Educazione

Adolescenti e prime uscite: 8 consigli ai genitori

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02 Settembre 2013 | Aggiornato il 25 Agosto 2017
Verso i 13 anni arrivano le prime pressanti richieste di autonomia. Come gestirle? Via libera a cinema, pizza con gli amici, feste a casa ... ma sempre con dei limiti chiari e la supervisione di un adulto. Parola di Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta e autore di numerosi saggi sugli adolescenti
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Una tappa obbligata nella crescita di un figlio, quando entra nell'adolescenza, è la richiesta di una maggiore autonomia. Che, spesso, si traduce, già a 13 anni, con la richiesta di uscire 'da solo'.

Come è più opportuno modulare le prime uscite serali di un ragazzino di questa età?

Con la chiara consapevolezza, prima di tutto, che non ne ha 18, e ha ancora bisogno di paletti da parte del genitore. A sostenerlo è Alberto Pellai, medico, e psicoterapeuta, ricercatore presso la l’Università degli Studi di Milano, autore di numerosi saggi (sul tema: E ora basta! Le regole per affrontare le sfide e i rischi dell'adolescenza, Kowalski Editore).

Ecco 8 consigli dell'esperto per affrontare in modo adeguato questa nuovo momento del (difficile) mestiere di genitore.

1. Prime uscite? Verifica (sempre) cosa vuole fare tuo figlio

Una regola sempre valida con un 13enne (che potrebbe quasi sembrare banale), secondo Alberto Pellai, è quella di verificare con attenzione cosa vuole fare, dove intende andare e con quali amici.

È altrettanto opportuno che i genitori si sentano per telefono in occasione di una festa a casa di un compagno in modo da monitorare il gruppo di coetanei.

2. Fuori 'da solo' sì, ma con dei limiti

Per lo psicologo, le uscite adeguate per un 13enne sono la pizza con gli amici, il cinema - e poi, magari, una sosta per un gelato o una bibita - la festa a casa degli amici...

“Se il ragazzino va, per esempio, a vedere un film, al primo o al secondo spettacolo, e desidera poi fermarsi con i compagni a bere una aranciata, è bene mettersi d'accordo per andare a prenderlo più o meno 30 minuti dopo la fine”, dice l'esperto.

3. Le regole vanno rispettate

In questa fase della vita del figlio, è molto importante che il genitore abbia una funzione di contenimento. “L'adulto deve fare con lui le 'prove di volo', - dice Pellai - monitorando le prime uscite. Questo significa anche abituare il ragazzo a rispettare gli orari e verificare, poi, al suo ritorno, se puzza di tabacco o che non sia ubriaco”.

 

 

4. Spiegare è meglio che vietare

Proprio intorno ai 13 anni, spesso, inizia la 'stagione' delle feste a cui ogni ragazzino sogna di partecipare. “In questo caso, quello che funziona è spiegare chiaramente al figlio quali sono le nostre aspettative come genitori”, dice lo psicologo.

In altre parole, più che elencare una serie di divieti, è importante dare un messaggio inequivocabile, per esempio: 'Se a casa di Marco, girasse una bottiglia di vino o di birra, io mi aspetto che tu non beva!'.

“È fondamentale ricordare - dice Pellai - che questa è l'età più delicata come hanno dimostrato le neuroscienze.

La parte del cervello che regola i percorsi non è ancora sviluppata, mentre quella delle emozioni funziona perfettamente. Per questo, nel periodo tra i 13-15 anni, i ragazzini cercano sensazioni forti, si mettono facilmente nei guai e, quindi, hanno bisogno del controllo di un adulto”, spiega il ricercatore.

5. Fare festa non significa avere la casa libera...

L'idea di sapere che il figlio è fuori con gli amici spaventa un po' molti genitori, mentre la classica festa in casa, spesso, appare una situazione più protetta e 'innocua'. E in effetti può esserlo (a casa propria o anche di altri amici), a patto che l'adulto non si dilegui per tutta la durata dell'incontro.

“In questa fascia d'età, il ragazzino non deve essere lasciato da solo, alla sbaraglio, neanche nel caso di una festa. Lasciare territorio completamente libero a un 13enne, come se ne avesse 18, può causare danni gravi.”, spiega lo psicologo.

Quando l'incontro avviene a casa sua, il giovane organizzatore deve sentirsi responsabile di quello che accade e sapere che ne risponderà, poi, ai suoi genitori.

“In questo caso, l'adulto può stare nei paraggi e dire al figlio che nel corso della festa si farà vivo un paio di volte per vedere che sia tutto a posto - afferma Pellai. Queste, forse, potrebbero sembrare manovre invasive ma non è così: il genitore ha il compito di monitorare un figlio 13enne. L'autonomia non coincide con la perdita di ogni freno inibitorio, una festa è una zona di divertimento e non di trasgressione”, afferma Pellai.

6. Zona 'franca': le uscite protette

Quando il 13enne frequenta associazioni sportive, club, boy-scout, oratori, palestre, e altre attività strutturate, il discorso un po' cambia. In questo caso, anche sul versante di iniziative e incontri serali, secondo Pellai, le regole del gruppo vanno bene. Se l'associazione sportiva, per esempio, organizza una serata per i ragazzi e chiude alle 23, basta mettersi d'accordo per andare a prendere il figlio a quell'orario.

7. La chiarezza non è mai troppa

Per ogni tipo di uscita serale (e anche più in generale), il genitore dovrebbe dire sempre, con estrema chiarezza, cosa si aspetta che il figlio faccia o no. Questo è un aspetto essenziale secondo l'esperto (che è anche padre di 4 figli). “Se il ragazzino tiene, per esempio, il cellulare spento tutta la sera - dice Pellai - e aveva invece concordato di fare una telefonata alle 22.30, non va bene, ha trasgredito una regola. Ma se non è stato detto in modo chiaro che i genitori si aspettavano una chiamata, la responsabilità non è sua, perché non lo sapeva. Secondo la ricerca, quando il figlio esce di casa, deve avere il genitore dentro di sé, in questo modo ha ben chiare le regole”.

8. Una regola d'oro con il 13enne? Parlare, parlare, parlare...

In questa fascia d'età, è importante fare un mondo di conversazioni, magari a tavola, su cosa vuol dire uscire da soli, discutendo di quali criteri adottare nelle diverse situazioni. Questa buona abitudine, caldeggiata dall'esperto, aiuta il 13enne a prendere, poi, decisioni rapide. Tra l'altro, come ricorda Pellai, la ricerca sui comportamenti a rischio (tabacco, droga, sesso promiscuo) ha dimostrato che averne parlato diffusamente in famiglia riduce il problema.

“Quello che funziona tanto è la simulazione nel corso della conversazione – dice lo psicoterapeuta. In sostanza, si può dire al figlio: 'Immagina di trovarti a una festa dove capita questo... tu cosa faresti?'. Un altro approccio efficace è partire da un film per domandare poi al ragazzino cosa avrebbe fatto lui. In questo modo, si sviluppa quello che si chiama in psicologia problem solving, la capacità di reagire e risolvere situazioni, che contribuisce ad aumentare il pensiero critico. Di fatto, questo se non lo si esercita, non si sviluppa bene”, conclude l'esperto.

 

 

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