predisponendo più che disponendo.
L’insegnante deve scendere dalla sua cattedra, ma non per diventare un pari degli alunni: il suo ruolo deve essere quello di chi non dispone ma predispone il lavoro, come un regista. “Nel film, il regista non compare, compaiono solo gli attori” scrive Novara. “Eppure è proprio il regista che fa lavorare gli attori e alcuni registi sono famosi per essere davvero esigenti”. Il docente ha il compito di aiutare i ragazzi a organizzare e suddividersi il lavoro, sostenerli, creare le condizioni di apprendimento, mettere a disposizione le sue conoscenze, ma sempre lavorando dietro le quinte, affinché i protagonisti sulla scena siano gli alunni.

 

 

 

7. Si impara divertendosi, se la didattica sorprende, è creativa, imprevedibile, diventa scoperta continua.
L’obiettivo finale di questo percorso è quello di far sì che i bambini e ragazzi vadano a scuola volentieri, perché non si sentono sotto processo, non hanno paura dell’insegnante o dell’interrogazione. Una scuola dove abbiano la possibilità di muoversi e di avere le giuste interruzioni, dove imparare diventi una scoperta continua. È una scuola dove si lavora di più, perché non si resta seduti a metter crocette, far finta di ascoltare e ‘ripetere a pappardella’ quel che ha detto l’insegnante; ma dove si scopre e si impara ogni giorno in prima persona.
Un’utopia? Forse basterebbe cominciare a volerlo.