Home Bambino Psicologia

Come fare con un bambino “ostinato”? Meno minacce e più gratificazioni

di Stefano Padoan - 14.07.2021 - Scrivici

come-fare-con-un-bambino-ostinato
Fonte: Shutterstock
Come fare con un bambino ostinato? Lo psicologo Gianluca Daffi spiega perché urla e punizioni non servono e ci propone alcune strategie

Meno minacce e più gratificazioni: come fare con un bambino “ostinato”

"Ma quante volte te lo devo dire?". Sono molti i genitori che ripetono questa frase senza sosta. Non ascoltare o non obbedire è tipico in particolare dei bambini con difficoltà nell'autocontrollo, ma gli esperti sanno bene che questo atteggiamento non deriva dal desiderio di provocare mamma e papà. Nel suo libro "Meno minacce e più gratificazioni" Gianluca Daffi spiega perché urla e punizioni non servono e propone alcune strategie (età 6-11 anni) per promuovere la collaborazione in famiglia.

In questo articolo

Difficoltà nel comportamento: fragilità o punti di forza?

Le difficoltà del comportamento nei bambini dai 6 agli 11 anni possono essere molte e interessare quattro macro-aree.

  1. Autocontrollo/Impulsività: il bambino non ubbidisce ai comandi, ha reazioni incontrollate o non controlla il proprio comportamento.

  2. Gestione della rabbia: il bambino picchia o ha crisi di rabbia.

  3. Attenzione: il bambino ha la testa tra le nuvole, impiega molto tempo per rispondere alle richieste o non termina mai i compiti assegnati.

  4. Comportamento oppositivo: il bambino rifiuta ogni richiesta proveniente dall'adulto, sfida l'autorità o "risponde male".

Queste caratteristiche possono essere considerate difetti ma, se opportunamente gestiti, possono addirittura trasformarsi in punti di forza: «Ogni nostra caratteristica individuale, anche quella che può apparire più critica, può nascondere un lato positivo - dice Gianluca Daffi - Dietro a un atteggiamento impulsivo può celarsi una grande capacità di problem solving, o un bambino sfidante potrebbe divenire un leader in futuro. Insomma, anche le fragilità possono nascondere dei "super-iper-poteri" come li chiamo nel libro».

Perché i bambini non ascoltano

Quello che genericamente potremmo definire un atteggiamento "ostinato" è in realtà un aspetto fondamentale della crescita dei nostri figli: «A volte ignorano le richieste degli adulti; a volte non le sentono proprio, immersi come sono nei loro giochi; altre volte vi si oppongono; o ancora, vogliono sempre avere ragione e fare di testa loro». In ognuno di questi casi, possiamo rintracciare due cause:

  • Sono comportamenti naturali nel loro percorso di autonomia e indipendenza. «È normale che il bambino abbia un punto di vista proprio e voglia fare esperienze diverse da quelle proposte dagli adulti. Lamentarsi di questo vuol dire lamentarsi del fatto che vostro figlio voglia crescere».

  • Ascoltare va appreso. «I genitori pensano che i bambini sappiano già fare tutto, che siano naturalmente portati ad ascoltare e in possesso dei processi per portare a termine i compiti. La sorpresa e il "dramma" quindi scatta se queste aspettative vengono inspiegabilmente disattese. Però non è così: ascoltare e obbedire sono capacità da sviluppare anche con l'intervento dell'adulto». Castighi e minacce nascono proprio a partire da questo modo distorto di vedere i bambini: «Vi si ricorre quando si è arrabbiati, e la rabbia deriva dall'aspettativa errata - e puntualmente disattesa - che il genitore ha sul figlio: ovvero che sia portato a obbedire senza fare storie».

Perché alzare la voce e minacciare non serve

L'adulto deve intervenire dunque, ma solo in determinati momenti e non con urla e minacce. Perché?

