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Cosa si nasconde dietro al bullismo?

di Sara De Giorgi - 12.11.2019 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Cosa c'è dietro il bullismo? Lo abbiamo chiesto a Fabrizio Spagnol, autore del libro Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa (Meltemi Editore), che ci ha spiegato le cause all'origine del bullismo, identificabili nella fine di quella legge simbolica attraverso cui il ragazzo diventava gradualmente un essere umano responsabile e appartenente alla comunità. L'autore ci ha offerto anche sei consigli pratici per prevenire il bullismo.

Perché esistono il bullismo e il cyberbullismo e chi sono i cosiddetti "bulli" e le loro "vittime"? Quali dinamiche sono presenti dietro questo fenomeno di cui oggi si parla tanto e che sembra essere in costante aumento?

Ne abbiamo parlato con il filosofo Fabrizio Spagnol, che conduce gruppi di formazione a orientamento psicodinamico, nel campo della salute e della scuola, e tiene seminari su questioni come il burnout e il bullismo. Autore del libro Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa (Meltemi Editore), Spagnol ci ha spiegato le cause all'origine del bullismo, riassumibili nel concetto di "sgretolamento del Maestro", o meglio nella fine di quella legge simbolica attraverso cui il ragazzo diventava gradualmente un essere umano responsabile e appartenente alla comunità. Per affrontare una situazione che sta diventando sempre più delicata e insostenibile, occorre, secondo l'autore, fare luce sul clima sociale di prepotenza sempre più invasivo, nel quale bulli e vittime agiscono inconsapevolmente.

Il libro “Cosa si nasconde dietro il bullismo”

Fabrizio Spagnol ci ha raccontato che l’idea del libro è nata in occasione di un ciclo di incontri da lui condotti, nel 2018, insieme alla psicoanalista dott.ssa Linardos in una scuola di Ostia che, come è noto, è una zona molto colpita dal fenomeno del bullismo.

«Quando cominciai ad occuparmene, dal mio angolo di visuale filosofico mi resi subito conto che la maggior parte dei testi dedicati a questo argomento avevano un approccio specialistico e direi semplicistico, tipico dei paesi anglosassoni, proponendo come unica soluzione pillole didattiche e schede d’intervento buone per tutti, che non tenevano conto del carattere complesso».

«A mio parere, senza perdere la specificità della problematica, occorre liberarsi della crosta delle rappresentazioni comuni e delle facili etichette che servono solo a rassicurare, altrimenti non si potrà comprendere né la natura e né le cause del bullismo, che prima di essere giovanile riguarda lo stile di vita della nostra epoca, e dunque il mondo degli adulti (basti pensare a fenomeni come lo stalking, il mobbing o la pornografia)».

Cosa è accaduto al principio di autorità?

«Sono partito dall’evidenza dell’ultima declinazione della crisi del principio di autorità, ossia l’evaporazione della figura del “maestro”, la crisi cioè dell’idea stessa di formazione come un processo che presupponga la subordinazione ad un educatore. Quando il processo formativo è pensato solo in funzione dell’acquisizione delle competenze utili siamo ormai al tramonto della pedagogia. Negli ultimi decenni i dispositivi psico-sociali (che io chiamo “Macchine” e che regolano il sistema educativo, la trasmissione intergenerazionale, i processi di identificazione, il desiderio e l’apprendimento) operano in modo da produrre strutture di personalità narcisistiche.

«Qui io mi riferisco a qualcosa che non ha più tanto a che fare con le categorie della psicopatologia, quanto con ciò che viene a definire una nuova antropologia, sempre più polarizzata tra vincenti e perdenti, vittime e persecutori. In Totem e tabù Freud ci dice chiaramente che al fondo di tutto c’è un padre irrazionale. Quando si parla come oggi di crisi d’autorità ci si riferisce all’ideale, al padre simbolico, e in questi casi riemerge quell’altro padre lì, sempre pronto a far sentire la sua voce. Basta vedere il Narciso dei nostri tempi, che non è più disposto a riconoscere un’autorità incarnata, con cui entrare in dialogo, quanto piuttosto un’autorità che si presenta in forma anonima: l’autorità dell’efficienza, l’autorità tecnica e produttiva dell’amministrazione che richiede soggetti docili».

