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Metodo Bruno Munari: cos'è, come funziona e quali sono le principali caratteristiche

di Stefano Padoan - 13.06.2023 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Con il Metodo Bruno Munari i bambini sono lasciati liberi di sperimentare senza paura, per crescere stimolando creatività e autoapprendimento.

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Metodo Bruno Munari: cos'è e come funziona

L'apprendimento dei più piccoli è spesso condizionato dagli schemi degli adulti, che pensano già di sapere come vanno fatte le cose. Questo determina il fatto che talvolta l'adulto si approccia al bambino per insegnare a lui un qualcosa, e tende a considerare meno il fatto che, in talune occasioni, potrebbe creare le condizioni affinché il bambino stesso le possa scoprire. Si toglie così spesso spazio alla sperimentazione, alla creatività, allo sviluppo di pensiero critico e problem solving. Il Metodo Bruno Munari è invece l'arte della scoperta: una metodologia didattica che, attraverso proposte di attività molto concrete, è uno stimolo all'osservazione che si trasforma in una sorta di "ginnastica mentale", considerando il gioco come esperienza educativa ed artistica. Silvana Sperati, ricercatrice, didatta e formatrice nonché presidentessa dell'Associazione Bruno Munari ce ne illustra i principi.

Considerato uno dei massimi esponenti del design e dell'arte del Novecento, Bruno Munari (1907 - 1998) fu una personalità poliedrica, definita "leonardesca" da Pablo Picasso. "Quello che so fare è cercare di risolvere dei problemi" era solito dire. «Questa sua dote la mise al servizio dell'infanzia, fortemente convinto che fosse essenziale investire sul futuro» racconta Sperati. «Osservando i bisogni del figlio Alberto nacquero alcune delle sue intuizioni senza tempo: la collezione cosiddetta dei "Libri del 45" - oggi diffusi in tutto il mondo - e la scimmietta Zizi, il primo giocattolo interattivo snodabile e manipolabile dai bambini che vinse il Premio Compasso d'oro 1954». Risalgono invece al 1977 i primi laboratori per bambini presso la Pinacoteca di Brera a Milano. «Qui non chiedeva ai bambini di riprodurre un'opera, cosa che crea inibizione e frustrazione. Permetteva loro di sperimentare la tecnica, come per esempio giocare con segni e forme sentendosi liberi di provare».

Cos'è il Metodo Bruno Munari

L'arte visiva non va dunque raccontata a parole, ma vissuta attraverso il fare.

«In questo, come ha evidenziato il figlio Alberto Munari, l'approccio del padre riprende alcuni principi fondamentali della "pedagogia attiva". Attraverso la figura del figlio Alberto, che fu tra i principali collaboratori di Jean Piaget, possiamo intuire alcuni elementi comuni tra le loro intuizioni didattiche. Entrambi sono contrari all'imposizione dall'alto, entrambi spingono a cercare e scoprire da soli, in modo autonomo». Oggi il metodo è stato sistematizzato e perfezionato dall'Associazione Bruno Munari, forte di oltre 20 anni di esperienza didattica nei musei e nelle scuole di ogni ordine e grado. «L'eredità del maestro ha ispirato in Giappone diverse trasmissioni televisive in Italia e una collana di 45 volumi, proposti in edicola, con 170 laboratori per l'evoluzione del pensiero progettuale e creativo». Per applicare il Metodo Bruno Munari è necessario un titolo rilasciato dall'ente al termine di un preciso percorso di studi.

Metodo bruno Munari, attività riguardante il tema del segno e il prato inteso come "texture naturale"

Fonte: Associazione Bruno Munari

I principi del Metodo Bruno Munari

Il Metodo Bruno Munari si riassume in "fare per capire" e "dire come - e non cosa - fare".

  1. Fare come luogo di apprendimento. «L'esperienza è al centro dell'apprendimento del bambino, ma anche dell'adulto. Oggi è necessario riportare l'attenzione sul fare con le mani, sull'esperienza diretta: non può essere tutto solo digitale e tecnologia».

  2. Sospensione del giudizio. Gli insegnanti ed educatori hanno la responsabilità di crescere adulti del domani liberi, creativi e competenti e non semplici ripetitori di modelli prestabiliti. «Ecco perché nei laboratori si osserva e si pongono domande, ma non si giudica mai ciò che il bambino sta facendo. Laddove abbiamo modello vincolante che dice "si fa così", il bambino sarà concentrato ad adeguarsi e non a sperimentare. Diversa invece la valutazione, che va chiesta al bambino stesso e può essere stimolata dal confronto con gli altri».

