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Quando un bambino prende brutti voti a scuola: come comportarsi

di Stefano Padoan - 06.12.2021 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
La valutazione scolastica non è un giudizio sulla persona ma un’occasione per riflettere su come si è lavorato. Ecco come comportarsi quando un bambino prende brutti voti a scuola

Brutti voti a scuola come comportarsi

Una delle principali fonti di discussione con i figli è il rendimento scolastico. Prendere un brutti voti a scuola è una piccola battuta d'arresto, ininfluente nell'arco di una vita intera, che però può diventare una bella occasione di educazione al fallimento. Spesso invece suscita un terremoto famigliare, perché i genitori per primi vivono i voti con ansia e come mere misurazioni di performance. Marina Zanotta, psicoterapeuta dell'età evolutiva e autrice del libro "A fare da soli si impara" (BUR, 2021), ci suggerisce qual è il giusto approccio di fronte alle valutazioni scolastiche e ai brutti voti.

In questo articolo

Voti a scuola: cosa ci dicono

«Il voto - esordisce l'esperta - è una foto del lavoro svolto in un singolo compito, interrogazione o verifica. Non è un giudizio sulla persona, né la conferma o smentita di preconcetti sull'alunno». Dice solo "com'è andata", cosa ha funzionato bene e cosa no sia durante lo svolgimento dell'esercizio che nel lavoro a casa.

«Alla scuola primaria per esempio il voto ha una triplice valenza:

  1. serve all'insegnante per vedere quanto i suoi alunni abbiano compreso l'argomento e come si stiano costruendo gli strumenti base di apprendimento;

  2. serve ai genitori per avere un feedback sul percorso scolastico dei propri figli, così da intervenire in caso di difficoltà importanti;

  3. serve ai bambini per imparare ad autovalutarsi e a fare i conti con gratificazioni e frustrazioni».

Quanto sono importanti i voti a scuola

Gli insegnanti sono sempre più attenti a relativizzare l'importanza dei voti, sia che essi siano ottimi o pessimi: servono solo a capire a che punto si è limitatamente a quel singolo argomento, con la consapevolezza che non si può andare sempre bene né sempre male. «Non vogliono dire che lo studente sia un genio né un "asino", né che gli insegnanti non siano capaci, né tantomeno che i genitori non siano adeguati. Peccato che tanti vivono gli errori dei figli come fallimenti propri e così li caricano di ansie e aspettative, o viceversa giudichino il percorso scolastico dei figli solo in funzione dei voti. Questo è deleterio da un lato perché poi i ragazzi crescono convinti che a scuola contino solo i voti, e questo crea alle medie alunni che si permettono atteggiamenti irrispettosi forti del loro alto rendimento scolastico. Dall'altro perché, se si vivono male i brutti voti, si cercheranno sempre i colpevoli invece che vederli come occasioni di crescita».

Perché sbagliare è importante

La scuola è la prima grande palestra di vita: un ambiente protetto fondamentale dove imparare, tra le altre cose, ad affrontare eventuali sbagli e frustrazioni. «La possibilità di commettere errori e porvi rimedio, o a volte addirittura di fallire, è l'essenza stessa del processo di promozione e sviluppo dell'autonomia. Eppure noi adulti ce ne dimentichiamo molto spesso e spendiamo buona parte delle nostre energie per evitare che i nostri figli inciampino nella possibilità di sbagliare. Un brutto voto, se preso per quello che è (e cioè un'occasione di rileggere il lavoro svolto), permette di sviluppare la conoscenza di sé e dei propri limiti e obbliga il bambino a far ricorso ai propri strumenti per superare l'ostacolo o a chiedere aiuto». Così l'errore acquista una valenza pedagogica che ha la capacità, apparentemente paradossale, di consolidare e migliorare la fiducia in se stessi e nelle proprie abilità.

Perché un bambino prende brutti voti a scuola

Quando un bambino prende brutti voti? Le ragioni possono essere diverse:

  • Nei primi anni della scuola primaria. Qui è più facile che il motivo sia un argomento particolarmente complesso o un disturbo dell'apprendimento, che normalmente emerge proprio in questi primi anni. «In entrambi i casi state attenti a non trasformare tali prese di consapevolezza in etichette, ma come punto di discussione tra bambino, insegnanti e genitori: l'alunno non è un "somaro", ha solo una difficoltà in matematica o su un certo argomento. A volte si tratta solo di un tempo di apprendimento diverso, o ancora basta qualche ripetizione per colmare la lacuna».

