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A scuola

Compiti a casa, tutti i consigli

Di Lorella Maggioni
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12 Settembre 2008
Gli insegnanti li pretendono, gli alunni (e i genitori) li detestano. Per i primi sono indispensabili, per i secondi sono fonte di discussione e scontri familiari continui. Ma visto che non se ne può fare a meno cerchiamo di capire modi, tempi e quantità … giusti.

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Occhio alla quantità

“La scuola, oggi, prevede spesso il tempo prolungato. Sia alle elementari sia alle medie, i ragazzi si fermano a lezione anche il pomeriggio. Ma mentre il vecchio doposcuola serviva a svolgere gli esercizi assegnati e a studiare, ora prevede altre attività scolastiche. Così i bambini arrivano a casa stanchi e con ancora i compiti da eseguire”, dice Daniela Lucangeli, docente di psicologia dello sviluppo all’università di Padova ed esperta in problemi dell’apprendimento.

I compiti a casa non dovrebbero sostituire il lavoro dell'insegnante

Il risultato? Controproducente. Perché il nostro cervello non è un contenitore da riempire all’infinito. “Le ricerche hanno dimostrato che, per facilitare le conoscenze acquisite, superare un certo numero di ore di studio affatica il sistema cognitivo e lo rende incapace di recepire cose nuove il giorno seguente”, spiega la psicologa. Questo non significa, però, che i compiti siano inutili. Anzi.

Così l’apprendimento si consolida

A fare la differenza è il giusto carico. La mole di lavoro assegnato a casa deve essere commisurata all’età e alle ore già dedicate allo studio a scuola. In altre parole, non deve occupare tutto il tempo libero del

Il tempo da dedicare allo studio aumenta con l'età: in prima elementare bastano 10 minuti

bambino. L’americana National Teatchers Association si è spinta ancora più in là, quantificando in una regola aurea i tempi di studio: 10 minuti di compiti in prima elementare, 20 in seconda, 30 in terza e così via al fine di adattare gradualmente il carico di lavoro alla crescita intellettuale dei ragazzi. Il tutto tenendo presente quali sono i tempi di attenzione dei bambini: un bambino di 6-7 anni comincia a distrarsi dopo 15 minuti, un ragazzo di 15 è in grado di prestare attenzione per circa 30-45 minuti. Detto questo, già a partire dalla scuola elementare i compiti sono indispensabili per consolidare quanto studiato in classe. “Sono pochi gli apprendimenti che si verificano istantaneamente e si installano nella mente una volta per tutte. La maggior parte delle conoscenze, infatti, si ‘fissa’ attraverso l’esercizio”, dice Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell’età evolutiva. “Con l’insegnante si inquadra l’argomento, poi, a distanza di qualche ora o qualche giorno, a casa propria, lo si affronta di nuovo, approfondendo, rafforzando e stabilizzando quanto già acquisito”. Non solo. I compiti a casa sono un’occasione anche per accrescere l’autodisciplina e l’autonomia del bambino, per imparare a darsi dei tempi e a seguire delle regole, per sviluppare il senso del dovere e l’abitudine al lavoro.

Aiutarli o no?

Secondo gli esperti, i compiti sono una prova in cui i bambini devono misurarsi da soli. Spesso, invece, per affrettare i tempi o perché il bambino dice di non essere in grado di svolgerli, mamma e papà si sentono in dovere di aiutarli o, addirittura, di farli al posto loro. “Un errore - dice Lucangeli -. Il genitore deve stare vicino a suo figlio, gratificandolo quando riesce nel suo lavoro, ma senza sostituirsi a lui. Fin dai primi anni di scuola i ragazzi vanno abituati a studiare autonomamente, a andare alla ricerca di soluzioni. L’errore non deve far paura. Anzi, per l’insegnante è la prova che un determinato concetto non è stato capito e che, di conseguenza, l’alunno ha bisogno di ulteriori spiegazioni”.

