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VIETATO BOCCIARE?

È vero che a scuola i ragazzi verranno promossi per legge? I contenuti della legge

Di Alice Dutto
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08 Settembre 2017
Che cosa prevede il decreto decreto legislativo 62 relativo a promozioni e bocciature alla primaria e alla secondaria di I grado e quali sono le ricadute sugli insegnanti

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«Affermare che da quest'anno sarà vietato bocciare alla primaria e alla secondaria di I grado è falso. Si tratta di semplificazioni che non entrano nel merito dei contenuti della legge e che ne travisano gli obiettivi» è questo il commento del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, in merito quanto si è letto negli ultimi giorni sul decreto decreto legislativo 62 approvato ad aprile ed entrato in vigore il 31 maggio scorso.

 

I CONTENUTI DEL DECRETO ATTUATIVO

La norma approvata ad aprile «stabilisce che nel primo ciclo di istruzione, che comprende primaria e secondaria di I grado appunto, il tema dell'ammissione alla classe successiva diventi parte di un processo più ampio di presa in carico delle studentesse e degli studenti» ha commentato la Fedeli.

1. Nella scuola primaria
Alla scuola primaria varrà la normativa già oggi vigente: «la non ammissione è prevista solo in casi eccezionali e con decisione unanime dei docenti della classe. Ma con una novità: esplicitiamo che l'ammissione è prevista anche in caso di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione. Questo non per rendere impossibile la bocciatura, ma perché chiediamo alle scuole di attivare – proprio grazie alla legge approvata, che rafforza questo meccanismo – specifiche strategie di miglioramento per sostenere il raggiungimento dei necessari livelli di apprendimento da parte degli alunni e delle alunne più deboli. Vale a dire che prima di arrivare a una bocciatura la scuola dovrà mettere in campo azioni mirate ad includere, a non lasciare solo chi resta indietro».

2. Nella scuola secondaria di I grado
Alle medie, aggiunge il ministro, «resta ferma la necessità di frequenza di almeno tre quarti del monte ore annuale per poter essere ammesse o ammessi alla classe successiva. L'ammissione poi può essere deliberata, con giudizio motivato, anche in caso di parziale o mancata acquisizione dei livelli di apprendimento. Anche con la previgente normativa questo poteva essere possibile (ai sensi dell'art. 2 comma 7 del DPR 122/2009). Anche in questo caso, come per la primaria, la scuola ha l'obbligo di attivare specifiche strategie per il miglioramento di chi è più indietro».

Non si parla quindi di una promozione garantita “per legge”, «ma di un diverso sistema di valutazione che aiuta a superare le lacune formative e tiene conto dei tempi soggettivi di apprendimento».
 

 

GLI OBIETTIVI DELLA LEGGE
Il tentativo del decreto, ha spiegato il ministro, è quello di dare vita a una scuola più inclusiva, riducendo i numeri molto alti in Italia di abbandono scolastico. Secondo quanto emerge dal rapporto sulla povertà educativa in Italia di Save the Children la percentuale degli “early school leavers” nel 2015 è arrivata al 15%, quattro punti percentuali in più rispetto alla media europea che è dell'11%. Con questo dato il nostro Paese si classifica al quartultimo posto nella classifica europea, seguito solo da Romania (19%), Spagna e Malta (entrambe al 20%).

«La dispersione scolastica è in calo nel nostro Paese, ma i dati certificano che i tassi più alti si verificano proprio nei contesti di maggiore disagio, dove le famiglie hanno minori possibilità economiche e una minore partecipazione al sistema formativo alle spalle».

L'obiettivo della legge, dunque, non è quello di vietare le bocciature, ma di «lottare contro le povertà educative, favorire l'inclusione delle ragazze e dei ragazzi più deboli attivando, ben prima degli scrutini di fine anno o di decisioni importanti e impattanti come quella di non ammettere alla classe successiva, tutte le misure di accompagnamento possibili per non lasciare indietro nessuno. Soprattutto chi ha più difficoltà. Magari perché viene da un contesto socio-economico più svantaggiato, perché a casa non può essere seguito come altre bambine o bambini, perché ha bisogni educativi diversi».

