Pedagogia

Goussot: gli insegnanti hanno perso lo sguardo pedagogico

educazionebimba
30 Giugno 2015
La società attuale tende a mettere l'accento sugli aspetti più problematici, legati all'apprendimento o al comportamento, e sulle difficoltà che ogni bambino può manifestare nel suo percorso di crescita. Anche a scuola prevale un approccio 'clinico', a scapito di uno sguardo pedagogico. Lo sostiene Alain Goussot, docente di Pedagogia all'Università di Bologna
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La società attuale tende a mettere l'accento sugli aspetti più problematici, legati all'apprendimento o al comportamento, e sulle difficoltà che ogni bambino può manifestare nel suo percorso di crescita. Sarebbe, invece, fondamentale recuperare l'approccio pedagogico in ogni relazione educativa con il bambino. 

 

Questo è il nodo centrale della riflessione di Alain Goussot, docente di Pedagogia speciale all’Università di Bologna, filosofo e storico, autore di saggi (L' educazione nuova per una scuola inclusiva, Edizioni del Rosone), relatore al Festival dell'Educazione in corso in questi giorni.

 

Che cosa significa che oggi domina un approccio 'clinico' rispetto al mondo dell'infanzia che dà più risalto a eventuali problemi del bambino?

 

“La sfera educativa e la pedagogia sono state messe all'angolo, relegate a un ruolo marginale in ambito scolastico, a casa, e nella stessa ricerca scientifica. E questo accade anche nel discorso pubblico e mediatico. E' in atto una crisi perché il mondo degli adulti, genitori ed educatori, rappresentanti della cultura non si assumono il proprio ruolo educativo.

 

Basta guardare gli scaffali di una libreria: quelli dedicati alla pedagogia sono striminziti, a fronte di quelli colmi di 'psicologia spicciola' o di testi centrati sugli aspetti clinici dello sviluppo infantile. Questo fenomeno di massa è un indicatore, che coinvolge anche la filosofia, e ha una ricaduta anche sul tipo di formazione di tutti coloro che si occupano di educazione.

 

La formazione di un insegnante, oggi, è molto focalizzata sugli aspetti problematici, sui disturbi di apprendimento o del comportamento che certo non vanno trascurati - non è quello che intendo. Ma la scuola oggi è colonizzata da uno sguardo clinico diagnostico invece che pedagogico e gli stessi insegnanti valutano, spesso, gli alunni attraverso questa lente”.

 

Valutare gli alunni, invece, con uno sguardo pedagogico, che cosa vuol dire?

 

“L'osservazione pedagogica punta sulle potenzialità per capire e conoscere il bambino, poi l'adolescente e anche lo stile di apprendimento. Con questo sguardo, l'insegnante dovrebbe osservare i suoi alunni.

 

Gli insegnanti devono andare a caccia di risorse e potenzialità e su questo far leva per favorire i processi di apprendimento e la curiosità.

 

Per rimettere al centro la pedagogia, come elemento vivo di chi si occupa di educazione, occorre partire dalle biografie, dalle storie dei ragazzi.

 

Il pedagogista G. Lombardo Radice, contemporaneo di Maria Montessori, diceva che un conto è la didattica e altra cosa è il didatticismo applicato a tutti, in modo standard che è puro tecnicismo.

 

Oggi, la dimensione pedagogica intesa come relazione e comunicazione è stata emarginata anche in classe. 

 

In generale, quindi, l'insegnante, per formazione, è più incline a sottolineare le difficoltà dell'alunno, inclusi i disturbi specifici di apprendimento: quali sono le conseguenze?

 

“Negli ultimi quattro-cinque anni, l'aumento dei casi di dislessia a scuola è preoccupante, non è una sorta di epidemia o virus, quindi significa che c'è qualcosa che non va. Ogni difficoltà non può indicare un problema clinico: in questo consiste il rischio di 'medicalizzare' il processo di apprendimento.