«Da una parte abbiamo questa forma contemporanea di autorità, dall’altra si cresce sul modello di ciò che si è stati per la madre, quando ci si cullava nel proprio immaginario. Ora che il futuro non offre nessuna garanzia, e che il padre non rappresenta più un modello ideale, il bullismo come esibizione di virilità diventa un modo per ristabilire chiari e ordinati rapporti di forza messi in discussione dai cambiamenti sociali (famiglie mononucleari, riequilibrio dei rapporti di potere fra uomo e donna)».

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Lei parla di "fine dell’alleanza delle generazioni". In che modo ciò avrebbe portato i ragazzi a una perdita completa di valori?

«L’incremento generalizzato del benessere e l’allungamento della vita individuale hanno portato le persone a non curarsi più dell’alleanza tra le generazioni. E un mondo adulto sempre più autoreferenziale riduce la possibilità per i nuovi arrivati di proiettarsi nel futuro».

«Ogni epoca ha i suoi valori che fanno capo alla “volontà di potenza”, alle diverse strategie con cui in ogni epoca uomini e donne cercano di potenziare la loro vita. Oggi questa potenza si esprime per lo più attraverso il successo e il denaro, l’essere-ammirati, l’essere-visibili, divenuti i soli generatori simbolici di tutti i valori, al di fuori dei quali non ci si può sentire vivi, al limite neanche si esiste. Se manca la funzione del padre-modello a cui aspirare e dal quale essere guardati, vengono meno le differenze e la verticalità, allora ovunque domina la relazione a specchio. E questo è un effetto desoggettivante e conformistico della logica simbolica del Mercato che ci vuole tutti uguali, accomunati dagli stessi desideri preformati. Così, ciò che all’inizio aveva promosso la cultura della realizzazione personale, ha finito poi per avere un effetto di annichilimento sul desiderio con la sua funzione strutturante e vitale».

«La nuova configurazione storico-sociale si è eretta sul sistematico sfruttamento di una volontà di potenza, che si è atomizzata negli appetiti individuali e automatizzata nel circuito della valorizzazione produttiva La vera sfida del futuro è riuscire a dare un nuovo senso alla volontà di potenza, organizzandola all’interno di strutture a rete, win win e non come ora a somma zero».

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Sarebbe l’invidia la causa del bullismo?

«Quella del bullo è la fisiologia dell’uomo contemporaneo nell’epoca del capitalismo finanziario e della società dello spettacolo, sospeso in un’adolescenza infinita e proprio per questo disabitata, che non trova nella società né un contenitore né un vero spazio di ascolto. Oggi si cresce tutti come figli unici (anche se si ha fratelli), e il bullismo ha a che fare con i complessi che si sviluppano sul piano della fratellanza, e soprattutto nell’adolescenza quando si rimette tutto in gioco».

«Quando non può più essere interiorizzata la funzione del padre a prevalere è la concezione “mimetica” del desiderio: il desiderio si stacca dall’oggetto e il massimo del desiderio diventa desiderare il desiderio di un “altro” che è uguale a me, come avviene tra fratelli, tra due compagni di scuola, o tra colleghi al lavoro. E se l’oggetto conteso non è condivisibile, l’altro si trasforma in rivale e in un ostacolo per l’appropriazione dell’oggetto. Poiché il desiderio, in ultima istanza, è un desiderio di pienezza d’essere, dalla rivalità si passa presto all’odio e dall’odio alla violenza».

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Lei definisce l’adolescenza una “crisi nella crisi”: cosa intende?

«L’adolescente ha il compito evolutivo di crescere e di costruire la sua identità. Dopo l’età infantile, deve ristrutturare un’immagine di sé che non può più fondarsi solamente sull’identificazione famigliare, perché ora deve fare il pieno ingresso nella società dei pari. La condizione in cui si trova è per definizione ambigua, tra il puerile e l’adulto, tra contestazione e appartenenza, per non parlare della sua identità di genere».

«Dal punto di vista psichico oscilla tra stati di frammentazione e immagini unificate di sé che dovrebbero essere via via più evolute. Come dico, crescere comporta l’irruzione dell’”eterogeneo” (Dioniso) che interrompe l’auto-rispecchiamento dell’ambiente famigliare. Ma oggi, più che un ripensamento dello stile di condotta infantile, l’adolescenza sembra esserne una conferma, perché la cultura attuale non riesce a proporre simbolizzazioni (significati) che non siano quelle del mercato. L’unica forma di conflitto, o meglio di scontro, è con un altro me, un rivale che rappresenta una minaccia alla mia immagine».

