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Disprassia nei bambini: che cos'è, come si riconosce, come si interviene

di Valentina Murelli - 29.07.2021 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Circa 6 bambini su 100 soffrono di disprassia, un disturbo della coordinazione caratterizzato da difficoltà a programmare ed eseguire azioni intenzionali

Bambini che, a tre o quattro anni, non riescono a togliersi la giacca o a mangiare con il cucchiaino senza sporcarsi. Bambini che sembrano goffi e impacciati, che inciampano di continuo, cadono spesso e non riescono per esempio a calciare bene una palla. O, ancora, bambini che sembrano pigri e distratti o che faticano a formulare correttamente ciò che vorrebbero dire. Sono alcune delle possibili manifestazioni della disprassia, una condizione caratterizzata da difficoltà a programmare ed eseguire azioni intenzionali e che in alcuni casi può avere un impatto anche importante sulla vita dei bambini colpiti. Ne parliamo con Letizia Sabbadini, neuropsicologa e Presidente dell'Associazione Italiana Disprassia dell'Età Evolutiva (AIDEE).

In questo articolo

Che cos'è la disprassia?

"Tradizionalmente, la disprassia è sempre stata classificata come un disturbo della coordinazione motoria - spiega la neuropsicologa Letizia Sabbadini - tuttavia, oggi si tende a utilizzare una definizione più generale che inquadra la disprassia come difficoltà a pianificare, coordinare ed eseguire movimenti intenzionali in serie o in sequenza deputati a un preciso scopo". Insomma, non solo un disturbo della coordinazione motoria, ma proprio della coordinazione generale. "La disprassia va inclusa in un ampio spettro di disturbi che investono la coordinazione e che possono influenzare molti aspetti della vita quotidiana, compreso l'apprendimento delle abilità scolastiche" precisa Sabbadini, che poi continua "in generale c'è spesso anche la presenza di disturbi dell'attenzione e di disturbi d'ansia che è importante riconoscere precocemente".

Questo disturbo - non si parla infatti di malattia - può essere presente da solo (disprassia primaria o idiopatica), oppure associato ad altre condizioni e sindromi (disprassia secondaria) come l'autismo o la sindrome di Asperger

Da che cosa dipende?

"Le cause non sono ancora state chiarite - precisa Sabbadini - ma è ormai sempre più riconosciuta la base genetica di questo disturbo. Viene riconosciuta una certa familiarità e infatti mi capita infatti di vedere papà che si riconoscono nelle difficoltà dei propri figli".

Si sa inoltre che la disprassia non sembra essere associata a particolari lesioni cerebrali, e l'ipotesi è che sia invece dovuta all'immaturità delle reti neurali (circuiti nervosi del cervello), soprattutto nei bambini nati prematuramente o immaturi di basso peso.

Il rischio di disprassia sembra più elevato in bambini:

  • pretermine, cioè nati prima delle 37 settimane e post-termine;
  • di peso molto basso alla nascita;
  • che hanno mostrato sofferenza perinatale;
  • che hanno una storia familiare di disturbi della coordinazione motoria.

Quanto è frequente?

"Purtroppo la frequenza della disprassia è un dato ancora molto poco chiaro" spiega Sabbadini. Secondo diverse pubblicazioni scientifiche ne sarebbe colpito il 5-6% dei bambini, alcuni in forma più lieve, quasi irrilevante, altri in forma più grave, ma la percentuale potrebbe essere ben più alta visto che spesso questo disturbo non viene diagnosticato. "Sappiamo però che la disprassia sembra molto più frequente nei maschi che nelle femmine: il rapporto è di circa quattro a uno".

Come si manifesta?

Esistono varie forme di disprassia, che possono interessare solo l'ambito motorio, coinvolgendo vari aspetti della vita quotidiana, o anche quello verbale. Per parlare, infatti, è necessario coordinare e mettere in sequenza una serie di movimenti degli organi dell'apparato fonatorio, e se questa capacità viene meno, compaiono difficoltà nell'espressione verbale.