  • Perché non funzionano. «Le minacce, quando utilizzate con bambini che presentano difficoltà di autocontrollo, non funzionano praticamente mai. O al massimo funziona solo per un breve momento, il tempo di assecondare una singola richiesta, ma poi non vi è alcuna ricaduta positiva a lungo termine e la volta successiva bisogna ricominciare da capo».

  • Perché sono scollegate dalla regola. Con un urlo o una minaccia si impone al bambino la propria volontà con l'arma della paura. Un metodo che non solo ha le gambe corte - perché già dalla preadolescenza alcune minacce non sortiscono più effetto - ma che in più non insegna il rispetto delle regole. Il motivo per cui un bambino dovrebbe rispettare una regola deve essere connesso alla bontà della regola stessa e non a minacce o ricatti esterni. Ecco perché a minacce o punizioni andrebbero sostituite le conseguenze che dipendono direttamente dall'infrazione della regola (ad esempio se non fa i compiti, va a scuola senza giustifica del genitore e si prenderà una nota).

  • Perché non rispettano il bambino. Che una minaccia funzioni o meno, Daffi invita a porsi una domanda: «Che tipo di relazione voglio instaurare con mio figlio? Quello del domatore di leoni? Un urlo umilia il bambino e lo spaventa, bloccando anche la sua capacità di comprendere il messaggio che tentate di trasmettergli. Già a fine Ottocento la "Psicologia dell'io" di Alfred Adler constatava come gli adulti tendono a pensare ai bambini come a dei ribelli. La verità è che chiedono la stessa cosa degli adulti: di essere rispettati. Come non andava bene ai tempi la sottomissione degli operai ai padroni e delle donne agli uomini, anche quella dei bambini agli adulti è negativa e mina lo sviluppo dell'autostima».

Come farsi ascoltare senza urla e minacce

Ma allora come facciamo a farci rispettare? «Non pensate che se non intervenite sempre non siete genitori; d'altro canto, però, il bambino non deve certo diventare un tiranno. Senza essere remissivi né passivi, si può intervenire anche in maniera decisa con strumenti efficaci ma nello stesso tempo rispettosi del bambino».

  1. La psicologia positiva. «Studiosi come Rudolf Dreikurs parlano di mutual respect: rispetto verso me stesso, per non farmi sottomettere dal bambino, ma anche verso di lui. I bambini vanno rispettati perché sono già delle persone. Non "piccole" persone, ma complete con propri desideri e bisogni. Ritenerli invece una proprietà da comandare è una mentalità per nulla moderna; frasi come "Finché sei in questa casa fai quello che dico io" presuppongono che, di fronte a una regola infranta, non ci chiediamo perché lo ha fatto e che cosa ci sta dicendo di sé questa sua azione». Qui c'è il paradosso, perché se in questo caso trattiamo i bambini come inetti e totalmente da guidare, dall'altro quando ci fa comodo pensiamo (o meglio speriamo, ci illudiamo) che i bambini siano già naturalmente predisposti a esaudire le nostre richieste. La verità sta nel mezzo.

  2. Quello che funziona per i grandi, funziona anche per i piccoli. Qualsiasi genitore, in realtà, è già in grado di mettere in campo alcune strategie per farsi ascoltare: «Perché lo fanno già con gli altri adulti, al lavoro ma non solo. Dobbiamo semplicemente entrare nell'ottica che questa "fatica" va fatta anche con i bambini, invece di pensare che loro debbano ascoltarci di default. Necessitano infatti delle stesse attenzioni degli adulti: se ad esempio devo fare un'osservazione a un collega, comincio a pensare alle parole da usare per non offenderlo, ai tempi e i modi giusti ecc. Invece con i bambini andiamo giù dritti e secchi: paradossalmente siamo meno sensibili con i piccoli (che sono meno strutturati) e più accorti con i grandi».

  3. Coinvolgeteli. Funziona coinvolgerli, come faremmo con tutti. «Un ordine non basta nemmeno in ufficio, è necessario la predisposizione a fare insieme per motivare il collega o dipendente… Invece ai bambini spesso non spieghiamo nemmeno il perché di una regola ("Perché lo dico io"!), ma è appurato che i bambini sono molto più propensi a seguire regole che hanno contribuito a creare».

