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Come aiutare un bullo a smettere di esserlo

di Stefano Padoan - 31.01.2023 - Scrivici

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Fonte: Shutterstocks
Chi agisce atti di bullismo manifesta una condizione di disagio. Allora come aiutare un bullo? Ecco i consigli dello psicopedagogista Stefano Rossi.

In questo articolo

Come aiutare un bullo

Le dichiarazioni del ministro Valditara sui bulli, poi rettificate, hanno fatto molto discutere e hanno riportato al centro della riflessione educativa il tema del bullismo. Se infatti le vittime sono da proteggere, è lavorando con i bulli che si può combattere il fenomeno. Ma cosa bisogna fare davvero per aiutare un bullo? Come lo si può accompagnare a venire fuori da quella che è la manifestazione di un proprio disagio? Lo chiediamo allo psicopedagogista Stefano Rossi, autore del libro "Mio figlio è un casino" (Feltrinelli, 2022).

Bullismo, cos'è

"È innanzitutto necessario distinguere tra un semplice litigio e il fenomeno più problematico del bullismo" esordisce l'esperto. Si parla di bullismo o cyberbullismo quando si verificano due condizioni.

  1. Squilibrio di potere. Quando complessivamente c'è equilibrio di potere tra due soggetti, è un semplice conflitto. "La conflittualità fa parte della dimensione relazionale tipica dell'età evolutiva. La cifra dello scontro, invece, si sposta verso una vera e propria forma di violenza quando in campo ci sono forze diverse. Ad esempio per numero di soggetti (tanti contro uno), per età diverse, per struttura fisica o addirittura per l'uso di armi".

  2. Ripetitività nel tempo. Un conto è un episodio di presa in giro o di esclusione da un gioco o una festa. Rimane qualcosa di sbagliato, che ferisce emotivamente. Il bullismo però si palesa quando c'è ripetizione nel tempo. "Se tutti i giorni sistematicamente una persona fa battute infelici, insiste e ripete la mortificazione verbale, alza il peso specifico dell'atto. Ai ragazzi spiego che le parole sono potenti e che, se ripetute ogni giorno, avvelenano pian piano la mente e il cuore dell'altro. Anche l'esclusione perenne di una persona dalla vita del gruppo ferisce: le neuroscienze ci dicono che quando veniamo esclusi si attivano le stesse aree del cervello del dolore fisico.

    Insomma, sentirsi esclusi fa male come ricevere un pugno".

La manualistica parla poi di una terza condizione, quella dell'Intenzionalità. Il bullo, cioè, ha l'intenzione diretta di umiliare l'altro. Rispetto a questo, però, la teoria sta evolvendo. "Ci sono fenomeni sicuramente legati all'intenzione di mortificare e umiliare la vittima, soprattutto negli episodi più gravi. Nel bullismo però che si osserva più di frequente - soprattutto tra i ragazzini - questa terza componente è assente. Spesso infatti essi feriscono l'altro senza davvero rendersi conto del male che arrecano. Il bullo più diffuso, insomma, è caratterizzato da una scarsa consapevolezza e fa fatica sul piano dell'empatia, perché strutturalmente è orientato alla costruzione del proprio sé".

Identikit del bullo

A seconda delle cause che stanno dietro agli atti di bullismo, Stefano Rossi nel suo libro individua tre profili di bullo.

  • Il bullo di fuoco. È un ragazzo o una ragazza impulsiva, che "fa fatica a regolare le proprie emozioni e comportamenti e di conseguenza spesso esplode con rabbia e ferisce emotivamente il compagno senza intenzionalità".

  • Il bullo di ghiaccio. È una persona che "ha subito una serie di ferite emozionali in famiglia o nel proprio contesto sociale e ha dovuto indurire il proprio cuore e raffreddare la propria empatia. Adattandosi a un ambiente freddo e duro abituandosi a non sentire il proprio sentire, ha però allo stesso tempo congelato la capacità di sintonizzarsi sulle emozioni altrui e per questo può diventare un bullo".

  • Il bullo di fango. Si tratta dei bulli che compiono gli atti più violenti con l'intenzione di mortificare, svergognare, riempire di fango l'altro. "Dietro questo bullo c'è sempre un'azione di mortificazione subìta. In famiglia o in un contesto prossimo hanno magari incontrato un adulto che umilia, deride, picchia, abusa e terrorizza il bambino.

    Il bambino così vive il senso di inadeguatezza e prova vergogna per se stesso. Per liberarsi di questa vergogna non gli resta che gettare il fango ricevuto sul mondo e sugli altri (compagni, insegnanti, scuola, città). In un tipico meccanismo di ripetizione invertita del trauma, diventa il carnefice di cui egli stesso è o è stato vittima".

Perché il bullo è anche una vittima

Proprio prendendo in considerazione il terzo profilo di bullo, di norma autore degli atti più violenti e aggressivi, si può capire quanto sia fondamentale sanzionarlo ma ancora prima aiutarlo, insieme ad aiutare le vittime. "Queste sono persone che di fronte all'abuso subìto, senza aiuto per rielaborare il trauma, reagiscono creando un meccanismo di difesa: una maschera di odio, da duro e da bullo. Si tratta però solo di una maschera per proteggersi e non del loro vero volto, che sentono invece fragile e vulnerabile".

