Matematica e bambini

Come sbloccare il potenziale matematico dei bambini

Di Irma Levanti
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5 giugno 2020

Cinque suggerimenti per aiutare i bambini a cogliere il senso profondo della matematica e a sviluppare il loro potenziale per la disciplina. Perché la bravura in matematica non è un dono che solo alcuni hanno e altri no.

Una delle convinzioni più pericolose rispetto all'apprendimento della matematica è l'idea che la bravura in questa disciplina sia un dono: qualcosa che alcuni hanno dalla nascita e altri no (e allora è inutile tentare di capirci qualcosa di più). Niente di più sbagliato per Jo Boaler, docente di educazione matematica alla Stanford Graduate School of Education, che in un articolo pubblicato a maggio sul sito della Parents League of New York riassume alcuni risultati scientifici che hanno contribuito a smontare questo falso mito. Indicando allo stesso tempo 5 ambiti sui quali lavorare per sbloccare il potenziale matematico di ciascun bambino.

 

1 Convincersi che tutti gli studenti possono raggiungere risultati di alto livello in matematica

 

Secondo Boaler è quanto sostengono gli studi di neuroscienze sulla plasticità neuronale e la capacità del cervello di modificarsi in modo significativo in breve tempo. "Questi studi indicano che con un buon insegnamento, i giusti stimoli e messaggi, ma anche il duro lavoro e la pratica costante ogni bambino può raggiungere risultati di alto livello".

 

Eppure è esperienza comune osservare bambini più veloci di altri nell'afferrare concetti matematici. "È perché durante l'infanzia hanno avuto più opportunità per stabilire connessioni cerebrali e allenare il cervello. Ecco perché – sottolinea Bolaer – è ancora pùi importante che agli studenti 'mediocri' siano dati ancora più incoraggiamento e opportunità".

 

2 Lavorare sull'atteggiamento mentale dei bambini

 

Secondo un famoso best seller pubblicato nel 2006 dalla psicologa americana Carol Dweck dell'Università di Stanford, ciascuno di noi guarda alle proprie abilità e potenzialità con un particolare atteggiamento mentale. C'è chi ha un atteggiamento dinamico, basato sulla convinzione che le capacità intellettuali possano migliorare, e chi invece ha un atteggiamento statico, basato sull'idea che date certe abilità di partenza non si possa fare poi molto per migliorarle.

 

I risultati di alcuni studi hanno messo in correlazione il tipo di atteggiamento mentale con certi comportamenti che possono avere un profondo impatto sull'apprendimento. Per esempio, chi ha una mentalità dinamica tende a soffermarsi più a lungo sui problemi "difficili", ad apprezzare le sfide, a vivere gli errori in modo positivo, mentre chi ha una mentalità statica tende a evitare o abbandonare presto le sfide e detesta fare errori. Ma sono proprio i comportamenti del primo tipo a permette di far crescere le competenze e farle diventare più solide.

 

Ecco perché, secondo Boaler, è importantissimo che gli insegnanti aiutino bambini e ragazzi a sviluppare atteggiamenti mentali di tipo dinamico. E lo stesso – aggiungiamo – possono fare anche i genitori a casa, per esempi evitando frasi del tipo "Sei proprio come la mamma, di matematica non capisci niente" (per altro tipicamente rivolte più alle femmine che ai maschi).

 

3 Comprendere che l'errore è fondamentale per l'apprendimento

 

Lo dice anche il proverbio: sbagliando si impara. E invece in genere l'errore è decisamente mal visto e addirittura "punito", il che implica un fraintendimento di fondo sulla natura stessa della matematica. Che non è fornire la risposta giusta a un esercizio, ma trovare soluzioni creative a un problema: soluzioni che per definizione contemplano la possibilità di errore.

 

Non significa che gli esercizi non servano o che alle domande di questi esercizi si possa rispondere a caso, ma che andrebbe potenziata la possibilità di sperimentare, a scuola, che fare matematica non è tanto dare risposte agli esercizi quanto imparare a ragionare. Prevedendo che in questo apprendimento ci sia posto per l'errore. A questo proposito, Bolaer ricorda che anche le neuroscienze sottolineano l'importanza dell'errore: alcuni studi mostrano infatti un'attività cerebrale più intensa nel cervello di persone che stanno commettendo errori rispetto a persone che offrono subito risposte giuste.

 

Anche a casa comunque si può stimolare questo atteggiamento di ragionamento. Come aveva dichiarato a nostrofiglio.it Pietro Di Martino, esperto di didattica della matematica dell'Università di Pisa, basta spronare i bambini a essere curiosi (in tutti i campi), a porre domande senza stancarsi se sembrano ingenue e a proporre – argomentandole – le loro risposte, senza fornirne di preconfezionate.

 

4 Dissociare la pratica della matematica dal concetto di velocità

 

Quante volte passa l'idea che lo studente migliore in matematica sia quello che arriva più velocemente alla risposta giusta? Anche in questo caso, niente di più sbagliato. Come ha ricordato il matematico Laurent Schwartz, vincitore della Medaglia Fields (il "Nobel" della matematica) nel 1950, "l'importante è capire profondamente le cose e le relazioni che hanno le une con le altre. Il fatto di essere lenti o veloci nel farlo è del tutto irrilevante".

 

Senza contare che fare pressione sulla velocità di esecuzione è il modo migliore per generare stress e raramente lo stress aiuta a migliorare abilità e potenzialità matematiche.

 

5 Fare attenzione ai messaggi che si passano ai bambini

 

Molti studi, sottolinea Bolaer, indicano il potere che le parole degli insegnanti hanno nel plasmare le convinzioni degli studenti sulle proprie competenze e potenzialità. E lo stesso accade con i genitori. Un esempio pratico: se vogliamo commentare il fatto che un bambino ha svolto correttamente un'addizione è sempre meglio puntare sul riconoscimento del processo che su un giudizio sulla persona. Meglio evitare frasi come "Wow hai risolto l'addizione, come sei intelligente" a favore di frasi come "E' molto bello che tu abbia imparato come addizionare i numeri".

 

Dire a un bambino che è intelligente può farlo sentire gratificato sul momento, ma può essere controproducente sul lungo periodo, perché la prima volta che si troverò davanti un compito che non riesce a risolvere penserà di se stesso di non esserlo affatto.