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Lotta per vestirsi? Perché i bambini si spogliano

di Giorgio Crico - 04.10.2021 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Perché i bambini si spogliano? Cosa dire e cosa fare con i propri bambini per non trasformare il momento in cui ci si veste in una lotta continua.

Lotta per vestirsi? Perché i bambini si spogliano

Perché mio figlio di tre anni sembra non avere problemi a tenere le scarpe per uscire ma poi, quando si rientra a casa, non si riesce a superare la porta che le ha già tolte? Come mai alcuni bambini si rifiutano di vestirsi al mattino? E perché sembra che ci siano bimbi che, a prescindere dalla stagione, considerano canottiera e mutandine come l'unico abbigliamento consono allo stare in casa? Come si può evitare che comportamenti simili scadano nel patologico?

La dottoressa Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile, psicoterapeuta e autrice di diversi libri sul tema della famiglia ne parla con noi per aiutarci a trovare delle risposte, e ci aiuta a capire l'importanza di leggere ogni situazione nel suo contesto e di collegarla al momento specifico dello sviluppo dei nostri bambini.

In questo articolo

Perché i bambini si spogliano? Il rifiuto come prima espressione della volontà infantile

Personalità e desideri.

Facendo veloci ricerche su internet, si scopre che ci sono molti genitori preoccupati per la fatica che i propri figli fanno nel rimanere vestiti in casa  e molti altri  che intraprendono lotte senza quartiere ogni mattina, quando arriva il momento di vestire i piccoli.

Per leggere questi comportamenti è necessario in primo luogo domandarsi chi è e come pensa un bambino nell'età tra i due e i cinque anni.

A partire dai due anni e mezzo/ tre i bambini iniziano a manifestare una prima affermazione della loro identità. È il momento, noto a tutti i genitori, in cui le parole chiave del bambino sono io, no, mio, parole cruciali per la crescita, anche se fanno del nostro bambino un piccolo ribelle testardo. E' il momento in cui il bambino cerca di affermare la propria volontà contrapponendola a quella dei suoi genitori, e questo si manifesta in molti campi, che spaziano dal cibo, all'abbigliamento, al lavarsi i denti, al sonno".

"Pretendere di scegliere da solo quello che vuole e opporsi alla volontà dell'adulto sono dunque a questa età la manifestazione fisiologica di un passaggio di sviluppo, e sta a noi genitori affrontarla nel modo migliore per evitare che si trasformi in una modalità prepotente e tirannica."

Una "protesta" contro i ritmi di vita troppo intensi imposti dagli adulti?

I bambini sono sempre molto sensibili al contesto di vita e a quello che accade attorno a loro; le loro reazioni e i loro comportamenti vanno letti perciò anche in relazione a questo.  Il pensiero dei bambini di questa età inoltre è un pensiero moto concreto: "Per un bambino così piccolo, vestirsi la mattina significa prepararsi per uscire e andare all'asilo; stare in pigiama, in mutande  o senza le scarpe significa invece rimanere a  casa, come si fa nei giorni in cui non c'è l'asilo e magari neanche il lavoro di mamma e papà.  Purtroppo poi alla mattina i genitori hanno spesso fretta, una fretta legittima ma poco comprensibile ai loro bambini, che gradirebbero tempi più  lenti e un'atmosfera più serena. Io mi chiedo se i capricci nel vestirsi (così caratteristici nei bambini di oggi) non possano essere anche una forma di resistenza a  questo nostro affanno; una specie di "protesta" attraverso cui ci dicono che non vogliono seguirci nei nostri ritmi così intensi e non adatti alle loro esigenze.  Sono un "reclamo" molto concreto,  in un'età in cui il bambino non è capace di mediare e cerca di imporre la sua volontà contro quella dell'adulto".

Questo genere di desiderio dei nostri piccoli può manifestarsi anche in altri modi: "Ci sono, per esempio, dei bambini che hanno piacere che anche la mamma tolga le scarpe, non appena rientra  a casa dal lavoro: è un modo per dire qualcosa come "Ora sei a casa e stai a casa, non vai fuori di nuovo", per faci capire il loro desiderio di stare insieme".

Quando il problema diventa patologico

La patologia è nella situazione, non nel comportamento.

"Secondo l'ipotesi che ho fatto, più che di comportamento patologico sarebbe meglio parlare di una situazione difficile che genera comportamenti difficili da gestire. Tutti i comportamenti hanno una valenza comunicativa: per migliorare la relazione con i nostri figli dobbiamo cercare di  dare un senso al loro comportamento, anche quando ci disturba; solo così potremo agire poi nel modo migliore. Se non comprendiamo quello che  succede, spesso si instaura con il bambino un braccio di ferro nel quale siamo destinati ad avere la peggio. Le situazioni diventano  patologiche nella misura in cui non si riesce a scioglierle, dando loro una valenza comunicativa".

I bambini non sono ragionevoli come gli adulti.