 

In sostanza, le difficoltà nella letto-scrittura non sono sempre DSA. Molti bambini, figli di immigrati, per esempio, spesso bilingue o addirittura trilingue, ne hanno ma non vanno etichettate come disturbi. In realtà, si tratta di problemi momentanei che andrebbero affrontati da un punto di vista pedagogico, a scuola e in famiglia”. Leggi anche Certificazioni DSA (Disturbi specifici di apprendimento): troppe e frettolose. L'allarme di Federico Bianchi di Castelbianco

 

Ma, secondo lei, perché oggi, sempre più spesso, un problema di apprendimento rischia di essere etichettato come dislessia?

 

“In questo momento, pare una moda catalogare la popolazione scolastica ma questo porta a rischi di diversa natura e all'enfatizzazione di ogni problema.

 

Se un bimbo ha una difficoltà che viene subito etichettata come disturbo, e non lo è, per esempio, alla fine, si identificherà con quella stessa etichetta. Nel caso in cui invece ci sia veramente, va affrontata seriamente.

 

Di fatto, esistono due tipi di dislessia: quella vera, che ha base neurale congenita e il deficit non può essere modificato. Con la mediazione dell'educatore, il bambino riesce a gestire la dislessia nel suo percorso, ma non scompare.

 

La 'falsa dislessia', invece, non ha base neurale ma dipende dai fattori sociali, culturali e la difficoltà nello letto-scrittura è condizionata da esperienze legate al contesto del momento.

 

Allora, spesso, le difficoltà sono 'normali' e possono far parte della vita di ogni alunno?

 

“Le difficoltà sono intrinseche in ogni processo di apprendimento e non vanno lette come un problema ma come una opportunità di crescita. Quando noi riusciamo a superare un ostacolo, di fatto impariamo.

 

L'educazione è la mediazione che permette la crescita: un bravo insegnante con una capacità di osservazione pedagogica si accorge se le difficoltà del percorso sono 'fisiologiche', normali, o no.

 

La mia preoccupazione è invece che le scuole si trasformino in anticamere di neuropsichiatria infantile...”. 

 

Come possono, dunque, scuola e famiglia evitare il rischio di questa eccessiva tendenza a bollare ogni problema come un disturbo?

 

“L'alleanza educativa e pedagogica tra scuola e famiglia è molto importante: il genitore è un esperto per i suoi figli e può costruire insieme percorsi che rispondono bene alle esigenze del bambino. A volte, invece, per come è stata applicata la storia della dislessia, il genitore pensa di facilitare il percorso al figlio valutato DSA. In realtà, non è così perché il bimbo disattiva alcune capacità e si costruisce un ritratto di sé stesso come dipendente e incapace.

 

A scuola, poi, la vera partita si gioca tra alunno e gruppo classe, ovvero tutti i ragazzi, che rappresenta uno strumento importantissimo perché si vivono tante ore a scuola. La classe è uno spazio comunicativo, dove si fanno esperienze di relazioni, non solo di apprendimento. Per questo è importante che in aula ci sia un clima costruttivo che permetta a tutti e a ognuno di contribuire con esperienze”. 

 

Ma come mai gli insegnanti hanno perso lo sguardo pedagogico?

 

“Di fatto, non è colpa loro ma della formazione che hanno ricevuto: l'insegnante, spesso, si deve confrontare con l'esperto, con lo psicologo e ha quasi un complesso di inferiorità ma non è giusto. Il problema reale, piuttosto, è la scarsa conoscenza e padronanza - oggi largamente diffusa - dei fondamenti della propria disciplina, ovvero della pedagogia, non della materia curricolare. Chi ha letto, per esempio, 'Emilio' di Jean-Jacques Rousseau? Per molti, oggi è 'roba vecchia', in realtà è fondamentale”.

 

E come si potrebbe superare questo approccio più 'clinico' a favore della 'normalità' in ogni relazione educativa?

 

“Questa non è solo una polemica tra tecnici e super esperti ma ha ricaduta sulla vita dei ragazzi e delle famiglie. Quindi è importante collegarlo al discorso più globale che c'è dietro il modello di società: quando si costruisce un tipo di relazione anche a scuola, di fatto è il riflesso dell'idea di società che abbiamo.

 

Non c'è ' la mente neutrale', e non servono ricette educative ma è fondamentale recuperare la dimensione pedagogica”.

 

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