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Bisogni educativi speciali: cosa sono e cosa fare se mio figlio ha una diagnosi BES

di Stefano Padoan - 25.01.2022 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Cosa fare se mio figlio ha una diagnosi BES? Vietato rassegnarsi e smettere di scommettere sulle capacità di vostro figlio. Il vostro obiettivo è condurlo all’autonomia

Bisogni educativi speciali: cosa sono e cosa fare se mio figlio ha una diagnosi BES

A volte le fatiche scolastiche derivano da una serie di problemi di natura diversa: disturbi specifici dell'apprendimento, bisogni educativi speciali, diagnosi neuropsichiatriche, patologie che comportano certificazioni legate alla legge 104. Come orientarsi in queste sigle e come affrontare queste diagnosi con il proprio figlio? Per quanto sia difficile da immaginare, in questo caso è ancora più importante favorire la progressiva autonomia del bambino: parola della psicoterapeuta Marina Zanotta, autrice del libro "A fare da soli si impara" (BUR, 2021).

In questo articolo

BES e DSA: cosa sono e che differenza c’è

Con BES e DSA ci si riferisce a in entrambi i casi a determinate fasce di studenti che necessitano di un piano di apprendimento individualizzato, ma con caratteristiche molto diverse: «I Bisogni Educativi Speciali - spiega l'esperta - sono un concetto pedagogico che porta l'attenzione su alcuni ragazzi e ragazze poiché vivono in condizioni di fatica emotiva legata a problematiche a livello familiare, svantaggio sociale, culturale, economico o linguistico o derivanti da patologie significative ma non sufficienti alla diagnosi di una condizione di disabilità (es. ansia o depressione, disturbi del comportamento)». I Disturbi Specifici dell'apprendimento sono invece condizioni di natura neurologica che vanno ad intaccare il percorso dell'apprendimento in alcune aree specifiche: «Letto-scrittura (disgrafia, disortografia, dislessia) e/o area logico-matematica (discalculia). La presenza di uno o più di questi disturbi, che devono essere diagnosticati da un'equipe sanitaria, presuppone la necessità di strutturare un percorso scolastico ad hoc, come regolamentato dalla legge 170 del 2010».

BES individuazione

Anche se di uso comune, diagnosi è un termine improprio per i BES che appunto non hanno una natura medica: «Più corretto parlare di individuazione, che può avvenire in qualsiasi momento del percorso scolastico proprio perché i Bisogni Educativi Speciali non sono legati a fattori relativi al processo di apprendimento, ma altresì a cause esterne in grado, purtroppo, di influenzarlo in negativo: un bambino con un comportamento oppositivo necessita di attenzione individualizzata anche alla scuola materna (se è lì che emerge il suo disturbo); se ciò non avviene potrebbe arrivare alla scuola primaria con una manifestazione comportamentale importante che gli impedirebbe di riuscire ad avere i livelli di attenzione necessari e di rimanere, così, indietro fin da subito con conseguenze gravi sia sui livelli di apprendimento sia su autostima e autoefficacia. La stessa cosa può valere per bambini che vivono separazioni familiari particolarmente turbolente, vittime di maltrattamento domestico, famiglie non italiane in cui il gap linguistico e culturale è molto alto».

DSA diagnosi

I DSA, invece, non possono essere diagnosticati fino al compimento degli 8 anni di età o fino all'ingresso nella classe 3 della scuola primaria: «Questo non vuol dire che non si manifestino prima, ma che deve essere lasciato ai bambini il tempo necessario per crescere, mettersi alla prova e cogliere le effettive richieste della scuola primaria prima di gridare al disturbo dell'apprendimento. Se è vero che alcune fatiche nel riconoscere fonemi e grafemi, abbinare numeri e quantità, o ancora scrivere in modo molto disordinato possono essere campanelli d'allarme di uno o più dei DSA, è altrettanto vero che non tutti i bambini che manifestano quanto sopra lo siano!».

Ogni bambino ha tempi di maturazione e di apprendimento che sono unici e non sono prevedibili a priori; prima il bambino deve poter valutare le sue eventuali fatiche e provare, con il supporto di maestre e genitori, a trovare la strada migliore. «Se, alla fine della seconda elementare, le difficoltà iniziali sono rimaste invariate o addirittura peggiorate, allora si può procedere con l'iter diagnostico corretto. L'eventuale diagnosi DSA comporta la presenza di uno o più dei disturbi elencati che sono in grado di influire sul COME un alunno apprende, ma non hanno a che fare con il livello di intelligenza di un bambino né sono predittori di un futuro andamento scolastico negativo».

Bambini BES e autonomia

Sia i bambini con diagnosi BES sia i bambini con diagnosi DSA possono raggiungere, nel tempo, la piena autonomia nello studio e nella vita quotidiana, purché di fianco a loro ci sia un mondo adulto in grado di supportarli e aiutarli a costruire i loro strumenti specifici di apprendimento e gestione delle richieste scolastiche: «Per questo motivo è fondamentale la predisposizione di un Piano Didattico Personalizzato efficace e mirato sui punti di forza, sulle difficoltà dell'alunno e sull'attribuzione degli strumenti compensativi e dispensativi necessari e segnalati dagli specialisti al momento della diagnosi. Soprattutto è importante che il PDP non rimanga solo un bel documento scritto, ma che venga anche rispettato dagli insegnanti (soprattutto dalle scuole medie in su, dove alcuni docenti etichettano queste difficoltà come "scuse per non studiare"). Sia gli alunni con indicazione BES, sia quelli con DSA possono aspirare ad un percorso scolastico e lavorativo soddisfacente, poiché una diagnosi simile non preclude in nessun modo la possibilità di frequentare corsi di formazione di alto livello».

