Scuola

Prove Invalsi: 12 cose ESSENZIALI da sapere

Di Marzia Rubega
testscuola.600
25 febbraio 2015 | Aggiornato il 2 maggio 2018
Stanno per tornare le prove Invalsi, test standardizzati che hanno lo scopo di rilevare e misurare il livello di apprendimento degli studenti italiani. Che cosa sono? Perché vengono fatte? Come sono strutturate? A che cosa servono i risultati? 

Scuole primarie, scuole secondarie e le medie. Dalle prove invalsi non si scappa.

 

Tra le polemiche, informazioni scorrette e nuovi miti 'metropolitani-scolastici', di fatto sui test Invalsi, considerati, spesso, uno spauracchio dalle famiglie, regna ancora molta confusione.

 

Ecco 12 cose da sapere per dissipare ogni dubbio e vederci, finalmente, chiaro.

 


 

 

1) Prove Invalsi: che cosa sono e perché vengono fatte

 

Le prove Invalsi sono test standardizzati, ovvero uguali per tutti, basati su procedure articolate e rigorose, per gli studenti delle scuole italiane. Tutti gli istituti scolastici d'Italia, per le classi interessate, devono effettuare le prove poiché sono obbligatorie per legge (art. 51 comma 2 del Decreto-Legge 9 febbraio 2012, n. 5 c convertito in legge n. 35).

 

I test sono elaborati dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione e Formazione (INVALSI), ente di ricerca di diritto pubblico, sottoposto alla vigilanza del ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur).

 

Lo scopo dei test è quello di tracciare un quadro di riferimento statistico sul livello di apprendimento in Italia. Con le prove Invalsi è possibile monitorare il sistema nazionale d'istruzione e confrontarlo con le altre realtà comunitarie ed europee. Le rilevazioni su scala nazionale servono anche a identificare i punti deboli del sistema di istruzione e permettono, quindi, al Miur di predisporre eventuali interventi sulla scorta di dati oggettivi.

 


 

 

2) Quali sono le classi coinvolte dalle prove Invalsi

 

I test Invalsi vengono somministrati nelle classi II e V della scuola primaria, nella classe III della secondaria di primo grado (scuola media) all'interno dell'esame di Stato fino allo scorso anno, ad aprile dal 2018, e nella classe II della scuola secondaria di secondo grado (superiori).

 


 

 

3) Quali sono le materie oggetto delle prove

 

I test Invalsi riguardano le discipline fondamentali, italiano, inglese (dal 2018) e matematica; in più, per la classe II della primaria è prevista una prova preliminare di lettura, accanto a quella di Italiano.

 

Il tipo e il numero di domande dei test per materia, cambia in base al grado scolastico: si parte, per esempio, da minimo circa 20-25 quesiti per ogni fascicolo della II primaria mentre per la II superiore sono circa il doppio. (Leggi anche: test Invalsi, consigli ai genitori)

 

 

4) Come sono strutturati i test Invalsi e perché

 

Tutte le prove includono domande di difficoltà variabile: non è certo una scelta casuale ma si basa su un preciso modello scientifico statistico di riferimento (quello del danese George Rasch, molto usato ma anche criticato).

 


Ogni domanda corrisponde a una complessa griglia di misurazione che valuta per ciascuna risposta la sua coerenza secondo schemi matematici-statistici.

 

L'obiettivo di un test standard - come spiega l'Istituto Invalsi - è quello di misurare i risultati in base a una scala di abilità/competenze molto lunga, dai gradini più bassi a quelli più alti. Per questo, in una stessa prova, ci sono anche quiz molto difficili ai quali solo pochi alunni sanno rispondere.

 

In questo modo, come afferma l'istituto Invalsi, i test permettono di rilevare i livelli di apprendimento in modo aggregato (non dei singoli), secondo le classi, le scuole e gli ordini scolastici.

 


 

 

5) I test Invalsi sono anonimi e la privacy dei singoli alunni è tutelata dalle stesse procedure organizzative

 

La gestione delle prove Invalsi segue un preciso protocollo (una procedura standard, insomma, come per gli esami di stato), al quale tutte le scuole italiane devono sottostare.

