Gioco

L'importanza del gioco per “imparare” le emozioni

Di Valentina Murelli
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29 ottobre 2018 | Aggiornato il 2 dicembre 2019
Attraverso il gioco i bambini entrano in contatto con le emozioni in un contesto “protetto”. Ma quali sono le emozioni messe in campo durante il gioco, e come aiutare i bambini a esplorarle? Riflessioni e consigli del pedagogista Antonio Di Pietro.

 

 

Divertimento, entusiasmo, eccitazione, ma anche preoccupazione, paura, a volte perfino noia: non c'è gioco che non si accompagni a una o (più spesso) più emozioni.

 

“D'altra parte il gioco, che rappresenta sempre qualche piccolo frammento di 'commedia umana', è proprio il mezzo con il quale i bambini imparano a esplorare e conoscere il mondo, e dunque le emozioni, proprie e altrui”. Parola di Antonio Di Pietro, pedagogista ludico, al quale nostrofiglio.it ha chiesto di illustrare alcuni aspetti fondamentali della relazione tra gioco ed emozione, partendo da un'analisi delle più comuni attività ludiche dell'infanzia.

 

 

Gioco a due, con mamma e papà

 


“Pensiamo ai giochi ai due che i genitori fanno con i loro figli piccoli, come il cavallino sulle ginocchia, il battimani, le storie con le dita” racconta Di Pietro, che è anche presidente del gruppo di ricerca sul gioco dei Cemea, Centri di esercitazione ai metodi dell'educazione attiva. “Sono giochi che si fanno 'a tu per tu', a stretto contatto fisico, e nei quali si sperimenta una forma di comunicazione basata sulla capacità di ciascun giocatore di mettersi in ascolto delle emozioni dell'altro”.

 

 

 

“Se mamma e papà modulano il proprio comportamento in sintonia con le '

 

reazioni emotive del bambino, per esempio arrestando i saltelli sulle ginocchia se lo 'sentono' teso e sfuggente, o intensificandoli se lo vedono ridere entusiasta, quello che accade rinforza una relazione basata sull'ascolto delle emozioni. Avere consapevolezza dell'importanza del dialogo emotivo'fra adulto e bambino durante i giochi a due può risultare per un figlio un buon esempio da mettere in pratica anche in contesti al di fuori di quelli ludici”.

 

 

Gioco simbolico

 


Altro esempio è il gioco simbolico, uno di quelli più praticati dai bambini fino a cinque/sei anni, nel quale il bambino può anche decidere quale emozione mettere in scena e in quale ruolo recitare. “A volte – racconta Di Pietro - mettono in scena loro stessi: facciamo che io ero il bambino e tu (rivolto alla mamma) la mia mamma, oppure facciamo che io ero la sorellina piccola e tu (rivolta al fratello grande) il fratello grande. In questo modo possono ripercorrere emozioni che hanno provato in particolari situazioni, magari la rabbia durante una lite, oppure la gelosia per il fratellino appena nato, o la gioia per un regalo”.

 

“Altre volte in questo 'far finta di...' i bambini giocano a mettersi nei panni degli altri: facciamo che ero la maestra, che ero il papà, e durante il gioco può capitare di fare il papà triste o felice, la maestra arrabbiata o serena". Anche se da fuori può sembrare semplice, si tratta di un esercizio molto complesso di esplorazione dell'universo emotivo, nel quale il bambino, imitando, formula interpretazioni proprie e personalizzazioni di situazioni ed eventi che può avere vissuto o che immagina.

 

Spesso le emozioni esplorate con queste finzioni sono molto forti, ma il fatto di arrivare a "toccarle con mano" in una cornice che è quella del gioco, che può essere spezzata in ogni momento, aiuta a non farsi coinvolgere troppo. Se il coinvolgimento comunque arriva – per esempio quando il bambino che gioca ad essere arrabbiato si arrabbia davvero, o la bambina che sta facendo la pecora inseguita dal nonno-lupo comincia sul serio a spaventarsi - basta interrompere il gioco per recuperare il controllo.

 

 

Cucù e nascondino

 


Anche il nascondino è uno dei giochi più praticati, e lo è per una lunga fase della vita: i bambini cominciano a sperimentarlo da piccolissimi, a partire dal “Cucù/Bubù settete" (dove l'adulto nasconde il proprio volto), e possono farlo fino all'adolescenza. “Qui l'emozione maggiormente in gioco può essere relativa a una delle paure più grandi che si possano provare, quella di essere abbandonati, di rimanere da soli".

 


"I bambini amano 'toccare' questa paura attraverso il gioco, perché la dimensione ludica aiuta proprio a 'gestire' un' emozione così forte”, spiega il pedagogista. E quando la paura diventa troppo forte si possono mettere in atto delle strategie per uscire dal gioco: “Pensiamo al bambino intorno ai due anni che chiama la mamma dal suo nascondiglio per paura di non essere più trovato, oppure si nasconde sempre al solito posto, o esce allo scoperto dopo pochi minuti”.

 

 

L'importanza del “clima emotivo”

 


Le emozioni chiamate in causa dal gioco non sono solo quelle direttamente evocate dal gioco stesso, ma anche quelle legate al modo in cui ogni singolo bambino lo vive individualmente, anche in base alla propria storia di vita, e in relazione agli altri.

 

Saltellare sulle gambe del papà dovrebbe suscitare gioia, ma può scatenare insofferenza se in quel momento il bambino non ne ha voglia. Far finta di avere paura può sfociare in una paura vera, e qualunque gioco che preveda vinti e vincitori, oppure una performance (cantare, fare un disegno o un esercizio fisico), può generare delusione e frustrazione nel bambino che perde o che non si sente all'altezza.

 

 

 

Anche questo entro certi limiti “fa parte del gioco”. L'importante è che i partecipanti – a partire dai genitori, quando ci sono – cerchino sempre di mantenere un clima emotivo adeguato, ludico.

 

“Se la domanda è come possiamo aiutare i bambini a esplorare le emozioni attraverso il gioco la prima cosa da fare è partire dalla consapevolezza che ci sono giochi che possono suscitarne alcune più di altre, dove i bambini le mettono in scena o che mettono 'faccia a faccia' le emozioni del bambino con quelle dell'adulto. Quindi bisognerebbe considerare di pari importanza i giochi condotti quanto quelli autonomi".

 

"E siccome giocare vuol dire anche suscitare l'inaspettato, allora giocare significa ascoltare anche le emozioni inattese. E a seconda dei casi, possiamo nominarle, descriverle e condividerle, tenendo di conto che più si è piccoli e più le emozioni si agiscono”.

 


“Le emozioni ludiche (quelle che si vivono nel gioco e per gioco) permettono di ricordare un'esperienza in modo positivo anche se non è andata proprio come si voleva. Non a caso, se un gioco dove va tutto storto si svolge in un clima ludico sereno e positivo, quel gioco verrà comunque rifatto". Se invece scattano critiche, giudizi, commenti negativi e così via, diminuisce la motivazione a riprovarci. Il che per altro vale anche in contesti diversi da quello del gioco.

 

"Proviamo a immaginare cosa può significare educare (e insegnare) con un atteggiamento ludico (anche se non stiamo facendo un gioco). Per esempio: anche un inevitabile errore può essere affrontato con il sorriso. O per lo meno lontano da un clima emotivo appesantito dal (pre)giudizio e dal senso di colpa. Quando c'è il timore di sbagliare nei bambini diminuisce la motivazione a riprovarci. Di fronte a un clima giudicante, punitivo e che impaurisce chiunque si bloccherebbe”.