  3. Setting adeguato. Non si tratta di limitarsi a mettere a disposizione strumenti e poi lasciar fare a casaccio.

    «Il Metodo Bruno Munari prevede la predisposizione di uno spazio accurato con persone formate, che accolgono i bambini creando il giusto feeling relazionale per farli sentire a proprio agio nell'esplorazione. Importante anche la disposizione degli strumenti, diversi ma ordinati in modo da incuriosire. Tutto va pensato accuratamente».

  4. Focus sul processo e non sul prodotto. Si esce da una dimensione performativa, abbracciare quella della sperimentazione. «Al termine di un'attività non chiediamo "Cosa abbiamo fatto?" ma "Cosa abbiamo scoperto oggi?". Serve a rendersi conto delle scoperte e che non c'è un'unica risposta. La risposta "giusta" chiude una ricerca, mentre l'esplorazione di ogni possibile variabile apre. E favorisce l'apprendimento cooperativo, perché il bambino fa la sua proposta ma ipotizza che qualcun altro potrebbe trovare soluzioni diverse e non per questo peggiori. Osservare tutti insieme è importante, perché la sperimentazione che sta facendo un compagno può essere di stimolo anche per un altro».

Curiosità e immaginazione nel Metodo Munari

Due dimensioni importanti del metodo sono curiosità e immaginazione.

  • Curiosità. Il bambino apprende perché è curioso, è questa emozioni che porta a indagare per saperne di più su qualcosa. «Chiediamoci quanto la scuola di oggi alimenti questo aspetto, che è il vero motore della conoscenza. Se diamo subito la risposta a un bambino, non gli diamo la possibilità di godersi la curiosità. In quanti ambienti didattici è tutto già lì e non si fa leva sull'effetto sorpresa?».

  • Immaginazione. La fantasia è una facoltà propria della persona, la più libera di tutte. «Nella strutturazione del pensiero creativo è fondamentale, ma oggi i bambini fanno più fatica a divertirsi "da soli" e senza uno stimolo che li orienti. Pensiamo alla capacità di inventare storie, sempre più atrofizzata perché la stessa fruizione di esse è demandata al tablet.

    Il racconto di un genitore è invece un'esperienza sinestetica dove il piccolo sente il tono di voce cambiare e il profumo che c'è nell'aria. Nei laboratori insegnamo ad osservare con gli occhi e con le mani per guardare la realtà con tutti i sensi».

Fonte: Associazione Bruno Munari

Gioco e arte nei laboratori Munari

Il contesto dei laboratori Munari è ludico, ma non disimpegnato. Il gioco del bambino è una cosa seria, è per lui il momento di massimo apprendimento.

  • Gioco. Il gioco è l'esperienza propria del bambino, che non va velocemente sostituita con una precoce alfabetizzazione. «La diminuzione di sani momenti di gioco porta oggi i pediatri a rilevare sempre più casi di ipermotricità, fragilità linguistica o difficoltà relazionali. Ci sono ambienti molto educativi anche se non alfabetizzati, perché i bambini sono innanzitutto sensomotori. Nei primi anni di vita la conoscenza del mondo passa dal fare. Ciò suggerisce, per esempio, di pensare a camerette e aule in cui la luce possa interagire con gli elementi della stanza, o giochi multisensoriali che possono anche prevedere elementi naturali che offrono molti stimoli sensoriali e presentano un'ampia varietà».

  • Arte. L'arte è il luogo per eccellenza dove si esprime la ricerca e la sperimentazione. Ogni bambino è artista perché fa grandi scoperte quotidianamente. L'adulto vicino stimola la memorizzazione dei dati e a prendere consapevolezza delle scoperte. Dal piacere della scoperta e dalla sua sedimentazione deriva anche il desiderio di comunicarla».

L'intervistata

Allieva diretta di Bruno Munari e collaboratrice del figlio Alberto, Silvana Sperati è un'esperta di didattica, formatrice, progettista di laboratori e giochi creativi e di spazi espositivi. Oltre a essere Presidentessa dell'Associazione Bruno Munari, è fondatrice della Fattoria delle Ginestre, dove si praticano i principi della didattica in natura ispirati al Metodo Munari. È autrice dei libri, tra gli altri, 'Giocandoscoprendo' (1996, Nuova Italia), 'Dire, fare, baciare' (2006, Perdisa ed.), 'A che gioco giochiamo' con B. Restelli (2008, Corraini) e della collana " Fare per crescere, Laboratori Metodo Munari.

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