Come affrontare una diagnosi BES

Come arrivare a una diagnosi BES

  • Osservateli. Nel momento in cui un bambino manifesta fatiche nell'apprendimento, la cosa migliore da fare è porsi in ascolto e in osservazione sua e di quello che gli succede.

  • Lavorate in squadra. È fondamentale fare gioco di squadra tra genitori e insegnanti di classe e di sostegno, con l'aggiunta degli specialisti (neuropsicologo, psicotereapeuta, Tutor DSA, neuropsichiatra, educatore) qualora fossero necessari.

  • Non accusateli di negligenza. Non classificate vostro figlio come "svogliato" o "distratto": «Non dovreste etichettarlo mai, poiché rimandano un giudizio sulla persona, a maggior ragione sono da evitare prima di aver accertato le cause delle difficoltà. Mai negare l'evidenza di una difficoltà emergente o già strutturata. Importante, invece, sostenere il bambino e riconoscere legittima la fatica nell'apprendimento, rimandandogli che il mondo adulto si prenderà il tempo necessario per valutare le sue difficoltà e trovare il modo migliore per aiutarlo».

BES: come parlarne con vostro figlio

BES: come parlarne con vostro figlio

Ai bambini si può e si deve dire tutto, chiaramente con le parole e con i concetti adatti all'età; quindi è necessario non mentire né sminuire il significato delle loro fatiche.

  • Abbiate fiducia in lui. «Ditegli che gli adulti se ne sono accorti e che lo aiuteranno e lo affiancheranno affinché possa sentirsi capace e soddisfatto del proprio percorso scolastico».

  • Non è sbagliato. Ciascuno di noi è diverso dagli altri e questo non vale solo per il colore dei capelli, ma anche per le esperienze di vita (nel caso dei BES) o per il modo di apprendere (DSA): «Questo non li rende "sbagliati", ma unici! Come unici e arricchenti saranno gli educatori o strumenti compensativi di cui dovranno eventualmente avvalersi».

  • Non rassegnatevi. Adagiarsi sulla frase "ha questa diagnosi" etichetta il bambino in una categoria di mortifera immobilità e lo costringe a subire la rassegnazione di coloro che hanno il compito di educarlo e formarlo alla vita. «Mai come in questi casi è necessario invece sfidare il concetto di limite e scommettere sulla capacità del bambino di crescere, migliorare e rendersi autonomo. Il concetto da trasmettere è "ce la puoi fare", altrimenti l'autostima sarà minata alla base».

BES 3 consigli su cosa fare

  1. No al "fai-da-te". Esistono linee guida ministeriali e pedagogiche precise che gli esperti comunicano e concordano con le scuole fin dal momento della diagnosi.

  2. Favorite l'autonomia. Lavorate affinché conoscano gli strumenti a loro disposizione ed imparino ad usarli in modo autonomo e personalizzato, facendo sempre leva su ciò che loro conoscono di loro stessi, dei loro punti di forza e delle loro difficoltà: «Gli schemi di supporto alle materie di studio, per esempio, verranno proposti inizialmente dall'insegnante, affinché il bambino comprenda cosa siano e come utilizzarli al meglio; se ciò avviene dalle terza/quarta elementare, poi sarà invece l'alunno a dover imparare a costruire i propri schemi/mappe, anche aiutandosi con un computer/tablet, in base alla materia e al proprio stile di apprendimento (immagini/parole chiave/mappe/schemi/diagrammi/riassunti). All'adulto rimarrà il compito di supervisionare il lavoro ed eventualmente aiutare l'alunno a raddrizzare il tiro o reperire il materiale necessario. A partire dalle scuole superiori, l'alunno dovrebbe essere pienamente autonomo nella costruzione del materiale di ausilio allo studio senza aspettarsi che sia il professore a costruirlo per lui».

  3. L'importanza delle figure adulte. L'adulto gioca un ruolo fondamentale tanto quanto gli strumenti compensativi: «Se un professore si oppone all'utilizzo degli strumenti necessari o un genitore si mette di traverso e svaluta o rifiuta l'idea che il proprio figlio ne abbia oggettivamente bisogno, lavorerà al contrario. Si causeranno effetti negativi sulla costruzione di autostima, autoefficacia, percezione di competenze degli alunni con queste diagnosi e si contribuirà a fenomeni quali l'abbandono scolastico, emersione di disturbi di ansia/depressione e autosvalutazione da parte di questi ragazzi».

L'intervistata

Marina Zanotta (www.dottoressazanotta.it) è psicologa e psicoterapeuta dell'età evolutiva e dell'adulto. Responsabile di Brucaliffo, area materno-infantile di Associazione Alice Onlus, si occupa del coordinamento di progetti di formazione e prevenzione del maltrattamento in età evolutiva, formazione e sostegno della genitorialità e della formazione e supervisione a docenti, educatori e psicologi. È autrice di "A fare da soli si impara" (BUR, 2021) e "Stiamo calmi!" (BUR, 2020).

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