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Come gestire i comportamenti problematici dei bambini

di Stefano Padoan - 01.12.2022 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Il metodo in quattro tappe dello psicopedagogista Stefano Rossi per insegnare le emozioni e per capire come gestire i comportamenti problematici dei bambini

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Come gestire i comportamenti problematici dei bambini

Arriva un momento nella vita di un genitore in cui l'illusione di avere un figlio "tranquillo" si infrange. I figli "tranquilli" non esistono: crescendo, iniziano gli inevitabili e necessari conflitti, ribellioni, provocazioni, onde anomale emotive. E allora come gestire i comportamenti problematici dei bambini e dei ragazzi? Lo abbiamo chiesto allo psicopedagogista Stefano Rossi, che nel suo libro "Mio figlio è un casino" (Feltrinelli, 2022) spiega il metodo dell'educazione empatica.

Ogni figlio è un casino, ma non è solo quello

«Ogni figlio è un casino - esordisce Stefano Rossi - perché in lui, come in ogni essere umano, si muove ogni genere di emozione e suscita nei genitori le gioie più grandi e le angosce più profonde». Però i bambini e i ragazzi non sono "il cane di Pavlov", come dice l'esperto: «In ambito educativo si sono diffuse teorie comportamentiste come la "token economy" che riducono il bambino a un "comportamento problema". È evidente che nostro figlio non è solo quello e non è un corpo inerte da modificare a piacimento: pensate come vi sentireste se sul comodino il vostro partner avesse un libro intitolato "Come modificare strategicamente i comportamenti del vostro partner". Si tratta invece di leggere l'umanità di vostro figlio, comprendendo i loro bisogni emotivi e cosa si nasconde dietro i loro comportamenti impossibili».

Come gestire i comportamenti difficili dei bambini

L'obiettivo non è innanzitutto quello di reprimere e far cessare in fretta il comportamento problema, ma di farlo pian piano decrescere, aiutando i nostri figli nell'arte di navigare nel mare delle emozioni: «Nonostante se ne parli da decenni, a scuola e in famiglia è ancora difficile superare le logiche di premi, punizioni e minacce, che puntano al risultato senza agire sulle cause dei comportamenti problematici. Nel mio lavoro prima come educatore di strada e poi come psicopedagogista mi sono reso conto che tanti miei colleghi proponevano un'educazione rigida.

Ho capito però che, senza cadere nell'errore di porsi come amico dei ragazzi, era fondamentale ed efficace sedersi accanto a loro. Un gesto che nutre la loro autostima e offre l'occasione di lavorare in modo più profondo».

Il metodo dell’educazione empatica

Parlando di educazione emotiva e genitorialità positiva, uno dei falsi miti della nostra epoca è l'ottimizzazione delle emozioni: «Vuol dire dividerle in positive e negative, dove le prime sono da perseguire e le seconde da evitare. Le neuroscienze però ci dicono che ogni emozione è messaggera di informazioni importanti su di noi. Le tempeste emotive avvengono quando perdiamo la regolazione delle emozioni, ovvero quando la tristezza diventa disperazione, la paura angoscia e la rabbia violenza. Riconoscere e attraversare tali emozioni, da parte dell'adulto e del bambino, porta a un loro addolcimento e al disperdersi della tempesta». Con questo metodo in 4 tappe, tutte le figure educative sapranno educare il ragazzo alle regole, alla gestione dei conflitti, all'amicizia.

Come si applica l’educazione empatica

Dietro una tempesta emotiva c'è sempre un cuore che trema, scosso da un'emozione difficile come rabbia, paura, tristezza o senso di inadeguatezza. Qui la sfida è non negare l'emozione né polarizzarla in positiva o negativa, ma coglierla come occasione costruttiva per crescere emotivamente giorno dopo giorno.

Ecco le 4 tappe dell'educazione empatica a partire da un esempio in famiglia.

«Quando vostro figlio vi risponde in modo provocatorio e aggressivo, vi trovate di fronte a un istinto che dovete provare a gestire: quello di reagire in modo altrettanto aggressivo, con il risultato che o lo reprimete nelle sue emozioni o fate degenerare velocemente lo scontro».

Noi adulti però dobbiamo essere i primi a esercitarci nell'empatia e diventare "porti sicuri" per i nostri figli, aiutandoli dove loro - molto più comprensibilmente di noi - non riescono.

