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Linguaggio

Che cosa può fare un genitore se il figlio balbetta?

Di Simona Regina
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05 Giugno 2018 | Aggiornato il 10 Ottobre 2018
La balbuzie è un disturbo evolutivo del linguaggio che insorge in età prescolare. Ecco alcuni consigli per le mamme e i papà per intercettare i campanelli di allarme e comunicare serenamente con il proprio figlio che balbetta senza ingigantire il "problema" e aumentare il disagio

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Parlare può essere un’impresa tutta in salita per chi tra una parola e l’altra inciampa, esita, torna indietro o ripete involontariamente alcune sillabe prima di riuscire finalmente a formulare la parola intera. Insomma, balbetta.

 

La balbuzie, come indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità, è caratterizzata da alterazioni del ritmo della parola (le cosiddette disfluenze) per cui chi ne soffre, pur sapendo esattamente cosa vorrebbe dire, non riesce a concludere la frase se non dopo ripetuti arresti, ripetizioni o prolungamenti di suoni. Le parole, insomma, non vogliono venir fuori. E non è questione di volontà o distrazione.

 

La balbuzie è un disturbo evolutivo del linguaggio che insorge precocemente: mediamente intorno ai 3 anni, l’esordio coincide dunque con lo sviluppo delle abilità linguistiche” spiega Simona Bernardini, psicologa e psicoterapeuta specializzata in balbuzie, coautrice di “Balbuzie: assessment e trattamento” e curatrice (insieme ad altri colleghi) dell’edizione italiana della “BAB - Batteria per l'assessment cognitivo-comportamentale ed emotivo della balbuzie” (Erickson).

 

L’inizio della balbuzie, come indicato dall’Istituto Superiore di Sanità, si manifesta dunque durante lo sviluppo del linguaggio che ha luogo, in genere, tra i due e cinque anni di età, quando il bambino passa dalla pronuncia di poche parole all’uso di frasi più complesse. Successivamente, la balbuzie diminuisce gradualmente fino a scomparire completamente, nella maggior parte dei bambini, durante il processo di crescita; ma alcuni, tuttavia, continuano a balbettare.

 

“Se trascorsi sei mesi dai primi segnali di balbuzie, le disfluenze permangono – puntualizza Bernardini –, consiglio di rivolgersi al medico. Anche perché la balbuzie può avere un grosso impatto emotivo sulla quotidianità: le relazioni interpersonali, il percorso scolastico, l’autostima”. E prima si interviene, meglio è. 

 

Quali sono i campanelli di allarme

 

1 La tipologia delle disfluenze

 

“Tutti quanti siamo disfluenti ma non tutti balbuzienti” spiega Bernardini. In altre parole in età prescolare, è fisiologico che il discorso sia a volte interrotto da esitazioni e ripetizioni di sillabe e di parole. "Ma se tutto ciò è accompagnato da evidente tensione fisica muscolare, avviene con molta frequenza e persiste nel tempo, meglio parlarne con il medico  per vedere se siano presenti anche altre tipologie di disfluenze che caratterizzano la balbuzie. La differenza sta dunque nella tipologia, nella collocazione e nella frequenza delle disfluenze che interrompono il normale fluire delle parole”. 

 

Alcune disfluenze tipiche della balbuzie sono:

  • ripetizioni di sillabe, di parti di parole, di suono
  • ripetizioni (es:m-m-mare) e prolungamenti (es: mmmmmareavvengono più frequentemente all’inizio della frase e della parola
  • blocchi nell’articolazione delle parole (i suoni o le parole restano come bloccati nella bocca)

“Blocchi, prolungamenti, ripetizioni di suono e, nei piccoli, di sillabe o parole monosillabiche superiore a 3 unità sono un primo campanello di allarme” spiega Bernardini. "In altre parole un bimbo balbuziente dirà "pa-pa-pa-pane" invece di "pa-pane" se prendiamo come esempio la ripetizione di sillaba iniziale, e potrebbe dirlo con evidente sforzo".

 

 

2 I comportamenti secondari

 

“I bambini già in età prescolare sono consapevoli di far fatica a parlare e possono adottare dei comportamenti di 'sblocco', cioè cercano di far qualcosa quando la parola non esce per farla venire fuori: come battere i piedi, distogliere lo sguardo” racconta Bernardini.

 

Questi comportamenti sono secondari alla balbuzie, e vengono messi in atto volontariamente dal bambino per cercare di superare le difficoltà di parlare in modo fluente. Alcuni esempi:

  • chiusura di uno o tutti e due gli occhi oppure rapidi battiti di ciglia mentre si parla
  • tremolio delle labbra
  • dondolamento generale del corpo sui piedi o della sola testa
  • irrigidimento dei pugni
  • gesticolazione eccessiva
  • schiarirsi frequentemente la gola
  • innalzamento, a tratti, nel tono della voce
  • darsi o dare colpi con una mano (sulla gamba, sul tavolo, sul banco di scuola)

3 Il disagio

 

La consapevolezza di fare fatica a parlare e di balbettare e il disagio associato possono innescare situazioni di evitamento, cioè il bambino cerca di evitare situazioni in cui deve parlare e in cui possa emergere la sua difficoltà a parlare in modo fluido.

