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Lascia la figlia di 18 mesi da sola a casa per sei giorni. L'opinione dello psicologo

di Sara De Giorgi - 26.07.2022 - Scrivici

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Fonte: shutterstock
A Milano una donna ha lasciato la figlia di 18 mesi da sola a casa per sei giorni, trovandola senza vita al rientro. Dopo le verifiche degli inquirenti, è stata condannata al carcere per omicidio volontario della figlia. Ecco l'opinione al riguardo di Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e fondatore del centro "Minotauro"

Una donna di 37 anni ha lasciato la figlia di 18 mesi da sola in casa per sei giorni, nella zona di Ponte Lambro a Milano. La piccola è stata trovata senza vita mercoledì 20 luglio nel suo lettino.  

La madre, Alessia Pifferi, si era allontanata per raggiungere il compagno in provincia di Bergamo. La donna è stata fermata giovedì con l'accusa di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai motivi futili.

Il corpo della piccola Diana, venuta al mondo il 29 gennaio 2021, sarebbe stato trovato mercoledì, al rientro della madre da Bergamo; poco dopo è arrivata la polizia e la donna è stata interrogata dal pm e dagli agenti preposti.  

Ad oggi, dopo varie verifiche, interrogatori e indagini in corso anche per identificare le eventuali problematiche psichiatriche della madre, il gip di Milano Fabrizio Filice ha convalidato il fermo e disposto la custodia in carcere per omicidio volontario nella forma omissiva aggravato dai futili motivi per Alessia Pifferi. È stato escluso dunque l'aggravante della premeditazione.

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La madre della piccola Diana è in carcere per omicidio volontario

Secondo quanto riporta Ansa. it, le esigenze cautelari contestate vi è anche il pericolo di reiterazione del reato, perché la donna è considerata una persona pericolosa. Inoltre, Alessia Pifferi, interrogata dal Gip, ha provato a giustificare il suo comportamento con la seguente affermazione: «Io ci contavo sulla possibilità di avere un futuro con lui (il compagno) e infatti era proprio quello che in quei giorni stavo cercando di capire; è per questo che ho ritenuto cruciale non interrompere quei giorni in cui ero con lui anche quando ho avuto paura che la bambina potesse stare molto male o morire».

Secondo il Gip, la donna non ha perseguito lo scopo finale della morte della figlia, ma "alternativamente", lasciandola da sola, lo ha voluto, e ciò è venuto fuori da varie dichiarazioni del suo interrogatorio, tra cui riferimenti alla "paura e all'orgoglio di non chiedere aiuto alla sorella".

La madre, che non ha mai pianto né perso il controllo, avrebbe anche detto al pm: «Sapevo che poteva andare così».

In base alle prime verifiche Diana è morta «per stenti e mancanza del necessario accudimento». Il comportamento di Alessia Pifferi per gli inquirenti non è stato causato da degrado o tossicodipendenza, ma da una volontà, venuta fuori a tratti anche nell'interrogatorio, di fare finta di non aver mai partorito la bimba, nata da una relazione clandestina.  

Milano, palloncini bianchi per Diana

Alcuni palloncini bianchi sono stati legati ad un cancello del quartiere vicino alla casa dove è stata trovata la piccola Diana, per ricordarla. Fuori dalle finestre dell'appartamento nel quale ha sempre vissuto la donna sono ancora appesi i vestiti della bambina.  

Come anticipato, la madre ha raccontato al pm e agli agenti di non sapere chi fosse il papà della piccola e di aver scoperto la gravidanza tardi, al settimo mese.  

I vicini avrebbero raccontato che la bambina appariva sempre un po' rallentata nei movimenti. L'ipotesi è che la madre possa averle fatto assumere benzodiazepine per farla stare tranquilla. Questo è un sospetto connesso al ritrovamento nella casa della donna di una confezione di benzodiazepine quasi vuota: ciò sarà verificato ed eventualmente confermato dagli esami tossicologici sul corpo della piccola Diana.

Inoltre, pare che Alessia raccontasse bugie sulla bambina, assicurando che fosse con la madre o con la sorella, mentre invece la lasciava da sola a casa.  

Parental burn out o no? L'opinione dello psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini

Si può parlare, per questo fatto di cronaca, di burn out parentale? Risponde Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta di formazione psicanalitica e Presidente della Fondazione "Minotauro" di Milano, nonché docente presso il "Dipartimento di Psicologia" dell'Università Milano-Bicocca e presso la "Facoltà di Scienze della formazione" dell'Università Cattolica di Milano.

«Il concetto di burn out inteso come forte stress è parte del processo che riguarda il ruolo materno e il ruolo paterno. Può essere applicato a tutti. Però un conto è parlarne nell'ambito dei ruoli professionali, come nel caso degli insegnanti, un altro conto è invece discutere di quello dei genitori in relazione ai figli e alle primissime fasi di vita dei bebè.

I primi mesi di vita del neonato richiedono un forte stress ai genitori, inducono ad una rinuncia quasi totale dei propri tempi di vita. Essere sotto effetto di uno stress legato alle richieste di un figlio è parte del ruolo affettivo di un padre e di una madre e, in modo particolare, del ruolo materno, che è molto sacrificale all'inizio. E, purtroppo, gli infanticidi esistono, e questo è un dato noto a chi si occupa di psicologia e di psichiatria.

In relazione a ciò che è stato scritto dai giornali, per questa storia, caratterizzata con alta probabilità da un quadro clinico psichiatrico grave della madre, ci sono segnali che arrivano da lontano, come ad esempio la gravidanza scoperta in ritardo. Colpisce soprattutto il fatto che ci fosse un atteggiamento ambivalente, in aggiunta, probabilmente, a dei processi dissociativi. È come se da un lato la madre volesse eliminare la figlia, ma al tempo stesso le chiedesse di restare in vita e addirittura di adultizzarsi, lasciandole un biberon o delle medicine.

Ovviamente tale comportamento, a parere mio, testimonia una grave sofferenza mentale della madre con forme dissociative. Colpisce non la volontà direttamente omicida, ma il comportamento anomalo in cui sembrava quasi che la donna chiedesse alla bambina di mantenersi in vita adultizzandosi.

Le forme più gravi di stress parentale andrebbero sostenute attraverso una genitorialità condivisa, riguardante la cerchia dei parenti o la comunità.

Per questo fatto in particolare tante persone attorno alla donna non si accorgevano della gravità della situazione, dato che sembrerebbe pure che la bambina - in base alle informazioni riportate dalla stampa - fosse stata lasciata da sola più volte.

Tutti i genitori dovrebbero trovare attorno una rete parentale cui fare riferimento, o, in alternativa, una rete di servizi della società e della comunità educante. Quando non ce la si fa, occorre poter chiedere aiuto.  

Da tale situazione emerge anche la presenza di una disattenzione generalizzata, perché c'era una bambina a casa e probabilmente qualcuno lo sapeva, oltre alla donna. La fragilità o lo stress genitoriale esiste in tutti i genitori: ma un conto è un momento di difficoltà, mentre del tutto diversa è la presenza di comportamenti così gravi, legati a stati mentali dissociativi», chiarisce Matteo Lancini.

Aggiornato il 22.07.2022

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