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Scuola: appunti per una nuova didattica

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04 Aprile 2018
La scuola come comunità di apprendimento e non semplice travaso di nozioni dall'insegnante agli alunni. E' questo il tema del convegno che si terrà a Milano il 14 aprile con lo scopo di mettere in discussione il modello della lezione frontale. Ce ne parlano alcuni esperti scelti tra i relatori. 
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Lezione frontale, modello vecchio e inefficace. È il tema del convegno che si terrà a Milano il 14 aprile. A metterla in discussione e a proporre una nuova didattica saranno i pedagogisti del Cpp  (Centro PsicoPedagogico) insieme a diversi esperti: psicologi, neurobiologi e insegnanti.

Alcuni relatori ci anticipano i contenuti del loro intervento.

 

Per catturare l'attenzione la lezione deve essere attiva e non frontale

Per Alberto Oliverio, neurobiologo, professore di psicobiologia all'università La Sapienza di Roma, la lezione di tipo frontale non è adatta ai piccoli: a sei anni un bambino dopo circa 10 minuti di spiegazioni si distrae. Quindi alla scuola primaria sarebbe opportuno fare pause frequenti, cambiare l’argomento di discussione o variare le letture, stimolare l'attenzione con immagini, aneddoti, richiami “leggeri”. E soprattutto fare in modo che gli alunni abbiano un ruolo attivo: più si è coinvolti in prima persona, cioè non si è passivi, più l’attenzione è desta.

 

E' necessario insegnare la lentezza

"Uno dei problemi di oggi" spiega Oliverio, "è che molti bambini sono iperstimolati da film e videogiochi dove le immagini si succedono a un ritmo troppo veloce. E' quindi necessario cercare di insegnare la lentezza e la concentrazione: ad esempio, si può tentare di favorire la capacità di osservare il comportamento animale, le variazioni stagionali della natura, insegnare ad avere cura delle piante ecc. Tutte queste sono strategie indirette ma utili per assumere nuovi tempi e modi di interagire con la realtà".

 

I bambini hanno bisogno di muoversi per stimolare il cervello

Un altro punto che la scuola non deve assolutamente sottovalutare è l'attività fisica e i giochi di movimento.

"Il cervello dei bambino ha bisogno di essere irrorato dal sangue, di ricevere ossigeno e ciò avviene quando si praticano quelle attività aerobiche (correre, saltare, arrampicarsi) che sono spontanee nel bambino che gioca.

Inoltre queste attività aerobiche contribuiscono a stimolare la produzione di molecole “trofiche” come i fattori di crescita del sistema nervoso, alla base della plasticità e della crescita del cervello infantile.

È veramente paradossale che in alcune scuole primarie persino durante la ricreazione i bambini debbano stare nei banchi per non farsi male".

 


La scuola deve essere finalizzata all'apprendimento non al rendimento

"Non solo la lezione frontale intesa come un travaso di nozioni dalla cattedra ai banchi, indifferente all’interesse degli alunni, non funziona, ma neppure la tendenza di molti insegnanti di sottoporre i ragazzi a continue “verifiche” che li rendono passivi e ansiosi. La classe deve essere una “comunità di lavoro” finalizzata all'epprendimento e non al rendimento" spiega Silvia Vegetti Finzi, psicoterapeuta specializzata nei problemi dell'infanzia. 

 

Noi maestri dobbiamo ripensare alla scuola

"Non è più il tempo di cattedre e di banchi in fila uno dietro l’altro, di mani alzate per chiedere la parola" sostiene Alex Corlazzoli, maestro elementare e giornalista. "Dopo decine di anni è il momento di mettersi in gioco, di coltivare noi per primi, maestri e professori, il cuore e la mente, cominciando a ripensare al nostro mestiere e a cosa sia la scuola.

Il termine scuola deriva dal greco scholé che significa “quiete, tempo libero, ozio”. Oggi il valore di queste parole si è scordato, è stato cancellato dalla fretta, da chi urla di non urlare, di chi non ha mai tempo perché deve finire il “programma” (che in teoria non c’è più), da chi non concepisce l’aula come un luogo dove apprendere con piacere.

 

 

Insegnare divertendo

"Gianni Rodari scriveva: “l'idea che l'educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere”. Dobbiamo ripartire da qui.

Ridere, ridere, ridere per apprendere. Si può imparare giocando, viaggiando, stupendoci, divertendoci. La lezione frontale già di per sé separa, divide. Da una parte lui, il professore, che sa, che non scende dal suo predellino, che non si mette in gioco. Dall’altra parte gli alunni che dovrebbero solo ascoltare, stare zitti, prendere appunti. Non c’è piacere in questa scena, non c’è alcun imprevisto. E’ già tutto scritto. Ognuno recita la sua parte. Per imparare bene va creato stupore, suspense, attesa".

 

Valorizzare gli alunni 

Secondo Francesco dell'Oro, pedagogista ed esperto in processi di orientamento scolastico, la scuola è spesso un  luogo in cui si trasmette un sapere inefficace e deludente. Un sapere appesantito da un sistema di valutazione che, non considerando la storia, il vissuto, i punti di partenza dei bambini e degli adolescenti, determina e introduce dosi massicce di competitività e di mortificazione; senza valorizzare le diverse intelligenze e ributtando in un angolo le potenzialità degli alunni che, invece, dovrebbero essere continuamente sollecitati e stimolati. 

Certo non mancano alcuni insegnanti straordinari. Sono consapevoli che a loro affidiamo il futuro dei nostri figli. Si preoccupano di conoscere la loro storia e il loro vissuto. Riescono ad appassionarli e a sostenerli nelle difficoltà, perché hanno interiorizzato nelle loro menti, nella loro pelle, un concetto fondamentale: la scuola è il luogo elettivo dell'errore.

Sono proprio questi insegnanti che riescono a mostrarci il volto positivo di una scuola preoccupata non solo della trasmissione delle conoscenze ma anche del benessere dei suoi studenti. Quando si ha la fortuna di incontrarli, questi insegnanti possono cambiare e segnare profondamente la vita delle persone. Hanno compreso che le ragazze e i ragazzi che ogni giorno entrano nelle aule scolastiche, non sono studenti ma bambini e adolescenti che vanno a scuola. Persone che, in una fase importante di cambiamento e di crescita, devono essere valorizzate come risorse e principali protagoniste di un percorso di apprendimento.   

 Un corso di studi deve richiedere impegno e fatica, ma mai sofferenza e disagio. Deve aiutare a maturare e a crescere quando si riesce a seguirlo con passione, interesse e tanta, tanta, tanta curiosità. Un bene prezioso e inestimabile che spesso non viene considerato e che, invece, dovrebbe essere l'indicatore principale del consenso e della qualità della formazione.

"Abbiamo urgente bisogno di insegnanti più preparati e pagati meglio" conclude dell'Oro. 

 

 

Info

Convegno: "La lezione non serve. La scuola come comunità di apprendimento".

Quando: 14 aprile 2018

Dove: Milano presso il Teatro Carcano, Corso di Porta Romana, 63

Iscrizioni: cppp.it