"La disprassia si può manifestare anche molto precocemente, già nei primi mesi di vita con assenza di lallazione o nel primo anno o anno e mezzo di età, soprattutto con un ritardo dello sviluppo delle tappe motorie. In questo caso il bambino non gattona o c'è una deambulazione ritardata dopo i 15 mesi" afferma la neuropsicologa.

"Più avanti con l'età possiamo osservare bambini disprattici che hanno difficoltà a fare le scale o a fare i classici giochi all'aperto, come saltare o tirare calci a una palla" spiega Sabbadini. "Per questo possono isolarsi volontariamente da questi giochi, perché avvertono di essere goffi e impacciati. Altri bambini invece non riescono a vestirsi correttamente, anche in un'età in cui i coetanei riescono perfettamente. Hanno difficoltà ad allacciare stringhe e bottoni o a togliersi la giacca. E ancora, possono mostrare difficoltà a usare le mani e le dita e quindi a utilizzare le forbici, a disegnare, addirittura a tenere in mano la matita. Mi capita di vedere molti bambini che già dalla scuola materna evitano di svolgere questo genere di attività e ad esempio si rifiutano di disegnare".

Possono anche esserci difficoltà nella lettura e nella scrittura. A meno che non siano presenti altre sindromi non si tratta in genere di disturbi di origine cognitiva ma, di nuovo, di disturbi legati alla coordinazione motoria, per esempio alla coordinazione dei movimenti dello sguardo o di quelli della mano. 

"Spesso nello stesso bambino si riscontrano più tipi di disprassia, di cui magari uno prevalente e gli altri più sfumati", sottolinea Sabbadini. Inoltre, è importante ricordare che il disturbo può essere associato a un importante carico di frustrazione, dovuto alla consapevolezza dei propri "limiti".

Quali sono i sintomi che c'è qualcosa che non va?

Esistono diversi indicatori, nelle varie fasce d'età, che possono suonare come campanello d'allarme. 

Primi due anni:

  • difficoltà di suzione e alimentazione;
  • difficoltà nei cambi di posizione;
  • difficoltà ad afferrare e utilizzare oggetti;
  • ritardo nell'arrivare a particolari fasi dello sviluppo psicomotorio, come il gattonamento, la posizione seduta, il fatto di mettersi in piedi, il fatto di camminare da solo;
  • ritardo nella lallazione e, a due anni, scarsa varietà linguistica (produce meno di 50 parole).

Età prescolare:

  • difficoltà di concentrazione e di attenzione sostenuta;
  • necessità di tempi lunghi o molto lunghi per svolgere qualsiasi compito;
  • iperattività, movimento continuo, sonno agitato;
  • difficoltà a salire e scendere le scale;
  • difficoltà a compiere semplici giochi all'aperto, come saltare o calciare la palla;
  • difficoltà nei giochi di costruzione e di travaso, con il disegno, con le posate
  • difficoltà di disegno o di utilizzo di strumenti come forbici e pennarelli.

Età scolare:

  • difficoltà di concentrazione;
  • necessità di tempi lunghi o molto lunghi per svolgere qualsiasi compito;
  • difficoltà nel disegno;
  • difficoltà di copiatura dalla lavagna, nella scrittura (disgrafia) e nella scrittura,
  • difficoltà a farsi degli amici;
  • difficoltà o incapacità a organizzarsi, atteggiamenti caotici;
  • possibilità di esclusione sociale, di classificazione come bambino goffo, impacciato, "imbranato".

Attenzione, però: notare qualcuno di questi segnali non significa per forza che il bambino sia disprattico. Può darsi tranquillamente che la sua sequenza di sviluppo sia solo un po' più lenta di quella dei coetanei. Ogni bambino, in fondo, ha i propri tempi.

