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Disturbi dell’apprendimento: la differenza tra disturbo e difficoltà

Di Giorgia Fanari
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14 Settembre 2016
Aumentano in Italia i bambini afflitti da disturbi specifici dell’apprendimento. Ma si tratta sempre di disturbi? Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Padova ed esperta di psicologia dell’apprendimento, ci spiega la differenza tra disturbo e difficoltà.
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«Le diagnosi di DSA negli ultimi anni, nelle sue varie forme, sono notevolmente aumentate»: secondo il Ministero dell’Istruzione, sarebbero 187mila i soggetti afflitti in Italia da disturbi specifici dell’apprendimento, in tutte le sue forme. 109mila soffrirebbero di dislessia, 39mila sarebbero affetti da disgrafia, 47mila da disortografia e 42mila da discalculia. 

Ma si tratta davvero sempre di disturbi? Ne abbiamo parlato con Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Padova ed esperta di psicologia dell’apprendimento. Il monito della docente: fare attenzione a distinguere disturbi da difficoltà che possono essere migliorate con il tempo e con gli strumenti adeguati. 

 

Distinguere i “disturbi” e le “difficoltà”

«Il fatto che sia aumentato il numero di diagnosi relative ai disturbi dell’apprendimento è da una parte un segno positivo, perché indica una conoscenza più profonda e una maggiore attenzione al problema che permette di far emergere anche quanto fino ad oggi era rimasto sommerso. D’altra parte, si rischia di fare confusione sui modelli di riferimento: si applicano infatti anche ai bambini modelli della psicopatologia propri della clinica adulta. Bisogna invece fare un’importante distinzione e capire che da un lato ci sono i disturbi veri e propri, dall’altro ci sono difficoltà legate al processo evolutivo del bambino. In quest’ultimo caso si tratta non di psicopatologie diagnosticabili, ma di fatiche e difficoltà su cui si può intervenire per tempo. È necessario quindi riconoscere la patologia ma non “patologizzare” ciò che è, invece, educabile. I genitori devono essere quindi aiutati, dagli esperti e dagli insegnanti, a non confondere sintomi che potrebbero essere simili, ma che hanno cause, conseguenze e bisogni del tutto diversi».

 

Lavorare con il bambino fin dalla tenera età 

«È dunque necessario lavorare con il bambino da subito, sin da quando è piccolo, soprattutto quando si riconoscono dei segnali come difficoltà nel fare i calcoli o nella lettura. I domini dell’apprendimento sono innati e proprio nei primi anni di vita esprimono il massimo del loro potenziale: per questo, se si notano tempi lenti nell’evoluzione, come ad esempio un ritardo nel distinguere i numeri o nel costruire strutture grammaticali adeguate, è importante intervenire con una strategia educativa mirata che rieduchi le funzioni verbali e numeriche. Ai bambini che non vengono accompagnati durante la loro fase evolutiva, mancheranno in seguito delle basi fondamentali: quello che si costruirà poi su debolezze di questo tipo sarà naturalmente fragile». 

 

Quando fare la diagnosi

«Non si possono fare diagnosi corrette se non dopo aver accertato la resistenza da parte del bambino all’aiuto e al trattamento con metodologie di miglioramento nella fase di sviluppo: per distinguere il disturbo dalla difficoltà è infatti necessario osservare e valutare la resistenza al trattamento. Quando si è in presenza di difficoltà, con le strategie di insegnamento corrette e mirate le capacità del bambino migliorano significativamente. Nel disturbo, invece, continua a esserci una condizione non adeguata alle caratteristiche dell’età. 

 

A ogni modo, prima degli 8 anni non è possibile fare una diagnosi: giunti a questa età, se il problema è stabile e non si sono riscontrati miglioramenti neanche con gli interventi e gli aiuti adeguati, allora si può procedere alla diagnosi. Il rischio invece è quello di avere tanti “falsi positivi”, poiché si procede direttamente alla diagnosi senza aver prima provato a potenziare le capacità del bambino o averlo affiancato durante il suo sviluppo cognitivo». 

 

Sviluppo del sistema educativo per aiutare la formazione dei bambini 

«Proprio per evitare diagnosi sbagliate e riconoscere la distinzione tra disturbo e difficoltà sarebbe fondamentale che si sviluppasse un sistema educativo e pediatrico in grado di sensibilizzare anche i genitori nell'osservazione dei processi evolutivi dei bambini. Ma soprattutto, va fatta una grande formazione a livello scolastico: il sistema scuola è la più potente forma di aiuto su cui investire per il potenziamento delle funzioni».

 

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«È necessario lavorare con il bambino da subito se si riconoscono segnali come difficoltà nel fare i calcoli o nella lettura». | Pixabay