Nostrofiglio

Pianto

Bisogni o "capricci"? Come reagire al pianto del bambino

Di Valentina Murelli
pianto_bambino

15 Giugno 2016 | Aggiornato il 07 Marzo 2018
Un bambino che piange può mettere a dura prova e non sempre è facile capire perché sta piangendo e come rispondere. Ma una piccola indicazione può essere d'aiuto, soprattutto nella costruzione di un rapporto equilibrato con il piccolo: accogliere e legittimare quel pianto, qualunque regola si decida poi di dare al bambino.

Facebook Twitter Google Plus More

l bambino piange. Che si fa? C'è chi accorre subito, chi minimizza, chi tende a ignorare. Ma c'è un modo giusto per rispondere al pianto del bambino? Certo, molto dipende dalla situazione, dal contesto: se il piccolo piange per un bisogno irrinunciabile o per un desiderio non proprio fondamentale, se mamma e papà sono tranquilli e riposati o particolarmente stanchi e stressati, se in gioco ci sono regole da rispettare e così via.

 

"Di volta in volta le risposte potranno essere diverse. A patto però di partire da un presupposto: che con quel pianto, il bambino ci sta comunicando qualcosa e che dovremmo fargli capire che lo stiamo ascoltando". Parola di Maria Zaccagnino, psicologa e psicoterapeuta, co-direttrice del Centro EMDR per i disturbi alimentari di Milano ed esperta di teoria dell'attaccamento.

 

Perché il bambino piange
Spesso il pianto di un bambino ci manda in crisi. Eppure di per sé non è qualcosa di negativo, ma un segnale sano e naturale. "È il primo, essenziale strumento di comunicazione di cui dispone il bambino, e il suo significato cambia nel tempo" sottolinea Lavinia Barone, professore ordinario di psicologia all'Università di Pavia, dove dirige il Laboratorio per l'attaccamento e il sostegno alla genitorialità.

 

Per esempio, nei primi giorni dopo la nascita a scatenarlo sono soprattutto stimoli fisiologici o disagi fisici, come la fame, il freddo, il dolore. Mano a mano che passano i giorni, a queste ragioni si sommano anche bisogni psicologici, come quello di sentire vicini i genitori, in particolare la mamma. In questo senso si tratta di un comportamento di attaccamento, che ha il fine di garantire la vicinanza fisica delle figure di riferimento e protezione.

 

Fino alle 6-8 settimane di vita, dunque, il pianto è soprattutto un riflesso di bisogni primari. "Già a partire dai due mesi, però, le cose cominciano a cambiare, perché il bambino diventa più attivo nel contatto con mamma e papà" afferma Barone. In effetti, è il momento in cui i bebé cominciano a capire che possono modulare dei piccoli suoni, e quindi piangere in modo intenzionale, per attirare l'attenzione. Il pianto diventa quindi uno strumento per permettere a mamma e bambino di conoscersi meglio e di imparare a regolare a vicenda le proprie emozioni e interazioni.

 

Mano a mano che il bambino cresce, le cause che portano al pianto diventano sempre più articolate. "Intorno agli otto mesi, per esempio, può essere l'ansia di separazione dal genitore o la paura dell'estraneo" specifica Zaccagnino. "Verso l'anno e mezzo subentra la frustrazione, quando non riesce a fare quello che vorrebbe o non vede soddisfatti certi suoi desideri. E via via che crescono le capacità di giudizio e di percezione del mondo esterno, anche le ragioni del pianto si moltiplicano e dipendono per esempio dalle interazioni con altri bambini, o da emozioni come rabbia e tristezza".

 

Cosa fare quando il bimbo piange
A volte è facile capire perché un bambino piange: magari ha fame, e la mamma sa che basterà attaccarlo al seno o al biberon per calmarlo. Oppure è caduto e si è fatto male, o si è spaventato, e ha bisogno di essere soccorso e rassicurato.

 

 

Altre volte non è così semplice: piange perché ha fame, freddo o mal di pancia? O, se è un po' più grande, perché è triste, arrabbiato o deluso? Se, per esempio, mancano pochi minuti alla cena e lui piange disperatamente perché vuole a tutti i costi un biscotto, lo sta facendo perché ha davvero una fame irresistibile o perché ha una piccola voglia golosa? Come rispondere a queste richieste, diversissime tra loro?

 

"C'è un'unica, semplice, regola generale: la cosa davvero importante è accogliere il pianto per quello che è, cioè la manifestazione di una richiesta di comunicazione" afferma Zaccagnino.

"In questo senso, il pianto non andrebbe mai ignorato o minimizzato, ma dovrebbe sempre essere accolto. È importante far capire al bambino, con le parole, ma anche con i gesti, o con uno sguardo affettuoso, che ci siamo, siamo presenti e abbiamo capito che sta vivendo un disagio, anche se all'inizio non riusciamo a capire di che disagio si tratta. Già questo, in molti casi, aiuta a calmare la situazione".

