IN CARCERE

Come vivono i bambini in carcere

Di Alice Dutto
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26 settembre 2018
Sono 62 i bambini che vivono con le loro mamme detenute. Sono tanti, troppi. E questo nonostante la legge italiane sia una delle più avanzate sul tema. Ma per applicarla mancano i fondi che non si trovano. Risorse che se utilizzate potrebbero - forse - prevenire tragedie come quella avvenuta nel carcere di Rebibbia

Nelle carceri italiane alla fine di agosto 2018 si contavano 52 madri e 62 bambini. «Di questi la metà è ospitata negli Icam, istituti di custodia attenuata per le madri: si tratta a tutti gli effetti di carceri, ma con un regime detentivo più leggero e a misura di minori. Gli altri vivono invece in sezioni speciali in alcuni dei cinque reparti penitenziari delle carceri femminili presenti sul territorio nazionale» spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale della Fondazione Antigone, l'associazione che da oltre venti anni si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale e penitenziario.

 

 

Numeri inaccettabili

 


Anche se si registra un leggero aumento, i numeri dei bambini che vivono in carcere sono in linea con quelli degli anni precedenti. «Sono comunque sempre troppi: anche un solo bambino in carcere non è accettabile al giorno d'oggi» dichiara Lia Sacerdote, presidentessa dell'associazione bambinisenzasbarre, impegnata nella tutela dei bambini figli di persone detenute.

Questo soprattutto considerando che la legge italiana è una delle più avanzate in materia, prevedendo misure alternative al carcere per le madri con figli. «Purtroppo ciò che dice la norma rimane spesso lettera morta, perché non sono state previste le coperture finanziarie necessarie alla sua attuazione» fa notare Marietti.

 

 

Che cosa prevede la legge

 

L'articolo 11 dell'Ordinamento penitenziario, che regola le carceri in Italia, prevede che: «Alle madri è consentito di tenere presso di sé i figli fino all'età di tre anni. Per la cura e l'assistenza dei bambini sono organizzati appositi asili nido».

Con la legge Finocchiaro, la numero 40 del 2001 (pubblicata simbolicamente l'8 marzo), si è tentato di tutelare di più il rapporto madre e figli introducendo la “detenzione domiciliare speciale”. Questa prevede per le donne con prole di età inferiore ai 10 anni la possibilità di scontare la pena presso il proprio domicilio, o in altro luogo di privata dimora, ovvero in luogo di cura, assistenza o accoglienza.

«La misura alternativa fu però concessa in pochi casi, perché prevedeva che il magistrato valutasse che non sussistesse "un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti" e "la possibilità di ripristinare la convivenza con i figli". Molte donne però erano senza fissa dimora e quindi la misura è stata riconosciuta raramente».

 

 

 


Si è tornati sul tema nel 2011 con la legge numero 62, che ha previsto "l'aumento da tre a sei anni dell'età del bambino al di sotto della quale non può essere disposta o mantenuta la custodia cautelare della madre in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza" e, in quest'ultimo caso, che si disponesse la custodia cautelare della madre di un bambino di età non superiore ai sei anni in un Icam e che l'esecuzione degli arresti domiciliari degli stessi soggetti avvenisse, ove possibile, in una casa famiglia protetta.

«La norma però non ha previsto un bilancio per questa iniziativa, demandando tutto agli enti locali che però non ci hanno mai pensato. E oggi le case famiglie protette che sono state istituite sono solo due, una a Milano e una a Roma».

Se il tentativo di tenere i bambini fuori dalle carceri in Italia non ha funzionato del tutto, grazie alle nuove norme si sono però drasticamente ridotti i casi di separazione forzata, che prevedeva il distacco di mamma e bambino una volta compiuti i tre anni.

 

 

Come vivono i bambini in carcere

 

Nei casi in cui non sia possibile applicare le misure alternative al carcere, sono due le possibilità in cui si possono trovare i bambini con le loro mamme: o sono ospitati all'interno degli Icam, istituti di pena in cui è previsto un regime speciale che tiene conto della loro presenza (i muri sono colorati e non ci sono sbarre né armi, né uniformi); o vivono all'interno dei reparti penitenziari femminili in sezioni speciali rinominate “nidi” (a oggi sono pochissimi quelli ancora in funzione), come quello di Bollate o di Rebibbia.

«In quello di Rebibbia – racconta la coordinatrice nazionale dell'associazione Antigone – c'è un corridoio con varie stanze: ogni letto ha accanto una culla in modo che durante la notte mamma e bambino dormano vicini; in più c'è un cucinotto per scaldare il biberon o la pappa e poi c'è un giardinetto a uso esclusivo con scivoli e giochi per i piccoli».

I bambini che vivono con le mamme in carcere sono a tutti gli effetti degli individui liberi: se accompagnati, possono entrare e uscire liberamente dal carcere; ogni giorno vengono portati negli asili esterni agli istituti penitenziari e ci sono volontari che si occupano di portarli fuori di tanto in tanto. «Tuttavia, data la situazione famigliare, spesso problematica, accade spesso che i bambini abbiano poche occasioni d'uscita e vivano come fossero dei detenuti» sottolinea Lia Sacerdote.

 

 

 

 

Le conseguenze sui bambini

 

«L'ambiente del carcere impedisce ai bambini di acquisire un linguaggio e una libertà che sono alla base del loro sviluppo: è semplicemente un luogo non adatto alla loro crescita» sostiene la presidentessa dell'associazione bambinisenzasbarre.

Questo anche perché incide sul benessere psicofisico della madri. «Ed è proprio attraverso le madri che i bambini vengono a contatto con il mondo: se la mamma è in una situazione di privazione, ansia e angoscia, ci saranno sicure ripercussioni».

Ciò non significa che i piccoli cresciuti in carcere siano destinati a diventare dei delinquenti: «Sicuramente hanno affrontato grandi difficoltà affettive, ma questo non vuol dire che la loro strada sia segnata, soprattutto se sono aiutati da dei presidi di protezione».

 

 

Quale futuro per i bimbi in carcere?

 

Dobbiamo lavorare sulla riduzione del danno e sul potenziamento degli strumenti alternativi

 

Carta dei Diritti dei bambini figli di detenuti