Il meccanismo prevaricatorio si innesca quando esse incontrano delle figure vulnerabili (una persona insicura o senza malizia, disabile o anziana). "Ciò avviene perché si attiva in loro lo specchio della vergogna - prosegue l'esperto -: la fragilità altrui li ferisce ricordando loro la propria fragilità e la menzogna che la maschera tenta di nascondere. Iniziano così a mortificare la persona in cui rivedono la propria vulnerabilità, come per rompere questo specchio insostenibile". Il bullo di fango è insomma un persecutore a sua volta perseguitato dal volto della vittima, che pensa di poterne uscire solo ripetendo all'infinito l'umiliazione di sé o dell'altro. "Mortificare un bullo è dunque il contrario della soluzione, perché reitera invece di spezzare questo loop". conclude Rossi.

Come aiutare il bullo a cambiare

Cosa vuol dire aiutare un bullo? Vuol dire essere consapevoli che non esiste un'indole intrinsecamente cattiva e saper leggere questi comportamenti per quello che sono, ovvero un grido di aiuto cui dobbiamo rispondere.

"Serve fare squadra con la famiglia, affinché sappia vedere il disagio del figlio e possa essere poi supportata nel far rendere conto al figlio di aver bisogno di aiuto",chiarisce il pedagogista. A seconda delle tre tipologie individuate, poi interviene uno psicologo o specialista per aiutare il ragazzo o la ragazza a trovare una forma più costruttiva per creare il proprio sé: "O imparando a riconoscere e regolare le proprie emozioni; o recuperando la propria sensibilità ed empatia; o con un percorso di psicoterapia per elaborare e spezzare la catena del trauma che ha subito". Ciò naturalmente vale anche per le vittime, che hanno a loro volta ricevuto tanto fango e che dentro di loro sta scattando il meccanismo del bullo interiore: "L'umiliazione che hanno ricevuto dall'esterno pian piano inizia a far parte di loro e del loro modo di vedersi, interiorizzando la vergogna che sono stati indotti a provare" commenta Stefano Rossi.

Come aiutare un bullo in famiglia

Come aiutare un bullo in famiglia

Il libro di Stefano Rossi individua due tipologie di genitori dietro a un bullo.

  • Il genitore zucchero filato. Un genitore che in buona fede dà amore al figlio, ma lo priva delle regole «seguendo una "pedagogia della felicità" dolce ma senza il sale costruttivo delle regole. In questo caso può svilupparsi un "bullo di fuoco", che senza i dovuti limiti non ha imparato a regolare i propri comportamenti e non accetta i limiti che inevitabilmente gli sono imposti dallo stare insieme agli altri in classe o in un qualsiasi gruppo».

  • Il genitore sceriffo. Si tratta di un genitore che dà le regole al figlio ma lo cresce in una casa «fredda, dura e spigolosa, in cui il bambino non si sente davvero a casa. Potrebbe qui formarsi il cosiddetto "bullo di ghiaccio", che si è abituato alla rigidità dell'ambiente familiare e vuole frustare il mondo con la stessa durezza ricevuta durante l'infanzia».

I genitori devono sapersi formare, prendendo il buono di questi due approcci. L'amorevolezza e l'empatia del primo e le regole del secondo. "Diventare genitori prima amorevoli e autorevoli poi passa dal vedere le regole come un dono d'amore. La casa deve essere un luogo caldo, in cui i bambini sentano che teniamo a loro e che ci piace stare con loro e dove non c'è aggressività e mortificazione".

Come aiutare un bullo a scuola

A casa e a scuola è fondamentale il lavoro sull'educazione emotiva, al cui approfondimento sono chiamati in primis gli adulti se vogliono diventare dei porti sicuri. "Alla base del bullismo più diffuso c'è l'incapacità di gestire la rabbia. Far comprendere al bambino che le emozioni ci recapitano messaggi per capire meglio il rapporto tra il nostro mondo interno e quello esterno. Il problema è quando il timoniere del cervello che pensa non controlla più il cervello che sente. La rabbia è, come ogni emozione, accettabile. Quando però se ne perde il controllo diventa violenza. Famiglia e scuola devono comprendere il significato profondo delle emozioni, non per soffocarle nei ragazzi illudendosi di spegnere così i loro comportamenti difficili, ma per insegnare loro come riprenderne il controllo durante le tempeste emotive".

Come a casa, anche a scuola le regole devono essere date in un contesto d'amore, nel quale i docenti dicono ai propri alunni che credono nelle loro potenzialità. Solo così si può dare loro quello sguardo d'amore che ricerca anche e soprattutto un bullo e che, se non lo riceve, attira su di sé attraverso gesti eclatanti e distruttivi.

L'intervistato

Stefano Rossi (www.centrodidatticacooperativa.it) è uno psicopedagogista scolastico tra i massimi esperti di didattica cooperativa ed educazione emotiva di bambini difficili e ragazzi a rischio. Ha ideato il progetto di contrasto alla dispersione scolastica chiamato Metodo Rossi della Didattica Cooperativa®. È autore di una trentina di testi e ha pubblicato "Mio figlio è un casino" (Feltrinelli, 2022). È attivo su Facebook con la sua pagina "Stefano Rossi Didattica Cooperativa".

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