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Scuola, come si 'tiene' la disciplina in classe? Con lezioni coinvolgenti

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02 Luglio 2015
La gestione della classe e la disciplina in aula rappresentano un problema e una fonte di stress per gli insegnanti che ritengono i ragazzi di oggi 'peggiori' rispetto a quelli di ieri. Ma è davvero solo colpa degli alunni che disturbano e non seguono le lezioni? Secondo Anna Maria Ajello, presidente dell'Istituto Invalsi, la risposta è no 
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'Tenere la classe' è una formula un po' gergale ma molto diffusa e usata tra gli insegnanti di ogni ordine e grado che evoca (senza dubbio) un senso di disagio di fronte alla popolazione scolastica. Nello specifico, questo modo di dire ricorrente mette l'accento sul problema della disciplina, principale fonte di stress per un'ampia fascia di docenti.

 

Da cosa scaturisce questa difficoltà così comune che risuona oggi nel mondo della scuola? Ne abbiamo parlato con la professoressa Anna Maria Ajello, docente alla Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università “La Sapienza” (Roma) e presidente dell'Istituto Invalsi. Il tema sarà oggetto di discussione anche al primo Festival dell'educazione di Viterbo

 

“L'espressione fa pensare a una situazione di anonimato, a un insieme indistinto, da controllare all'interno della classe. L'idea nasce dal fatto che la popolazione scolastica è diversa da come se la aspettano la maggior parte degli insegnanti.

 

Quindi, molte situazioni sono percepite come patologiche deviazioni dalla norma: 'i ragazzi non sono più come quelli di una volta!'. Il termine più frequente è 'non', perché le classi attuali contravvengono alle aspettative dei docenti – spiega la prof. Anna Maria Ajello.

 

“Ci si aspetta, per esempio, che bimbi di 4-5 anni abbiano un comportamento 'da grandi' e stiano fermi. E al professore universitario, invece, dà fastidio che gli studenti giochino con il cellulare... Ma dobbiamo accettare che oggi i ragazzi sono multitasking, sono persone diverse rispetto al passato, è importante partire da lì”. (Leggi anche: 11 strategie divertenti per imparare le tabelline

 

E, quindi, come può un insegnante affrontare il disagio verso il problema della disciplina?

 

“La docenza di oggi non può essere vista legata solo all'idea del 'bravo insegnante'. Se vogliamo incidere positivamente è fondamentale discutere e condividere le stesse regole nell'ambito di materie diverse. L'unica strada è quella di mettersi d'accordo, tra docenti, e decidere cosa funziona o no per quella classe evitando di bollare come patologia ogni situazione che sfugge al controllo”. 

 

Quale approccio dovrebbe adottare un docente per motivare gli alunni e migliorare la relazione con la classe?

 

“Dalla scuola primaria alle superiori, i poveri alunni si sentono ripetere: 'non disturbate!' Così, molti fanno finta di ascoltare di seguire cosa succede in classe, mentre pensano ai fatti loro. Dire che la tal cosa servirà in futuro, in quel momento, per chi è dietro al banco, non ha senso.

 

Noi siamo eterni apprendisti, si impara in continuazione nel quotidiano. Paradossalmente, a scuola, la motivazione ad apprendere cala perché gli alunni non sono interessati a quello che imparano.

 

E' essenziale rinunciare alla classica lezione frontale, dove l'insegnante parla e la classe deve ascoltare in silenzio. In gruppo, per esempio, si impara meglio e in modo diverso e più divertente.

 

A chi deve imparare, occorre proporre attività, non l'ascolto perché è noioso. E lo è talmente tanto che qualsiasi altra strategia alternativa, pur semplice, in genere funziona!

 

Assumere la posizione di un filosofo, per esempio, indossare i suoi panni come se fosse una recita, può coinvolgere i ragazzi anche su argomenti complessi come il pensiero di Marsilio Ficino. (Leggi anche: Scuola, 8 regole d'oro per aiutare il bambino a concentrarsi

 

L'obiettivo, dunque, è quello di interessare gli alunni, di ogni fascia d'età, con lezioni più coinvolgenti?

 

“Tutto questo non può dipendere dall'iniziativa del singolo docente e dal suo lavoro personale e volontario, a casa, per fare qualcosa in più.

 

Alla base è necessario, invece, che ci sia un'idea condivisa da tutti gli insegnanti. La docenza è un atto collegiale da potenziare.

 

Sarebbe opportuno passarsi il materiale tra colleghi e organizzare nelle scuole prove collettive. Tutti gli insegnanti di matematica, per esempio, dovrebbero preparare insieme le verifiche per le classi.

 

In questo modo, è possibile costruire un archivio nella scuola, a disposizione di tutti, utilissimo per la didattica. Se un problema risulta complicato, nella prova dell'anno successivo si può andare a vedere. Il lavoro deve essere impostato in modo collegiale e non individuale: questo porterebbe anche a una diminuzione del carico del singolo”. (Leggi anche: Ortografia, sette dritte sull'uso della h

 

Quindi, regole condivise tra gli colleghi sul versante della disciplina, l'apprendimento basato sulle attività e non solo sull'ascolto e una gestione collegiale del lavoro potrebbero migliorare la vita a scuola di insegnanti e alunni ... non sono principi 'impossibili': come mai non vengono applicati?

 

“L'idea di lasciare le cose come stanno dipende anche dalla convinzione degli insegnanti che vada bene così. In genere, sono stati bravi ex alunni e hanno vissuto una buona esperienza scolastica... Quindi, perché cambiare qualcosa che per loro è stato assolutamente positivo? In teoria, tutti gli insegnanti lo sanno ma è molto difficile cambiare qualcosa di profondamente radicato di cui, spesso, non si è neppure consapevoli.

 

Per i ragazzi attuali, secondo me, è indispensabile, invece, un'esperienza di 'rottura' e cambiamento di direzione, anche a partire da piccole cose all'interno della classe”.