PERCHÉ BOCCIARE NON SERVE
«La scuola dell'obbligo deve essere inclusiva e permettere a tutti di diventare cittadini attivi della società costruendo gli strumenti culturali necessari a raggiungere questo fine: se si parte da questo presupposto, la bocciatura non ha alcun senso» commenta la professoressa Elisabetta Nigris, delegata del rettore per la formazione degli insegnanti dell'Università Milano-Bicocca, Dipartimento di Scienze umane per la Formazione “Riccardo Massa”.

Tra l'altro, «ricercatori di tutto il mondo hanno provato che la paura non costituisce un incentivo all'apprendimento, bensì un deterrente. Non a caso, il miglior sistema scolastico a livello europeo è quello finlandese dove non solo non si boccia, ma non esistono nemmeno i voti finché i ragazzi non hanno compiuto i 12 anni. Penso che se un insegnante ha bisogno della paura per far apprendere i suoi alunni nella scuola dell'obbligo si deve chiedere se ha scelto il mestiere giusto».

«Tutto si deve basare sulla relazione – aggiunge Antonella Meiani, insegnante e autrice del libro “Tutti i bambini devono essere felici” –. Soprattutto alle elementari è compito degli adulti, in particolare degli insegnanti, rimuovere gli ostacoli che impediscono agli alunni di apprendere. E non bisogna pensare che i bambini se ne approfittino: finché sono così piccoli infatti il loro obiettivo è ottenere l'approvazione dei "grandi", per questo lo spauracchio di una bocciatura è poco efficace. È invece dal patto che il maestro stipula con i suoi studenti che si crea un'esperienza felice e proficua. Certo, serve molto impegno. E in una situazione già critica per la scuola, talvolta la strada della bocciatura può apparire quella più semplice per alcuni docenti».

 


DARE A TUTTI LE STESSE OPPORTUNITÀ

La maggiore difficoltà nel bocciare un alunno può rappresentare dunque un deterrente per quegli insegnanti che pensano che la scuola sia solo per i ragazzi che vanno bene a scuola, «ragazzi che però, in genere, sono quelli che hanno più strumenti cognitivi e culturali grazie alle famiglie di provenienza. Gli studi dicono infatti che il successo scolastico è correlato non alla provenienza economica dei bambini, ma alle lauree dei genitori: i migliori risultati li hanno i figli di mamme e papà laureati».

Il compito della scuola, però, è quello di dare a tutti le stesse possibilità, evitando la dispersione e gli abbandoni prima del tempo, «ecco perché è importante che siano attivati dei sistemi per migliorare i livelli di apprendimento».

 

IL PROBLEMA DELLE RISORSE

«La legge non ha fatto che istituzionalizzare quanto già avveniva nella scuola, cioè il fatto che le bocciature siano praticamente assenti alle elementari e alle medie – aggiunge Isabella Milani, insegnante e autrice del libro “L'arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi” –. E sebbene l'intento di non lasciare nessuno indietro sia ammirevole, la vera domanda è come faremo ad attuare le “specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento” previste dal decreto per i ragazzi più bisognosi in una scuola che ha pochissime risorse?» .

 

La situazione, infatti, non è rosea: «Il taglio degli insegnanti di sostegno, la fine della co-presenza e classi sempre più affollate e ricche di alunni con problematiche BES (Bisogni Educativi Speciali) e DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento) rendono talvolta difficile la realizzazione di quella che si vorrebbe far diventare una “Buona Scuola”» prosegue Milani.
 

«Questa riforma, purtroppo, non è inserita all'interno di una strategia più globale che preveda maggiori investimenti e risorse per realizzare i suoi intenti anche positivi: viene semplicemente detto che cosa si deve fare, ma senza dare gli strumenti giusti per farlo – riprende Meiani –. Personalmente, per rimuovere gli ostacoli e aiutare i bambini a ottenere buoni risultati uso molto del mio tempo libero, ma non tutti sono disposti a farlo e, al momento, la scuola non ha le risorse adeguate per supportare davvero questo cambiamento».