 

La regola vale qualunque sia il disagio manifestato, che sia o meno fondamentale ai nostri occhi. "Se il piccolo piange perché è caduto (ma non si è fatto niente) o perché la nonna è andata via, sarebbe meglio evitare frasi come non piangere: non c'è motivo, o non c'è niente da piangere. Meglio riconoscere che c'è un disagio e accoglierlo: Ti sei spaventato perché sei caduto? Sei triste perché è andata via la nonna? Lo capisco". Tutto ciò insegna al bambino che può esprimere liberamente i suoi bisogni e le sue emozioni, perché c'è qualcuno disposto ad ascoltarli e ad accoglierli.

 

Attenzione, però: questo non significa che dobbiamo fare esattamente tutto quello che il bambino chiede. "Il punto essenziale della questione è trasmettere al bambino la sensazione che stiamo legittimando i suoi stati emotivi. Dopo di che risponderemo in modi differenti a seconda dell'età, della situazione, delle regole che vogliamo dare" spiega chiaramente Zaccagnino. "Se un bambino di un mese piange perché ha fame, dovremo cercare di soddisfare la sua richiesta. Se uno di tre anni piange perché vuole un cracker cinque minuti prima della cena e noi pensiamo che non sia giusto darglielo, gli diremo dolcemente che abbiamo capito la sua richiesta, ma che per varie ragioni - che cercheremo comunque di spiegargli - non possiamo soddisfarla". Pianto o non pianto.

 

Altre volte, invece, si tratterà di fargli capire che ci siamo, ma non possiamo accorrere immediatamente, il che poco alla volta può anche aiutarlo a imparare a gestire da solo i suoi bisogni. "Altro esempio: se un bambino di tre anni si sveglia di notte e piange perché non vuole stare solo, non dobbiamo per forza accorrere subito, come avremmo fatto quando aveva pochi mesi. Possiamo chiamarlo, fargli capire con dolcezza che l'abbiamo sentito, che siamo presenti e aspettare un attimo per vedere se riesce a calmarsi da solo" suggerisce Zaccagnino.

 

Il che, per essere espliciti, non significa giustificare il metodo Estivill, o tutti quei metodi che prevedono di lasciar piangere il bambino per tempi graduali e programmati, fino a che farà quello che desideriamo, come dormire tutta la notte senza disturbare. Significa però che non tutto è bianco e nero, che non bisogna per forza scegliere tra ignorare deliberatamente il bambino e precipitarsi sempre alla minima richiesta, ma che le situazioni vanno valutate caso per caso, momento per momento.

 

"I bambini sono ognuno diverso dall'altro, come lo sono i genitori: ciascuna famiglia deve trovare il proprio modo di interagire, che sia sensibile e rispettoso del bambino, ma anche delle regole che si intendono dare" sottolinea Barone. "La combinazione delle tante variabili in gioco può far sì che per arrivare a un certo risultato, per esempio far dormire il bambino da solo, si debbano mettere in atto strategie diverse a seconda del bambino. Alcuni, più sensibili, avranno bisogno di qualche cura e di un po' di pazienza in più, altri accetteranno di buon grado, molto presto, di essere lasciati da soli".

 

Cosa succede se lasciamo piangere i bambini
Ma che cosa succede se non si risponde al pianto del bambino? Se, in altre parole, lo si lascia a piangere in modo più o meno intenzionale per lunghi periodi? Ci possono essere conseguenze negative a lungo termine? Anche in questo caso, molto dipende dalle situazioni: se è qualcosa che "scappa" ogni tanto, ovviamente non ci sono problemi.

 

"Lo sappiamo tutti: siamo umani e fare il genitore è difficile, quindi può capitare a tutti di reagire male a un pianto, ignorandolo o dando una risposta alterata" afferma Zaccagnino. "Non è certo qualche situazione di questo tipo, che inevitabilmente capita, a compromettere l'equilibro del bambino". Il problema c'è se queste risposte inadeguate sono continue e ripetute.

 

"Se il pianto del bambino viene sistematicamente ignorato, a un certo punto lui smetterà di piangere, non perché ha effettivamente trovato un modo efficace per consolarsi da solo, ma perché ha imparato che nessuno risponderà alla sua richiesta" spiega Barone. "Ebbene, sappiamo che questo è un comportamento a rischio per il suo sviluppo futuro".

 

"Del resto - prosegue la psicologa - un pianto sistematicamente ignorato è in genere indice di una situazione generale di trascuratezza ed è questa che può essere rischiosa. Una condizione di vita in cui i bisogni del bambino vengono ignorati o trascurati in modo ripetuto è per lui fonte di grande stress, paragonabile a quello che può essere vissuto a causa di eventi traumatici come un lutto importante in famiglia. E ci sono ormai molti studi che mettono in relazione uno stress prolungato del bambino nei suoi primi anni di vita a un aumento del rischio di sviluppare, anche da adulto, malattie fisiche e psicologiche, come allergie o malattie autoimmuni, depressione, disturbi del comportamento alimentare".

 

 

Guarda anche il video su come calmare il pianto del bambino