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I pediatri di famiglia: più cautela nell’uso di smartphone, tablet e PC

Di Sara Sirtori
tecnologia.600
14 novembre 2019
Il Simpef (sindacato pediatri di famiglia), durante la conferenza sull’impatto di strumenti e tecnologie digitali sullo sviluppo neurologico, ha evidenziato i rischi dell’eccessiva esposizione alla tecnologia nelle fasi più critiche della vita, sottolineando l'importanza del ruolo del pediatra nell'educare e sensibilizzare le famiglie su questo tema.

Quali sono i rischi dell’eccessiva esposizione alla tecnologia nelle gestanti, nei primi anni di vita dei bimbi, e negli adolescenti?

 

 

 

Secondo i dati preliminari di un’indagine condotta dal Simpef (sindacato pediatri di famiglia) è emerso che nella fascia d’età 8-13 anni, 7 bambini su 10 sono connessi e 2 navigano liberamente senza controlli da parte dei genitori.

 

Fondamentale il ruolo del pediatra di famiglia: quest'ultimo ha le competenze e gli strumenti per educare e sensibilizzare le famiglie, agendo come “avvocato del bambino”, nell’affermazione del principio di precauzione nell’esposizione alle moderne tecnologie digitali.
 

La ricerca, condotta il 2016 e il 2018 su quasi 8 mila preadolescenti di età compresa tra gli 8 e i 13 anni, aveva lo scopo di valutare l’età di primo utilizzo delle tecnologie, le modalità di accesso agli strumenti informatici, la frequentazione di internet e dei social media.

 

Lo smartphone è risultato essere lo strumento informatico più utilizzato, seguito da tablet, playstation e computer.

 

L’uso che si fa di questi strumenti è navigare in internet, fare ricerche scolastiche, scaricare musica e videogiochi, chattare e vedere video.

 

Meno di 1 intervistato su 2 dichiara di usare lo smartphone anche per telefonare. E’ emerso inoltre che l’età di primo utilizzo sia in media di 9 anni per i maschi e di 10 anni per le femmine nella rilevazione del 2016, e di meno di 8 anni in quelle del 2017 e 2018.

 


Luigi Greco, pediatra di famiglia a Bergamo e autore di questa indagine preliminare, ha presentato i dati di questa ricerca presso il convegno “Digitale sì, digitale no, gli effetti del digitale sul neurosviluppo” organizzato dal Sindacato medici pediatri di famiglia (Simpef).

 


Commenta Rinaldo Missaglia, Segretario nazionale Simpef:

 


«Questi primi dati impongono alcune riflessioni. Innanzitutto, testimoniano la diffusione pressoché ubiquitaria di queste tecnologie presso i nostri piccoli assistiti. Ciò deve fungere da stimolo per ognuno di noi a conoscere professionalmente quali possano essere i rischi derivanti dall’esposizione e dall’uso degli strumenti che se ne avvalgono. Ci troviamo di fronte, infatti, a qualcosa di indubbia utilità, se opportunamente utilizzato per corrette motivazioni e con appropriate tempistiche, ma il cui uso inappropriato è in grado di minare la salute, soprattutto in particolari epoche dello sviluppo. Mi riferisco, in particolare, ai rischi biologici, derivanti da un’eccessiva esposizione al loro funzionamento, particolarmente rilevanti nei primi mille giorni di vita, quindi sin dallo sviluppo nel grembo materno, ai rischi per la sfera cognitiva e comportamentale, e, non ultimi, quelli educativi e sociali, da tenere in seria considerazione nel periodo che tecnicamente indichiamo come “secondi mille giorni di vita”, coincidente con le fasi centrali dell’età adolescenziale. In altre parole, sarebbe raccomandabile massima attenzione già durante la gestazione.»

 

Come sottolinea Ernesto Burgio, pediatra ed esperto di epigenetica, membro del consiglio scientifico di ECERI (European Cancer and Environment Research Institute):

 


«È importante diffondere una corretta consapevolezza circa i rischi e le potenzialità di queste nuove e potenti tecnologie digitali tra genitori e addetti ai lavori ossia insegnanti, psicologi, pediatri di famiglia. Ci troviamo, infatti, di fronte a tecnologie che possono interferire sia direttamente, attraverso i campi elettromagnetici, sia indirettamente sullo sviluppo del cervello e del sistema psico-neuro-endocrino in periodi di vitale significato.»


Daniela Lucangeli, professore di Psicologia dello sviluppo all’Università di Padova afferma:

 


«Esiste ormai letteratura scientifica significativa che dimostra come un’esposizione eccessiva e duratura agli smartphone, soprattutto negli organismi in via di sviluppo, possa rivelarsi alquanto pericolosa per la programmazione epigenetica di cellule, tessuti e organi. Inoltre, tanto nell’ambito dei disturbi del neurosviluppo, che sono in grande aumento in tutto il Nord del mondo, in particolare quelli di spettro autistico, quanto nell’ambito di patologie infiammatorie e tumorali, la ricerca può aiutarci a comprendere i meccanismi patogenetici potenzialmente connessi a questa esposizione. Per quanto concerne gli effetti di ambito psicologico e sociale è sempre più evidente che l’utilizzo eccessivo di questa tecnologia possa determinare stati di vera e propria dipendenza, soprattutto se l’esposizione inizia nelle prime fasi della vita. Difficile dire oggi quanto l’abuso di queste tecnologie possa aver influito sull’aumento dei disturbi d’ansia, ossessivo-compulsivi, dell’umore, sulla depressione giovanile documentato negli Stati Uniti e in molti paesi europei. È evidente che i pediatri sono e saranno sempre di più in prima linea, avendo la possibilità di agire nell’ambito delle famiglie per limitare l’uso della telefonia mobile e del digitale nelle prime età della vita e come “avvocati del bambino” perché si utilizzi il principio di precauzione.»

 

Infine, Monica de’ Angelis, pediatra di famiglia a Milano, Responsabile scientifico del Dipartimento formazione Simpef, evidenzia l’importanza del pediatra di famiglia:

 


«Il pediatra di famiglia è oggi il primo referente dei genitori, quando si parla di salute del bambino e dell’adolescente. È la persona che conosce la storia del ragazzo e può essere il primo ad intercettarne le problematiche. Il nostro desiderio di aggiornamento è concreto e la conferenza che abbiamo organizzato è stato solo un primo passo in quella che vorremmo essere una fattiva collaborazione con i ricercatori, per formare i pediatri di famiglia su un tema di stringente attualità, in modo che possano, con i propri consigli, rendere maggiormente consapevoli anche i genitori»