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Quando il bambino vuole sempre essere al centro dell'attenzione

di Zelia Pastore - 05.06.2020 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Focalizzarsi sulle cose positive, ignorare i capricci ma non il bambino, reindirizzare il comportamento: ecco i consigli della pedagogista per gestire l’ “Attention-seeking behaviour”

Quando il bambino vuole sempre essere al centro dell'attenzione

Piagniucolìo, oggetti lanciati, richieste continue: vostro figlio cerca sempre di attirare la vostra attenzione con comportamenti inopportuni? Ecco come gestire il cosiddetto "Attention-seeking behaviour" con 8 consigli pratici della pedagogista Laura Mazzarelli, co-autrice del libro "Invece di dire… Prova a dire. Le parole per educare i bambini con amorevole fermezza" (Mondadori, 2019).

In questo articolo

Il bisogno di attenzione è normale

«Il bisogno di attenzione - premette l'esperta - è un'esigenza naturale dell'essere umano e non solo del bambino. Una persona esiste se è guardata e pensata, se si sente accolta e compresa. Un neonato richiama l'attenzione piangendo per esprimere i propri bisogni fisiologici e noi rispondiamo subito, un bimbo di 3 anni allora non può? A quell'età conosce solo quella modalità: piange, urla, sbatte gli oggetti, fa capricci. Non ha ancora la facoltà metacognitiva per esprimere il suo bisogno, ed è qui che deve intervenire l'adulto, per leggerlo e accoglierlo».

Mia figlia vuole sempre essere al centro dell'attenzione: ascolto e dialogo

Compito del genitore è quello di leggere il bisogno che sta esprimendo il figlio con il suo comportamento: «È essenziale instaurare una buona relazione basata sul dialogo e sull'ascolto, per accompagnarlo ad avere la certezza di non essere abbandonato. Così, ad esempio, non avrà più bisogno di urlare per riempire lo spazio di sé: una volta che la presenza del genitore è interiorizzata, il figlio sa che c'è e si rasserena».

In questo modo diminuiscono i comportamenti che ricercano attenzione e non si trasformano in atteggiamenti negativi. «Se invece non si è instaurata una relazione positiva su questo, il rischio è che ad esempio vostro figlio inizi a mettere in atto in pubblico comportamenti inadeguati, perché capisce che lì siete più ricattabili e vulnerabili. E soprattutto potrebbe protrarre anche durante la crescita modalità non consone di esprimere i propri bisogni correndo poi il rischio di diventare un adulto viziato che pensa che il mondo ruoti attorno a lui».

Ignora il comportamento, non tuo figlio

Se il compito dei genitori è di capire il bisogno di attenzione dei figli, di certo la soluzione non è quella di ignorarli: « "Se richiama l'attenzione, ignoralo" si scontra proprio con il bisogno che il bambino sta tentando di esprimere. D'altronde ogni essere umano per collocarsi nel mondo ha bisogno della considerazione altrui. La scelta di ignorare dei genitori è più una forma di difesa, che parte dal presupposto che se presti attenzione a tuo figlio anche quando non la chiede gentilmente, dai l'idea di essere debole e di viziarlo. L'autorità però non si ottiene dalla coercizione o dal non dare attenzioni, anzi: si ottiene dal crescere vostro figlio non con la paura ma con l'ascolto della sua vera natura. Che non vuol dire cedere al permissivismo».

Il focus dell'adulto dunque deve essere sul bambino in sé e non sul comportamento: «Tanti confondono il comportamento con il bambino e gli affibbiano anche a voce delle etichette di giudizi che nel tempo diventano la sua identità, questo non lo aiutano a migliorare: vostro figlio è "capriccioso"? No, sta "facendo un capriccio"».

Presta attenzione vera

I bambini capiscono se li si sta ascoltando davvero o no: «Abituiamoli alla nostra attenzione piena, autentica e profonda. Ad esempio, non guardiamo il telefono nel frattempo! 5 minuti in cui siamo davvero lì con loro al 100% valgono più di 1 ora di ascolto distratto e magari anche un po' impaziente». Un ascolto efficace è il presupposto di una comunicazione efficace. Per ascolto non si intende un momento di silenzio in cui l'altro parla e noi stiamo zitti, l'ascolto non è il tempo del turno di parola: non si ascolta solo con le orecchie, ma con la mente e soprattutto col cuore.

Focalizzati sulle cose positive

Anche l'autostima placa l'ansia esagerata di attenzione: «Oltre ai rinforzi positivi quotidiani, impariamo a ricordare le loro qualità anche durante un momento in cui cercano la vostra attenzione: "Sai fare tante cose, sai essere così bravo e come mai ora stai facendo così? Dimmi pure di cosa hai bisogno"». Quando qualcuno si rivolge a noi a partire dal riconoscimento di ciò che siamo e delle nostre qualità sicuramente ci dispone a un ascolto e a una disponibilità differente.

Reindirizza il suo comportamento

«Un bambino non è contento di piangere o urlare, anzi in quel momento sta anche molto male - ricorda la Mazzarelli - E sa che certe cose è meglio non farle. Nessuno vuole essere un disturbatore. Per questo, se riusciamo a condurlo su una strada alternativa, ci seguirà di buon grado: riportiamolo in contatto con quello che lui vuole essere, ovvero adeguato, utile. Incanaliamo dunque quella energia in un gesto positivo, ad esempio chiedendogli di aiutarci in una faccenda invece che tirare i calci a un tavolo». È molto più efficace che metterlo in punizione: «Forse momentaneamente ci saremo liberati del fastidio soffocando il comportamento, ma avremo solo messo un coperchio su una pentola a pressione che prima o poi salterà. Invece ricordiamoci che il passaggio deve essere sempre dal suo gesto inopportuno al nostro ascolto autentico».

Mettilo di fronte alle conseguenze

Con i bambini un po' più grandicelli, si può iniziare a parlare di causa ed effetto: «Metteteli di fronte alle conseguenze del loro comportamento. È un modo anche per valorizzarli in un dialogo che li reputa in grado, come effettivamente sono, di ragionare. "Così ti fai male e rischi di rompere quell'oggetto"; "Se continui a interrompere la telefonata, questa durerà di più e dovrai aspettare ancora perché io ti ascolterò". Invece di dire "smettila", insomma, spiegate loro cosa sta succedendo. Ad esempio, quando continua a interrompervi durante una telefonata fermatevi per due minuti, guardatelo negli occhi con fermezza e fategli percepire l'importanza del rispetto di questo momento in cui siete impegnati in altro, rassicurandolo che al termine vi dedicherete a lui: saranno sufficienti per placare il bambino».

Rileggi insieme a lui l’accaduto

Sempre dai 5 anni in su, potete affrontare una crisi non solo nell'immediato ma tornarci successivamente: «A quell'età è in grado di ricordarsi cosa è successo nella giornata. Prima di dormire, ad esempio, quando la crisi si è ormai dissolta e la "temperatura emotiva" è scesa potete tornare su quel determinato episodio: sarà un ulteriore momento di dialogo, in un momento calmo della giornata e sufficientemente lontano dall'accaduto, per rinsaldare il legame con lui e rasserenarlo in vista di eventuali episodi futuri. Gli servirà inoltre per iniziare a riconoscere le proprie emozioni e nominarle».

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