  • Nel biennio finale della primaria e alla scuola media. Più l'alunno cresce, più è frequente che il voto indichi non tanto le capacità innate quanto piuttosto la qualità del lavoro svolto: «I bambini e le bambine a questa età, quando prendono un voto inatteso, devono iniziare a prendere coscienza che hanno avuto un ruolo attivo in questo risultato. A volte è mancato l'impegno e lo studio, e bisogna capire se si tratta di un rifiuto della materia o se, distratti da altri impegni, è mancata l'organizzazione per trovare il tempo per studiare. A volte è semplicemente una giornata storta, oppure l'ansia ha giocato un brutto scherzo e allora si lavorerà su quella. O ancora, soprattutto alle medie, bisogna costruirsi un metodo di studio nuovo perché quello delle elementari non va più bene. In ogni caso, la soluzione non è certo puntare il dito ma iniziare con loro a capire i motivi dello scivolone».

Ragazzi intelligenti che vanno male a scuola

Quante volte, da genitori, ci siamo interrogati sul perché nostro figlio così intelligente non abbia voti brillanti. Innanzitutto i voti, come abbiamo visto, non giudicano l'intelligenza; certo però è che se nostro figlio non ha problemi didattici o di apprendimento, le motivazioni di un brutto voto sono da ricercare altrove: «Spesso dietro c'è una mancanza di autostima, o ansia da prestazione rispetto alle alte aspettative dei genitori. Oppure ci sono fatiche emotive individuali o familiari; in età preadolescenziale, vi sono anche sani movimenti di individualizzazione che possono determinare un maggiore o minore interesse per certe materie». Capita anche che gli alunni non abbiano ancora compreso il motivo per cui incappino, in rari momenti, in risultati negativi e che quindi questi ricompaiano di tanto in tanto. Alcuni studenti invece disinvestono per noia, quando i sistemi scolastici non sono adeguati al loro livello.

Brutti voti a scuola: cosa fare

Ecco cosa fare di fronte a un brutto voto.

  1. Problematizzate. Ridimensionata l'importanza che hanno i voti a scuola, essi sono tuttavia dati di realtà da prendere sul serio. «Niente lotte di potere a suon di minacce e punizioni, ricordatevi che a scuola ci va vostro figlio e non voi! Mantenete sempre un certo margine di distanza fin da piccoli, che man mano aumenta con l'età perché la scuola sarà sempre meno competenza dei genitori. Però dovete interrogarvi sul perché, insieme a vostro figlio, ed essere presenti e pronti in caso di bisogno o per aiutare a individuare possibili soluzioni».

  2. Dialogate. Per capire cosa ha portato a un voto negativo, l'unica strada è il dialogo. «Discutete con vostro figlio, domandate "Cos'è successo?" per sentire in primis da loro quali possono essere state le ragioni. Ricordatevi che il voto non è un giudizio, ma un segnale, un punto di partenza per aprire un confronto. Altrimenti vostro figlio inizierà anche a nascondervi i propri risultati negativi. E se non si abitua a trovare gli strumenti personali per superare le difficoltà, costruirà un'immagine di sé di stupido e incapace».

  3. Non fate confronti. Il confronto sui voti spesso è suggerito dagli stessi genitori, che chiedono al figlio com'è andato il compagno di classe o, peggio, indicano l'esempio del fratello o sorella più "bravi". «Non c'è nulla di peggio per lavorare negativamente sull'autostima di vostro figlio, rendendo il voto un'etichetta che rispecchia le predisposizioni individuali. Invece, soprattutto alla primaria ma non solo, ogni bambino ha un percorso di apprendimento molto personale che dipende da molti fattori. Fate dunque capire a vostro figlio che lui è lui, gli altri sono gli altri».

Brutti voti a scuola: cosa dire

  1. Non partite all'attacco. È normale essere amareggiati e dispiaciuti per il brutto voto di un figlio, ma provate a rimanere concentrati su di lui e non sfogare la vostra, di frustrazione. «Ricordatevi che non si cercano colpevoli, ma motivazioni e analisi. Non accusatelo dunque di non avere studiato (anche se magari la ragione che uscirà sarà quella), ma nemmeno lamentatevi della difficoltà del compito o della severità dell'insegnante».