Alla radice di queste problematiche c'è anche la tendenza di molti genitori a trattare con i bambini come se fossero piccoli adulti, senza avere chiara la profondità della differenza di pensiero tra un adulto e un bambino, anche se intelligente e dotato di una buona capacità di linguaggio. "Troppo spesso  parliamo ai  bambini di scuola materna come se avessimo davanti   piccoli adulti con cui ragionare quasi alla pari. Per questo motivo contrattiamo con loro ogni cosa, cercando di convincerli della ragionevolezza di ciò che gli proponiamo. In pratica, pensiamo ad esempio che la cosa giusta da fare sia di spiegare a un bambino di tre o quattro anni (che non vuole vestirsi) tutti i motivi per cui invece dovrebbe proprio farlo: siamo in ritardo,  fuori fa freddo… E così via. Insomma, contiamo sulla ragionevolezza del nostro interlocutore, che al contrario, proprio per le caratteristiche della sua età, è tutto  meno che ragionevole; questo atteggiamento di costante contrattazione dà al bambino l'idea che il suo e il nostro parere abbiano lo stesso peso, e lo rinforza nel braccio di ferro che ha ingaggiato con noi; tutto si trasforma in una questione di potere: il nostro contro il suo".

Muro contro muro: i bambini piccoli sono più bravi degli adulti.

La cosa fondamentale è non ingaggiare uno scontro di forza perché in questo genere di confronto l'adulto si trova davanti due sole possibilità: quella di cedere (lasciando al bambino la sensazione di essere più forte dei suoi genitori e dunque anche meno protetto da loro) oppure di arrivare a punirlo (sentendosi poi in colpa).

"Quando la relazione con i figli si incista in questo tipo di dinamica, diventa difficile uscirne. Sul piano educativo dobbiamo muoverci avendo ben chiaro quali sono i nostri obiettivi: questo è il significato della parola fermezza, che non significa durezza o severità, ma solo convinzione.In relazione all'età dei bambini possiamo poi mettere in atto diverse strategie che ci permettono di arrivare al nostro risultato e che sono quasi sempre strategie di prevenzione".

Le possibili soluzioni

Per far fronte a un problema bisogna conoscerlo.

Se la lotta per vestirsi si svolge sempre al mattino, forse nostro figlio sta davvero protestando perché non vuole uscire o perché il nostro modo di farlo vestire è nervoso e affrettato. "Forse è meglio allora prendersi un po' più di tempo: se il nostro orario è flessibile, dedichiamo un tempo più tranquillo al momento della mattina, ai saluti, alle coccole, alla colazione insieme. Per il bambino arrivare all'asilo tranquillo e separarsi bene dai genitori è una cosa molto importante; non si accorgerà se, per recuperare l'orario, lo ritireremo mezz'ora più tardi: i bambini per fortuna non leggono l'orologio e se stanno giocando tranquilli non si accorgeranno della differenza".

I distrattori.

Dare buone abitudini è molto più semplice che correggere abitudini cattive, e per un bambino fino ai quattro o cinque anni possiamo contare su molti semplici trucchi per allenare le buone abitudini. A questa età quasi tutto può trasformarsi in un gioco, anche vestirsi. Ai bambini, ad esempio, piacciono le sfide e le gare; amano contare il tempo necessario per vestirsi e fare dei record.

Ma se la sfida inizia, sono possibili strategie utili ad evitare lo scontro. Tra queste, nell'età di cui parliamo quella fondamentale è  ricorrere alla distrazione, attirando altrove la sua attenzione: "Per risolvere l'impasse è utile usare delle strategie utili senza arrivare allo scontro. Bisogna pensare a un bambino che si sta arrabbiando  come a una sorta di treno in corsa; non si può fermare un treno in corsa con le mani, ma possiamo imparare ad azionare lo scambio. Bisogna portare il  bambino su un altro terreno senza iniziare una estenuante quanto inutile contrattazione  e spostare  la sua attenzione  su qualcosa che lo interessa".

La scelta.

E' molto importante anche prestare attenzione al nostro modo di rivolgersi ai bambini. Se domandiamo ad esempio "Tesoro vuoi vestirti?" gli lasciamo intendere che ha davvero la possibilità di scegliere tra un sì e un no.  Ma se noi chiediamo: "Vuoi mettere la maglietta rossa o quella blu?" alleniamo il bambino a fare piccole scelte e nello stesso tempo evitiamo di metterci nei guai: proprio per il modo di funzionare del suo pensiero, il bambino sarà indotto a dare una risposta specifica e questo eviterà che ci dica "io non voglio vestirmi". Per i bambini di questa età è necessario imparare a scegliere, ma la scelta possibile è sempre tra due soli elementi: se si apre l'armadio e gli si chiede cosa voglia prendere si genera invece solo confusione e disorientamento".

L'intervistata

Mariolina Ceriotti Migliarese è neuropsichiatra infantile,  psicoterapeuta e autrice di diversi libri sul tema della famiglia, della vita di coppia e del mondo dell'affettività. Tra questi, ricordiamo in particolare "Cara dottoressa… Risposte alle famiglie imperfette"(Ed. Ares) costruito con le  risposte alle tante domande poste da genitori alle prese con la complessità della relazione con i propri figli.

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