Tuttavia, in caso di dubbio, sempre meglio rivolgersi al medico. Perché se davvero ci fosse un problema, prima si interviene e meglio è.

Chi fa la diagnosi?

I segnali vengono riconosciuti più spesso dai genitori piuttosto che dal pediatra, e questo è un altro aspetto cruciale. "Bisognerebbe sollecitare di più la conoscenza della disprassia tra i pediatri che poi sono quelli che dovrebbero indirizzare i genitori verso una valutazione specifica" spiega Sabbadini. Il primo punto di riferimento, in ogni caso, resta comunque il pediatra che eventualmente rimanderà a uno specialista, per esempio un neuropsichiatra infantile o un neuropsicologo infantile. "Personalmente credo che sia importante intervenire con una valutazione mirata in ambito motorio, cognitivo, linguistico e anche relazionale e che quindi sia meglio rivolgersi a un'equipe specializzata che prevede più specialisti"

Come si interviene?

Come abbiamo già accennato, poiché si tratta di un disturbo multisistemico, che interessa più piani della vita e dell'attività del bambino, gli interventi dovrebbero essere multidisciplinari e riferiti alle varie componenti coinvolte: motoria, verbale, emotiva. "Le figure previste per una terapia integrata sono in genere quelle di neuropsicologi infantili, neuropsicomotricisti, logopedisti, ed è importantissimo che queste figure collaborino anche con la famiglia e con gli insegnanti" precisa Sabbadini.

Per quanto riguarda gli interventi terapeutici, invece, "si tratta di attività ed esercizi che devono essere percepiti dai bambini il più possibile come ludici. Non si tratta comunque di intervenire solo nei primissimi anni di vita, ma si può lavorare anche casi con adolescenti e adulti".

Si può guarire?

"Non è propriamente corretto parlare di guarigione, visto che non stiamo parlando di una malattia" afferma Sabbadini. "Quello che succede è che ci sono delle difficoltà più o meno marcate nello svolgere compiti della vita quotidiana e che quindi si può lavorare per eliminare o attenuare queste difficoltà. In alcuni casi si riesce a risolvere il problema completamente, in altri invece questo non è possibile, ma si riesce comunque a trovare sistemi per compensare i limiti. In genere, gli interventi sono tanto più efficaci quanto più sono precoci". 

Va però sottolineato che di solito, anche chi recupera completamente tutte le abilità ha sempre bisogno di un po' più di tempo per svolgere determinati compiti e azioni. 

"I movimenti - chiarisce Sabbadini - non diventano mai del tutto automatici, per questo può rimanere una certa lentezza esecutiva". Ciò però non deve assolutamente scoraggiare i genitori. "Nella mia esperienza ho conosciuto ragazzi disprattici che si sono laureati, sebbene avessero bisogno di più tempo per fare l'esame perché l'elaborazione della risposta a un test richiedeva appunto un tot di tempo in più. Il termine disprassia a volte fa paura, ma non è una malattia in senso stretto, è una condizione sulla quale bisogna intervenire il più precocemente possibile" conclude Sabbadini.

La storia: mio figlio ha la disprassia
Mio figlio, che ha sette anni, ha la disprassia. Lui non è in grado di giocare come tutti gli altri bambini perché sono tante le difficoltà che incontra nei movimenti, nelle espressioni, nel camminare e anche nel parlare. Per lui anche un semplice gioco con la palla diventa un problema. Ogni giorno noi, genitori di questi "gioielli", portiamo avanti una battaglia. Nonostante ciò, io dico che mio figlio non lo cambierei neanche per l'oro del mondo.

Fonti per questo articolo: consulenza di Letizia Sabbadini, neuropsicologa e presidente dell'Associazione italiana disprassia dell'età evolutiva; articolo scientifico pubblicato su Archives of Disease in Childhood; materiale informativo del Servizio sanitario inglese; materiale informativo dell'Associazione AIDEE.

 

Revisionato da Francesca De Ruvo

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