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Come è andata a scuola? Come favorire le risposte di bambini e bambine

di Stefano Padoan - 11.04.2022 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
“Perché mio figlio non mi racconta come è andata a scuola?” Un pensiero frequente nella mente dei genitori. A volte, però, la domanda in sé non aiuta i bambini a raccontarsi

Come è andata a scuola?

Quando un genitore va a prendere a scuola suo figlio, sa già come risponderà alla domanda "Cosa hai fatto a scuola?": "Niente".

Una risposta spesso frustrante, che sembra respingere il desiderio di comunicare del genitore. Ma questo mutismo non va interpretato così: nei bambini piccoli si tratta semplicemente di lasciare un necessario momento di "stacco" tra la giornata di scuola e il tanto desiderato re-incontro con i genitori. Come favorire allora il loro racconto della giornata? Ecco i consigli di Silvia Iaccarino, formatrice e psicomotricista.

In questo articolo

Come è andata a scuola? Come può essere interpretata dal bambino

Per quanto agli adulti sembri una domanda chiara, anche "Come è andata a scuola?" - come d'altronde ogni espressione comunicativa umana - è soggetta a un alto margine di interpretabilità dato da vari fattori.

  • Bambini 0-6/7 anni. Per i bambini dell'asilo nido, della scuola dell'infanzia e del primo ciclo della scuola primaria è importante la dimensione cognitiva: «A questa età - spiega l'esperta – può essere una domanda di difficile comprensione, troppo ampia e astratta. Cosa vuole esattamente sapere il genitore? Nella moltitudine di informazioni incamerate in una giornata, non è facile selezionare ciò che è rilevante».
  • Dagli 8 ai 12 anni. Crescendo si stratifica il significato relazionale della domanda: «Man mano che i figli diventano più grandi, la loro interpretazione acquista senso sulla base della qualità della relazione. Se per esempio nei confronti della scuola c'è, da parte del genitore, un'attenzione alta sui risultati e i voti, il bambino potrebbe leggere la domanda come un tentativo di controllo da cui vorrebbe sfuggire, perché fonte di ansia; o ancora, i bambini possono capire che i genitori vogliono solo sapere se ha fatto il bravo. Questo anche quando, magari, l'intenzione dell'adulto è genuinamente volta a sapere come sta il figlio».
  • Preadolescenti e adolescenti. Come alimentiamo la relazione fin da piccolissimi ha una ricaduta sul futuro e soprattutto su quando nostro figlio diventa adolescente: «Spesso i genitori pensano che l'adolescenza sia sempre un momento difficile, per cui ritengono normale se il figlio non vuole comunicare con loro. È però un mito da sfatare quello di considerare l'adolescenza sempre come un periodo burrascoso. Invece, quando un adolescente non racconta nulla di sé e della scuola potrebbe esservi un blocco comunicativo, come risultato di dinamiche familiari instaurate in precedenza».

Perché mio figlio non parla con me?

Perché i bambini e i ragazzi, il più delle volte, alla domanda "cosa hai fatto a scuola?" rispondono "niente"? Non è solo una questione relazionale: non è detto che il motivo sia che effettivamente il bambino non vuole parlare con i genitori.

  • Una questione di memoria. In età prescolare sulla risposta incide molto il funzionamento della memoria: «La cosiddetta "memoria episodica", quella necessaria per mettere in fila gli avvenimenti e raccontare la giornata, in fase prescolare non è ancora sviluppata come quella di un adulto. I "boh" o le risposte vaghe, dunque, non vanno lette come disinteresse o chiusura, ma talvolta solo legate alla difficoltà di organizzare bene i ricordi».
  • Un sovraccarico emotivo. Soprattutto i più piccoli, a volte, hanno bisogno di un po' di tempo per elaborare il momento del ricongiungimento: «Per alcuni bambini ricongiungersi può essere tanto difficile quanto separarsi. Senza i genitori, infatti, hanno dovuto trovare un equilibrio per adattarsi all'ambiente e che ora va rivisto per riannodare i fili della relazione primaria. Capita così che, quando i genitori vanno a prenderli al nido o alla scuola dell'infanzia, essi facciano un po' di resistenza: ciò è da leggere come la fatica di comunicare ai genitori quanto siano mancati loro e che in quel momento stanno provando un'emozione tanto grande che risulta difficile da gestire».
  • Questione di spazio. Al di là di ogni possibile questione relazionale, c'è un secondo tema fondamentale e trasversale a tutte le età, valido anche per gli adulti: «La necessità e il desiderio di mettere un po' di distanza tra l'esperienza appena vissuta e il momento della ripresa e restituzione. Anche i bambini, a fine giornata, sono stanchi e hanno bisogno di staccare: esattamente come noi che, appena usciti dal lavoro, non vorremmo parlare subito di lavoro. Il loro mutismo quindi ci dice anche "Fammi respirare un attimo"».