  4. Allenatevi quando siete lucidi. Esercitare la genitorialità positiva è importante, e per farlo sfruttate i momenti della giornata in cui siete freddi e rilassati: «Pensate a quello che fate quando vi arrabbiate: non fate quello che avete letto, ma replicate i modelli del passato che avete visto dai vostri genitori, anche se pensate che quel modello sia sbagliato. A tutti capita un momento di stanchezza, ma è per questo che le basi del vostro modello positivo si mettono a mente lucida».

4 attività per imparare a gestire le difficoltà del comportamento

Gianluca Daffi individua 4 macro-strategie per gestire con vostro figlio le sue difficoltà di autocontrollo.

  1. Motivare all'agire. Abituatevi a sottolineare alcune situazioni quotidiane in cui il bambino fa la differenza: «Ci sono tanti momenti in cui il bambino sa rendersi utile; anche i bambini con difficoltà di autocontrollo, se investiti di piccoli compiti e attività per aiutare i genitori, sono in grado di regolarsi. Fate loro notare che la loro azione ha avuto un impatto e che cambia il mondo: ad esempio che prima la stanza era in disordine e ora è tutto a posto. "Se non mi avessi aiutato…"».

  2. Chiedere nel modo corretto. Prima di chiedere iniziate ad avvicinarvi al bambino, osservatelo: «Guardate ciò che sta facendo e quanto è assorto; poi fategli piccole domande e vedete se risponde un po' alla volta o non risponde per nulla». Non si tratta di non "disturbarlo" quando è proprio necessario, ma di evitare di arrabbiarsi inutilmente dopo avergli fatto una richiesta che già in partenza non sarebbe stata ascoltata. «Siate graduali sempre. E se bisogna cominciare da zero, abituateli a rispondere alle vostre richieste a partire da quelle più piacevoli per loro».

  3. Gratificare. «Gratificate le azioni e non la persona: ad esempio non dite "Bravo", ma "Ti sei impegnato"». Dunque niente premi, che possono diventare armi di ricatto e non sono immediate conseguenze positive della sua buona azione.

  4. Allenare le abitudini per sviluppare l'autonomia. Le routine è importante che siano di famiglia e non solo del bambino: «Un tabellone delle attività che riporta solo la scansione della giornata di vostro figlio lo fanno sentire escluso dalla vita famigliare, come se la sua fosse un'esistenza parallela. La sua giornata invece è dentro a quella della famiglia e lui osserva ciò che succede attorno a lui: la sua routine non può solo essere un'imposizione dall'esterno, perché lui è incluso nell'ordine famigliare e vi partecipa. Anche il bambino ha un ruolo all'interno della famiglia e, gradualmente, anche la sua organizzazione potrà risentire delle sue richieste. Il bambino ostinato si sente in qualche modo escluso dal gruppo, dal sistema, dalla famiglia e per questo si oppone e si "ribella". E per far sentire bene qualcuno, per farlo riconoscere in un gruppo, non possiamo certo usare le minacce».

L'intervistato

Laureato in psicologia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è docente a contratto nello stesso ateneo nelle sedi di Milano e Brescia e presso la Libera Università di Bolzano, collabora con gli Spedali Civili di Brescia per i quali coordina il gruppo di lavoro informazione e formazione sul disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività composto dalle 18 NPI Lombarde centri di rifermento per l'adhd e i percorsi di teacher training, collabora con il centro studi Erickson di Trento con il quale ha pubblicato diversi testi su tematiche psicoeducative. Nel suo libro "Meno minacce e più gratificazioni" spiega perché urla e punizioni non servono e propone alcune strategie (età 6-11 anni) per promuovere la collaborazione in famiglia.

TI POTREBBE INTERESSARE

ultimi articoli