 

I fascicoli che contengono i testi delle prove sono dotati di appositi codici identificativi della scuola, del plesso, del grado scolastico, della sezione e dello studente.

 


Ogni alunno è identificato da un codice alfanumerico: solo i professori coinvolti e incaricati di seguire i test conoscono a quale nominativo corrisponde.

 


Le risposte degli studenti sono riportate su una speciale maschera elettronica con solo il codice alfanumerico e poi inviate all'istituto Invalsi per l'elaborazione dei dati.

 


 

 

6) Il Questionario dello studente: di cosa si tratta e quale è il suo scopo

 

Accanto ai test, per la V primaria e la II delle superiori è previsto anche il Questionario studente. La sua compilazione serve a raccogliere, sempre in forma anonima, informazioni sul contesto e il percorso dell'alunno.

 

Questi dati sono molto utili per l'Istituto Invalsi al fine di analizzare il rapporto tra il livello di apprendimento delle diverse classi, scuole, regioni, e i fattori socio-economici.

 


In altre parole, i questionari rappresentano una ulteriore chiave di lettura per confrontare i risultati di scuole diverse e pensare a quale genere di supporti introdurre nei contesti più difficili.

 

Quanto alla privacy, i questionari sono stati criticati da docenti e famiglie, ma non riguardano dati sensibili e le informazioni fornite vengono trattate secondo la normativa vigente sul tema. In ogni caso, è possibile per gli alunni decidere anche di lasciare le risposte in bianco.

 


 

 

7) In vista del test Invalsi è bene fare esercizio in classe e a casa: sì o no?

 

Sulla questione se sia opportuno o meno fare esercizio in vista delle prove Invalsi, a scuola (e anche a casa), i pareri sono molto diversi e, spesso, del tutto discordanti.

 

Il dibattito sul cosiddetto teaching to test (insegnare per il test) - che divide gli esperti anche a livello internazionale - mette l'accento sul rischio di penalizzare le normali attività curricolari per l'addestramento esplicito a test standardizzati. Inoltre, il lavoro prolungato sui questionari a risposta multipla limiterebbe le capacità di problem solving (risoluzione dei problemi) e la creatività.

 

Per questo, una posizione piuttosto diffusa nelle scuole è quella di continuare con la tradizionale didattica anche prima dei test per non togliere tempo ai consueti programmi. Tuttavia, frequente è la pratica di somministrare alcune simulazioni delle prove, soprattutto nel caso dell'esame di III media.

 

Di fatto, comunque, l'atteggiamento degli insegnanti verso un allenamento mirato in aula per superare i test Invalsi cambia molto in base alla discrezionalità del singolo. In altre parole, assume forme molteplici, difficili da 'mappare'. In alcuni casi, per esempio, c'è anche chi organizza dei veri e propri 'laboratori' sui test Invalsi, ricorrendo ad appositi manuali o alle prove delle precedenti edizioni scaricabili online.

 

Secondo l'Istituto Invalsi, l''efficacia di tale impostazione didattica - anche per migliorare i livelli di apprendimento - è dubbia. D'altro canto, i quesiti a risposta multipla sono poco presenti nella scuola italiana rispetto ad altri Paesi e, quindi, possono essere una forma di verifica insolita per l'allievo.

 

Da questo punto di vista, spiegare di cosa si tratta, in modo concreto, attraverso alcune simulazioni, può essere utile. In questo modo, è possibile evitare che lo studenti si trovi di fronte a una tipologia di verifica per lui del tutto nuova proprio il giorno delle rilevazioni Invalsi.

 

In ogni caso, non è possibile 'allenarsi' per fare benissimo i test perché le domande non verificano le singole nozioni apprese dall'allievo. I test standard sono ideati per misurare alcuni aspetti delle competenze/abilità acquisite nel percorso formativo. In più, non è testata tanto la conoscenza teorica di alcuni concetti quanto la capacità di utilizzarli nell'esempio concreto.

 

Quindi, è inutile 'ossessionare' i bambini con estenuanti sessioni di prove a casa ma ha senso farne, invece, un paio per vedere come sono strutturati i 'quiz a crocette' e rassicurarli.