 

4 La familiarità

 

“La familiarità è un altro campanello di allarme – il fatto cioè che in famiglia ci sia qualcuno che ha balbettato – perché la balbuzie si trasmette per via genetica ereditaria” riferisce Bernardini.

Studi di genetica hanno infatti evidenziato che una certa predisposizione alla balbuzie può avere carattere ereditario con una probabilità in qualche modo maggiore nei maschi.

“I bambini sono più colpiti delle bambine: indicativamente il rapporto è di 3 a 1” dice Bernardini.

 

Che cosa può fare un genitore se la figlia o il figlio balbetta?

 

Se si accorge che qualcosa non va, il consiglio è di non far finta di niente ma rivolgersi al medico per poter intervenire precocemente. “Tanto prima infatti inizia l’intervento specifico per la balbuzie, tanto maggiore è la probabilità di successo. Quindi – raccomanda Simona Bernardini – se un genitore si rende conto che il proprio figlio ha alcune delle caratteristiche sopra indicate dovrebbe rivolgersi al medico”. Per la diagnosi è necessaria la valutazione di più specialisti: il medico foniatra, il neuropsichiatra infantile, lo psicoterapeuta specializzato in balbuzie e il logopedista che poi accompagnerà il bambino nel percorso riabilitativo.

 

La valutazione specifica per la balbuzie consiste nella “somministrazione di una serie di test, al bambino e alla famiglia, per definire l’entità del problema (da lieve a molto grave), valutare il disagio che prova il bambino che balbetta e le modalità comunicative  del genitore, per indicare di conseguenza quali possono essere utili e quali al contrario possono costituire un ostacolo alla risoluzione del problema”.

 

È importante infatti che mamma e papà quando parlano con il proprio figlio o con la propria figlia che balbetta

  • non mettano fretta ma lascino il tempo adeguato affinché possa esprimersi nonostante le esitazioni
  • non si sovrappongano per consentire di completare autonomamente la frase
  • non completino la frase al posto suo
  • ascoltino senza mostrare fretta o insofferenza
  • non interrompano perché hanno già capito cosa intende dire
  • parlino lentamente per favorire l’acquisizione del linguaggio ancora in corso d’opera.
  • non dicano “cerca di parlare bene”, “concentrati”, “fai un bel respiro”, “non parlare così”, perché non farebbero altro che sottolineare la sintomatologia, e “la balbuzie – ribadisce Bernardini – non è una perdita volontaria di controllo, il bambino sa cosa dire ma non riesce a parlare”.

Insomma è importante che durante ogni conversazione in famiglia non venga sottolineato e ingigantito il problema, e piuttosto si consolidi l’abitudine di parlare uno alla volta.

Per saperne di più:

Balbuzie – ISSalute

Se il bambino balbetta – Ospedale Pediatrico Bambino Gesù

Stuttering in Toddlers & Preschoolers: What’s Typical, What’s Not? –  the American Academy Pediatrics

Stuttering - National Institute on Deafness and Other Communication Disorders from National Institutes of Health

The stuttering foundation 

 

A scuola, cosa possono fare gli insegnanti?

 

A scuola i bambini e le bambine che balbettano rischiano più degli altri di essere oggetto di prese in giro e atti di bullismo, allora è fondamentale che gli insegnanti vigilino affinché mettano subito a tacere eventuali derisioni da parte dei compagni.
 

Inoltre, “le maestre possono tranquillizzare il bimbo che balbetta e quindi fa fatica a esprimersi oralmente, spiegandogli che la balbuzie non influirà sulla sua valutazione perché sarà valutato il contenuto di ciò che dice e non come lo dice” consiglia Bernardini. “È importante inoltre – continua – che gli insegnanti manifestino interesse quando parla nonostante il bambino presenti episodi di balbuzie" Insomma, nonostante il suo discorso non fluisca senza interruzioni e intoppi. "E, come già suggerito ai genitori, anche le maestre dovrebbero evitare di dire all’alunno che balbetta “respira”, “pensa bene a cosa dire prima di parlare”, ecc. perché non serve a nulla se non a sottolineare la sua difficoltà e alimentare ulteriore disagio. Piuttosto gli concedano il tempo necessario senza mettergli fretta”.
 

Al fine di creare un clima accogliente, è importante che facciano rispettare i turni comunicativi durante le discussioni in classe, per evitare che gli altri gli parlino sopra, perché il bambino che balbetta fa più fatica, ha bisogno di più tempo. Insomma, è bene che ciascuno rispetti il proprio turno di parola.
 

“E se riscontrano prese in giro e derisioni da parte dei compagni, non devono far finta di niente ma coinvolgere tutta la classe in una riflessione sull’importanza del rispetto”.
 

D’altro canto, conclude Bernardini, “il percorso terapeutico del bambino che balbetta prevede anche un supporto emotivo affinché impari a far fronte alle prese in giro e a vivere con un minor impatto emotivo emozioni nocive quali tristezza o rabbia”. Anche con l’arma dell’ironia e dell’autoironia.