  2. Differenza tra performance e prestazione. Nel Life Coaching, sia lavorativo che sportivo, si distinguono i risultati raggiunti (performance) dalle prestazioni. Con vostro figlio concentratevi su queste ultime, per evidenziare i miglioramenti o i peggioramenti relativi tra una verifica e l'altra e mettere in secondo piano il risultato in termini assoluti: se ad esempio si passa dal 3 al 5, c'è da essere cautamente soddisfatti nonostante non si sia giunti alla sufficienza assoluta. Ricordatevi che le difficoltà non si superano sempre al primo colpo.

  3. Le domande giuste. Mettete da parte il voto e concentratevi su vostro figlio, sollecitandolo a fare un'autovalutazione prima ancora che fornirgli un'interpretazione del voto: «"Com'è andata la verifica, secondo te? Te l'aspettavi?"; "Cosa ha funzionato bene in questa interrogazione? Cosa invece è andato storto?"; "Che parti dell'esercizio hai trovato difficili?"; "Come pensi di aver lavorato in preparazione a questo compito?"; "Secondo te, c'è un modo per cambiare le cose?". Rianalizzare quanto successo, nel bene e nel male, apre una relazione in cui non c'è il peso del giudizio, ma solo la voglia di ragionarci insieme e ascoltarsi». In questo modo quel numero o quella lettera non è più un marchio, ma diventa una sintesi riempita di significato.

Brutti voti a scuola: come risolvere

  • Scuola primaria. Alla scuola primaria gli interventi sono frutto di un lavoro di rete tra genitori, insegnanti e alunni anche per insegnare ai bambini che gli adulti non sono accanto a loro per valutarli, ma per lavorare in loro supporto. «Se la discussione con vostro figlio è ben impostata, alcune soluzioni arrivano da sé: a volte i bambini riconoscono che la domanda era facile, ma si sono agitati; oppure si rendono conto che avevano frainteso la consegna, e allora si riprometteranno maggiore concentrazione per il futuro. Magari scoprono dopo la verifica di non avere capito come si fanno le divisioni, oppure invece ammettono di avere sempre avuto dei dubbi ma di non aver avuto il coraggio di chiedere aiuto. Aprendo l'interlocuzione con gli insegnanti, individuerete ben presto se vostro figlio necessita solo di tempo, di ripetizioni o di una valutazione dell'apprendimento».

  • Scuola media. Man mano che i ragazzi crescono, la rete si assottiglia e il perno della collaborazione diventano loro, non più gli adulti. A questa età le riflessioni più frequenti sono sulla motivazione e sul metodo di studio da sviluppare: «A volte arrivano impreparati a un compito perché hanno studiato altro, e allora si tratta di lavorare sull'organizzazione del tempo. O non hanno studiato proprio e bisogna capire se si sta creando una forma di rifiuto della materia per senso di inadeguatezza. Iniziate a chiedere a loro come pensano di poter essere aiutati, per abituarli a formulare la loro richiesta di aiuto».

  • Scuola superiore. Dalla seconda media in avanti, i dialoghi sui voti diventano parte di un percorso più ampio su di sé e sulla propria identità. «Qui entra in gioco il loro percorso di costruzione di responsabilità, anche rispetto alla scelta di quanto andare bene a scuola e di quanto valorizzare ogni singola materia. Preparatevi ad accogliere ed accettare che vostro figlio possa dirvi un giorno "È andata male perché a me la geografia proprio non piace": la soluzione non sarà certo che allora potranno non studiarla, perché è loro dovere. Ma sarà in loro potere decidere di tenerla sul sei».

L'intervistata

Marina Zanotta (www.dottoressazanotta.it) è psicologa e psicoterapeuta dell'età evolutiva e dell'adulto. Responsabile di Brucaliffo, area materno-infantile di Associazione Alice Onlus, si occupa del coordinamento di progetti di formazione e prevenzione del maltrattamento in età evolutiva, formazione e sostegno della genitorialità e della formazione e supervisione a docenti, educatori e psicologi. È autrice di "A fare da soli si impara" (BUR, 2021) e "Stiamo calmi!" (BUR, 2020).

 

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