1 - La chiave della visione

A farvi reagire attaccando (urlando e minacciando) o scappando (ignorando nostro figlio) è la regione del cervello detta amigdala, che si attiva per "sopravvivere" e difendersi da un possibile pericolo: «È esattamente la parte di cervello che si è attivata anche in vostro figlio quando vi ha trattati male. Naturalmente anche voi e non solo i vostri figli siete velieri in balìa delle emozioni, ma provate a comportarvi da pompieri e non da piromani: quello che sta accadendo in lui è infatti che il suo "cervello cognitivo" (il piccolo timoniere) ha perso il controllo delle grandi vele delle emozioni. D'altronde provate a capirlo: la loro corteccia prefrontale (quella dell'autoregolazione di emozioni e comportamenti) si svilupperà del tutto solo attorno ai 20 anni. Il vostro obiettivo dunque non è disinnescare rapidamente il comportamento problema, ma aiutarlo a riprendere il controllo».

2 - La chiave dell’emozione

Per comprendere cosa sta avvenendo in vostro figlio, iniziate a parlare al suo "cervello emotivo" dove si trovano i circuiti di base delle emozioni.

«Avvicinatevi a lui per accogliere l'emozione, ma nello stesso tempo per essere argini contro la violenza che sta esprimendo: "Vedo che sei arrabbiato/preoccupato, ma non posso accettare che mi parli in questo modo. Aiutami a capire che cosa succede"; oppure, se è troppo piccolo, suggeritegli che cosa sta avvenendo in lui "Quella che provi si chiama rabbia/paura". È fondamentale soprattutto come lo diciamo, perché il nostro atteggiamento nei suoi confronti passa a livello non verbale: il 90% dei conflitti avviene sul piano del come e non del cosa diciamo agli altri. In questo modo, gli state trasmettendo che tenete a lui e non siete lì per sgridarlo». Vostro figlio vi risponde che è preoccupato perché deve suonare in pubblico per la prima volta.

3 - La chiave della comprensione

Ora parlate al timoniere: per riprendere controllo delle vele, ha bisogno di comprendere il messaggio che gli è stato recapitato dall'emozione.

«Non minimizzate la spiegazione di vostro figlio, ma anzi riconoscetela come autentica e importante: "Hai diritto di avere un po' di paura. La paura è l'emozione che proviamo quando vogliamo proteggerci". Aggiungete però, in questo caso, che esiste una paura amica che stimola la prudenza e protegge da pericoli, fallimenti e cadute reali; e una nemica, che impedisce di fare esperienze belle e costruttive perché ci paralizza. Nel libro spiego il messaggio che ogni emozione consegna».

4 - La chiave della ripartenza

A conclusione del terzo passaggio, la tempesta emotiva è sedata. Ma a noi interessa cogliere questa occasione anche per insegnare l'intelligenza emotiva. Per questo si usano metafore trasformative che esemplifichino l'abilità a cui nostro figlio dovrà tendere ogni volta che si troverà di fronte all'emozione provata: «L'immagine legata, in questo caso, alla paura è quella del "passo avanti". Anche un detto dice "La paura bussò, ma quando il coraggio andò ad aprire non trovò nessuno". Spiegate a vostro figlio che se fa un passo avanti, la paura fa un passo indietro; viceversa, se ascolta l'ansia e fa un passo indietro (ad esempio non presentandosi all'esibizione), il mostro della paura si ingrandisce e la prossima volta sarà più difficile affrontarlo. E ogni passo avanti starà meglio: da una "zona rossa" di allarme passerà a una "zona gialla" di leggera ansia; e da qui a una "zona verde" dove penserà solo a divertirsi».

L'intervistato

Stefano Rossi (www.centrodidatticacooperativa.it) è uno psicopedagogista scolastico tra i massimi esperti di didattica cooperativa ed educazione emotiva di bambini difficili e ragazzi a rischio. Ha ideato il progetto di contrasto alla dispersione scolastica chiamato Metodo Rossi della Didattica Cooperativa®. È autore di una trentina di testi, l'ultimo dei quali è "Mio figlio è un casino" (Feltrinelli, 2022). Potete seguirlo anche sulla sua pagina Facebook.

Perché il mito delle regole associate al genitore sceriffo è anti educativo?

Risponde in questo podcast Stefano Rossi, psicopedagogista e autore di libri per genitori e insegnanti. Ha formato più di 600 scuole sull'educazione emotiva e la didattica cooperativa.

L'intervistato

Stefano Rossi (www.centrodidatticacooperativa.it) è uno psicopedagogista scolastico tra i massimi esperti di didattica cooperativa ed educazione emotiva di bambini difficili e ragazzi a rischio. Ha ideato il progetto di contrasto alla dispersione scolastica chiamato Metodo Rossi della Didattica Cooperativa®. È autore di una trentina di testi, l'ultimo dei quali è "Mio figlio è un casino" (Feltrinelli, 2022). Potete seguirlo anche sulla sua pagina Facebook.

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