Vaccinazioni

Vaccinazione HPV: perché ha senso farla anche nei maschi?

Di Valentina Murelli
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17 Settembre 2018
Perché è l'unico modo per interrompere la circolazione del virus e per proteggerli da alcuni tumori – rari ma gravi – provocati da HPV. Le spiegazioni del professor Pier Luigi Lopalco dell'Università di Pisa
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È stata una delle novità del Piano nazionale vaccini 2017-2019: l'estensione ai maschi della raccomandazione alla vaccinazione anti-HPV nel dodicesimo anno di età, prima prevista solo per le ragazzine.

 

È ancora presto per sapere come stia andando questa vaccinazione – offerta in modo attivo (le Asl dovrebbero inviare diretta comunicazione ai genitori degli interessati) e gratuito - ma i dati ci dicono che nel nostro paese quella femminile ha avuto finora decisamente poco successo. “Probabilmente per la paura (ingiustificata) di gravi effetti collaterali” commenta Pier Luigi Lopalco, epidemiologo e professore di igiene all'Università di Pisa, al quale abbiamo chiesto di rispondere alle domande più frequenti sul vaccino HPV per i maschi.

 

1. Il vaccino contro l'HPV è stato proposto come vaccino in grado di prevenire il tumore del collo dell'utero, che ovviamente è una malattia solo femminile. Perché allora ha senso vaccinare anche i maschi?


Per due motivi. Il primo è che se si vuole ridurre l'impatto di una malattia provocata da un virus che si trasmette da persona a persona bisogna vaccinare tutti: non solo le metà femminile della popolazione, ma anche quella maschile. Altrimenti il virus continua a circolare.

 

È la stessa strategia utilizzata contro il virus della rosolia, la cui infezione è rilevante soprattutto nella donna (in particolare se in gravidanza), ma contro il quale vengono vaccinati anche i maschi. In questo senso, credo sia stato un approccio comunicativo sbagliato quello di puntare tutto sul concetto di prevenzione del tumore della cervice uterina, anziché sul concetto di eliminazione del virus.

 

Ormai molti studi e modelli lo dimostrano senza ombra di dubbio: se non si vaccinano anche i maschi, la circolazione del virus nelle donne non si abbassa.

 

Ma c'è anche un secondo motivo, e cioè il fatto che anche nel maschio questa vaccinazione ha un significato protettivo diretto, rispetto al rischio di ammalarsi di tumori nei quali è coinvolto sempre HPV. Si tratta di tumori genitali (al testicolo), ma anche alla bocca, al faringe, alla laringe: forme poco frequenti, certo, ma anche molto gravi, e per le quali non esiste un test di screening, come esiste invece per il tumore del collo dell'utero.

 

Senza contare la protezione dalle verruche, i condilomi genitali, che per un ragazzo possono essere molto fastidiosi e avere ripercussioni psicologiche pesanti.

 

2. Esistono vari tipi di vaccino contro l'HPV: bivalente (contro i ceppi oncogeni 16 e 18, che da soli sono responsabili del 70% dei casi di tumore di collo dell'utero), tetravalente (che protegge anche da altri due ceppi non oncogeni), oppure 9-valente (che protegge da ulteriori cinque ceppi ad alto rischio tumorale). Quale vaccino usare nei maschi?


I vaccini sul mercato vanno tutti bene: al momento si sta diffondendo molto quello 9-valente, ma anche gli altri offrono un'ottima copertura, contro i principali ceppi ad alto rischio. Se la vaccinazione viene fatta nell'ambito del sistema sanitario pubblico sarà questo a scegliere, anche sulla base di dinamiche legate ai costi.

 

3. Siamo sicuri che i vaccini HPV siano sicuri anche nei maschi?


Sì: i dati disponibili confermano questa sicurezza. È vero che inizialmente la sperimentazione ha riguardato solo le femmine, ma da quando il vaccino ha ricevuto l'indicazione anche per i maschi sono state condotte sperimentazioni cliniche anche nei maschi, con esiti altrettanto positivi.

 

4. Nel nostro paese la vaccinazione anti-HPV per le femmine risulta decisamente poco amata, e il tasso di copertura si sta addirittura abbassando di anno in anno. Secondo lei perché?


È vero: è una vaccinazione straordinariamente poco accettata. In parte dipende dall'organizzazione dell'offerta vaccinale, che è forse ancora un po' “timida”. In effetti, i dati dicono che dove sono state fatte sperimentazioni di offerta attiva e ben organizzata – per esempio nelle scuole - l'adesione alla vaccinazione sale.

 

In parte, però, credo che questa situazione sia anche da attribuire a una grande – ma ingiustificata - paura di effetti collaterali. Contro questo vaccino è stata montata ad arte una grande campagna di disinformazione (partita dal Giappone e amplificata in alcuni paesi del Nord) che ha attribuito a questi farmaci il rischio di sviluppare dolore cronico, sindromi neurovegetative, problemi motori.

 

In realtà l'Ema, agenzia europea per i medicinali, ha effettuato un certosino lavoro di controllo e revisione di tutti gli studi effettuati e di tutte le segnalazioni di sicurezza arrivate dopo l'immissione sul mercato, escludendo questo tipo di effetti. Non che le persone che hanno fatto le segnalazioni non abbiano avuto i disturbi elencati, ma l'analisi delle circostanze non fa emergere alcuna correlazione di causa-effetto con la vaccinazione.