«La rivalità aggressiva si scatena quando c’è una “classe errante” che non ha una collocazione chiara in seno alla comunità né una fiducia di poterla ottenere nel futuro, perché la società non offre a chi ha bisogno di sperimentarsi un contesto strutturante in grado di porre dei limiti che non siano soltanto quelli dell’illegalità. L’espressione “crisi nella crisi” sa di due negazioni che si elidono, e così si rimane dentro una crisi che non ha possibilità di evolvere, e allora si cristallizza. Così nasce il fenomeno del bullismo».

Chi è il bullo? E quali sono le caratteristiche della vittima?

«Bullo e vittima sono due facce della stessa medaglia, per cui spesso ci si ritrova a fare il bullo dopo essere stato vittima e viceversa; oppure in certi contesti sei bullo, in altri vittima; insomma una condizione ambigua, “dionisiaca”, naturale nella fase di crescita, che però tende a radicalizzarsi. Quando il nodo che teneva uniti Edipo, Narciso e Dioniso si scioglie, le relazioni si polarizzano, le persone o si amano o sia odiano. Narciso che rappresenta il massimo del ritiro entro sé e il massimo di alienazione, perché si ama la propria immagine che però è scambiata per l’altro e non viene riconosciuta come immagine di sé (lo strano paradosso è che il narcisista è chi non riesce ad esserlo davvero). Questa struttura si replica in tutti i rapporti, al lavoro, in amore ecc. Tutto subisce un’accelerazione, allora bisogna assumere ed esibire anticipatamente comportamenti adulti maschili».

«Inoltre la condizione di vittima e l’indignazione per i dolori patiti dalle persone stanno tornando a radicarsi nel sentire comune, perché dal punto di vista economico-sociale si indeboliscono gli apparati di garanzia e aumenta lo sfruttamento. E così l’identità di vittima sembra l’unica strada per ottenere solidarietà, altrimenti c’è il rischio dell’esclusione da qualunque forma di protezione, e chi rimane fuori rischia di diventare il nuovo capro espiatorio di una violenza latente che il sistema tende a produrre».

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Come risolvere situazioni difficili legate al bullismo?

«La filosofia non dà propriamente soluzioni ma aiuta a porre i problemi all’altezza di ciò che accade, definisce l’orizzonte a partire da cui si possono trovare le possibili soluzioni. Le ricette date dall’esperto possono valere per l’emergenza, ma qui ci vuole uno sforzo comune tra tutte le categorie interessate. Quando il disagio non è da attribuire al singolo individuo, ma questi è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive, di progetti e di legami affettivi soddisfacenti, allora è innanzitutto sulla cultura che bisogna agire. Per risolvere situazioni difficili ci vuole autorevolezza, che ormai richiede esemplarità, un’invenzione contingente».

«Ho cercato di dare dei punti di riferimenti, come ad esempio:

  • il fatto che gli adulti possano esprimere curiosità verso il mondo degli adolescenti, capaci di aiutarli e di reggere quel dolore che un tempo è stato il loro;
  • e poi la nozione cardine di responsabilità, depurata di tutti i moralismi, che significa essere presenti al proprio tempo, in grado di impegnare il futuro;
  • oppure ricordando l’importanza dell’apprendimento finalizzato a costruire immagini mentali con le quali simbolizzare le turbolenze tipiche della crescita».

Consigli pratici per genitori, perché possano educare al rispetto i ragazzi e prevenire il bullismo

  1. «Fate in modo che venga creata una nuova alleanza tra tutti gli "agenti educativi", cioè tra insegnanti, genitori e figli e tra figli-fratelli».
  2. «Poi aiutate i giovani a sperimentare la propria rabbia, in modo che poi siano capaci di modularla».
  3. «Abituate i ragazzi a non esigere il proprio soddisfacimento in modo univoco e immediato, promuovendo forme aperte di dialogo».
  4. «Educate i figli come se avessero tanti fratelli, evitando la saturazione della mancanza con il potere feticistico dell’oggetto di consumo».
  5. «Offrite loro dei modelli di identificazione inclusiva e uno spazio mentale di elaborazione simbolica, perché dietro al bullismo c’è sempre una sofferenza che vuole essere ascoltata».
  6. «Accompagnate i giovani nella scoperta del proprio desiderio che è ciò che li rende unici e insostituibili».

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