Prima il piacere, poi il dovere

Se fare i compiti al posto dei figli è sbagliato, è però opportuno insegnare ai ragazzi il metodo. “Il ruolo dei genitori deve essere proprio quello di fornire loro le strategie necessarie per organizzarsi e affrontare questo grosso impegno quotidiano - spiega Oliverio Ferraris -. In questo modo si gettano le basi anche per lo studio futuro”. Ma quali sono le regole da trasmettere?

I genitori possono guidare e incoraggiare. Mai sostituirsi ai figli

Innanzitutto, i tempi. Al ritorno da scuola, è meglio lasciare che il bambino si rilassi, giocando o dedicandosi ad altre attività. “In questo modo si scarica la tensione accumulata nelle ore scolastiche e si lascia alla mente un tempo di ‘decompressione’ tra quanto imparato il mattino e quanto si andrà ad affrontare con i compiti. È importante, comunque, stabilire dei tempi e farli rispettare - suggerisce Oliverio Ferraris -. Per esempio, si decide che dopo il gioco e la merenda, si dedicano un’ora o due, a seconda delle esigenze, ai compiti. E questa regola va rispettata ogni giorno”. Fondamentale la concentrazione. Per scrivere un tema, leggere un brano, risolvere un problema, imparare a memoria una poesia bisogna non disperdere l’attenzione, non lasciarsi distrarre da stimoli esterni. Come la tv accesa: “Un’abitudine diffusissima e deleteria, che impedisce di riflettere e pensare”, dice l’esperta. “Imparare a concentrarsi è un esercizio indispensabile per i bambini di oggi, abituati ai tempi rapidi dei video giochi e degli spot pubblicitari e a una vita spesso frammentata e frenetica. Il compito rappresenta un obiettivo da portare a termine, resistendo alla tentazione di lasciarlo a metà”, spiega Oliverio Ferraris.

Ciò non significa che siano vietate le pause. Al contrario, un breve stacco tra un esercizio e l’altro allena a riacquistare di volta in volta la concentrazione.

Non li voglio fare!

In molte famiglie il momento dei compiti si trasforma in una vera e propria lotta. In un braccio di ferro tra ragazzi e genitori. Che si sentono in dovere di assumere il ruolo di “controllori” e infliggere castighi in caso di mancato svolgimento. Frasi come “niente tv per due giorni” o “non ti alzi dalla sedia finché non hai finito” sono un classico. “Ma questi metodi servono a poco o nulla o al massimo danno risultati brevi. E di certo non educano”, dice Lucangeli. Meglio lasciare che i figli si assumano le conseguenze della loro negligenza. “I genitori devono capire che andare a scuola senza aver svolto i compiti non è una tragedia ma, al contrario, può servire a sviluppare nei ragazzi il senso di responsabilità e di autonomia - aggiunge Oliverio Ferraris. - Piuttosto che obbligarli con ricatti e castighi meglio lasciare che se la vedano, il giorno seguente, con l’insegnante”. In ogni caso, se il momento dello studio a casa diventa abitualmente un dramma, occorre innanzitutto capire quali sono le reali motivazioni che spingono il bambino al rifiuto.

Una richiesta di coccole

La resistenza allo studio molto spesso va ricercata nell’incapacità di riconoscerne il senso. Se un bambino non capisce che cosa gli si chiede di fare o a che cosa serve, difficilmente si apllicherà con entusiasmo. Il genitore può cercare di dare un significato ai compiti accostando una lezione o una regola appresa a scuola con la vita di tutti i giorni. Per esempio: “Per fare questo dolce ci vogliono 300 g di farina, per farne quattro quanti chili di farina ci vogliono?” Se invece i compiti sono troppi o troppo difficili, occorre parlare con gli insegnanti. Altre volte il rifiuto può mascherare una richiesta di natura affettiva: il bambino vuole cioè “costringere” mamma o papà a dedicargli più tempo. Magari anche davanti a un libro.

(Articolo estratto da Focus Family, n. 1 - Maggio 2008)

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