Come favorire la comunicazione con i figli

In che modo, dunque, i genitori possono riallacciare la comunicazione con i propri figli dopo una giornata passata lontani?

  1. Prima di tutto una coccola. Partite da un approccio affettuoso sia verbale che fisico: «Per aiutare i bambini a gestire l'emozione del ricongiungimento, è importante dire loro che vi sono mancati molto e che siete contenti di rivederli. E, volendo, anche aggiungere una coccola aiuta».
  2. Rispettate i loro tempi. Non tutti i bambini hanno subito voglia di aprirsi: «Ci viene subito da chiedere "com'è andata?" per mostrare interesse, ma provate a trattenere un attimo la domanda o, se non dovessero rispondervi, riproponetela più tardi, magari dopo aver fatto un'attività insieme. Con i più grandi potete anche condividere com'è andata la giornata direttamente a cena».
  3. Riformulate la domanda. Per favorire le risposte dei più piccoli, formulate domande precise e concrete: «"Come stai? Con chi hai giocato oggi? Cosa ti è piaciuto di più? Cos'hai mangiato?". Valutate poi come interpretano le vostre domande sulla base delle loro risposte: per esempio, se un ragazzo delle medie, alla domanda "Com'è andata?" vi risponde che ha preso 8, forse reputa che a voi della scuola interessa principalmente il rendimento».
  4. Parlate di voi stessi. Per coltivare una buona relazione fin dall'età prescolare, quando ancora i bambini non sanno esprimere verbalmente e in modo articolato il proprio mondo interiore, partite da voi stessi: «Invece che porre molte domande, raccontate di voi e della vostra giornata: un racconto con qualche episodio ma soprattutto che tocchi aspetti emotivi e relazionali, come un litigio con un collega o un pranzo in compagnia. Così date loro l'esempio e su quel modello anche loro metteranno insieme pensieri e vissuti, magari dicendo "anche a me è successo"».
  5. Osservateli. Ogni bambino è diverso: «Osservate vostro figlio e in che modo, quanto e con che tempi risponde alle vostre domande: possono essere ad esempio più o meno introversi, rispondere in modo scostante o altro. E non aspettatevi che una strategia possa andare bene per tutti i vostri figli: i fratelli spesso si comportano in modo molto diverso».
  6. Non alimentate stereotipi di genere. Talvolta, senza accorgerci, tendiamo a porre certe domande ai figli maschi e altre alle figlie femmine: «Non vi è una differenza di genere in termini di interessi e sensibilità, ma è la cultura a portarci nel dialogo con loro a indugiare su aspetti diversi, privando così l'altro genere dell'opportunità di misurarsi con tutti gli aspetti della vita: alle bambine spesso tendiamo a chiedere più degli aspetti relazionali ed emotivi della giornata ("Con chi hai giocato? Ti trovi bene con la tua nuova amica?") e ai bambini più degli aspetti performativi ("Che gioco hai fatto?" Hai vinto?")».

L'intervistata

Silvia Iaccarino, formatrice e psicomotricista, è fondatrice di Percorsi formativi 06. Da quasi 20 anni opera in ambito educativo come formatrice e supervisore per educatrici, educatori e insegnanti nonché come consulente educativa per genitori, in particolare rispetto alla fascia 0-6 anni. Svolge inoltre percorsi psicomotori con bambini e bambine al nido e alla scuola dell'infanzia.

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