 

 


 

 

8) I Test Invalsi e i Bisogni Educativi Speciali (Bes): cosa dice la normativa

 

Le prove Invalsi non servono a valutare il profitto del singolo allievo, a eccezione della prova per la classe III delle medie che contribuisce a determinare la valutazione finale dell'esame di Stato. Quindi, i test Invalsi permettono di trovare le soluzioni adeguate per favorire la più larga inclusione possibile di tutti gli allievi.

 

Con una nota congiunta (18 febbraio 2014), Miur e Invalsi hanno specificato le modalità di partecipazione degli studenti con Bisogni Educativi Speciali (BES) che non deve rappresentare, comunque, un disagio.

 

Alla singola scuola spetta la decisione di includere o meno nelle rilevazioni nazionali, gli alunni con disabilità intellettiva. In caso positivo, i risultati non vengono calcolati nelle medie di classe e della scuola.

 


Per le disabilità più diffuse, sensorie e motorie, con gli strumenti di supporto adeguati, è contemplato lo svolgimento delle prove che fanno media con i dati globali della classe e dell'istituto.

 


In ogni caso, è necessario segnalare all'Invalsi la presenza e il genere di disabilità al fine della corretta elaborazione dei dati.

 

Ecco la tabella riassuntiva per la partecipazione degli alunni con Bes alle prove Invalsi:

 

 

Partecipazione degli alunni con BES alle prove Invalsi

 

Nota pubblicata il 07/04/2014

 

 

9) Le classi “campione”: cosa sono

 

Per consentire alle scuole di confrontare i loro dati con l'esterno, l'Invalsi identifica alcune classi campione per ogni grado scolastico, i cui risultati valgono come standard di riferimento.

 

L'istituto provvederà a individuare un campione rappresentativo di scuole su base regionale dove saranno inviati osservatori esterni. A loro spetterà anche il compito di riportare i risultati dei test su un apposito supporto elettronico.

 

Per le classi non campione, invece, la registrazione delle risposte su uno speciale supporto elettronico è effettuata dalle scuole stesse che poi trasmettono i dati inseriti all'Invalsi.

 


 

 

10) A cosa servono i risultati dei test Invalsi e come vengono restituiti alle scuole

 

Gli esiti dei test sono restituiti alle singole scuole in forma privata e anonima. Solo il Dirigente Scolastico e il Referente per la valutazione possono accedere alla visualizzazione completa dei dati.

 


Una password personalizzata consente, invece, al personale della scuola l'accesso a una parte dei dati. I docenti degli alunni che hanno partecipato alle rilevazioni, per esempio, vedono i dati della propria classe e quelli complessivi della scuola.

 

Ciascuna scuola ha la possibilità di analizzare i risultati al suo interno, confrontandoli anche con quelli di altre scuole. In questo senso, è possibile per il Dirigente scolastico verificare l'efficacia educativa e metodologica-didattica del suo istituto.

 


Questo non significa che i test valutino l'operato del Dirigente stesso, una delle idee scorrette che circolano tra le famiglie. Le analisi sono piuttosto uno strumento prezioso per mettere in cantiere azioni mirate a favorire il miglioramento.

 


 

 

11) Gli esiti dei test NON si possono usare per la valutazione

 

Gli esiti dei test forniscono agli insegnanti un quadro di riferimento globale sulla classe e sulla scuola, e sono utili per 'aggiustare il tiro', laddove si siano evidenziate maggiori difficoltà.

 

Quindi, giusto per sfatare un altro mito, i docenti non possono usarli per la valutazione, ovviamente, nel caso della III classe delle medie è diverso anche se il voto non inciderà sulla valutazione finale.

 


 

 

12) Il rapporto tra il test Invalsi e le indagini scolastiche internazionali

 


E' allo studio, infatti, l'ipotesi di introdurre nei test Invalsi altre discipline, in particolare scienze e lingua inglese, per rendere i risultati direttamente comparabili a quelli delle ricerche internazionali (Pisa, Timss, Pirls).