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Come educare i bambini allo sport (e all'essere sportivi)?

di Lorenza Laudi - 18.06.2024 - Scrivici

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Fonte: shutterstock
Come fare? Cosa significa educare allo sport? Come educare i bambini allo sport? Impariamo i concetti di integrazione e socialità grazie all'essere sportivi

In questo articolo

Gli Europei di calcio 2024 sono cominciati da pochissimo e oltre ai risultati, alle pagelle dei giocatori e ai reportage delle partite, tra stampa e social network girano i primi e immancabili scontri tra tifoserie. Questi eventi stridono con l'idea dello sport quale maestro di vita. Che cosa si può fare? Come essere dei veri sportivi nello sport?

Perché educare i bambini allo sport?

È appurato che lo sport è un maestro di vita eccellente, fondamentale nel percorso di crescita di ogni bambino. Praticare sport fa bene da qualsiasi punto di vista, non esiste ricerca o studio che non ne evidenzi tutti i benefici sia livello psicofisico sia sociale.

Educare i bambini allo sport non significa però solo ed esclusivamente mettere in campo strategie efficaci per insegnare loro come approcciarsi a un'attività piuttosto che a un'altra, "educare allo sport significa in primis porre l'accento sull'educazione e poi sulla pratica sportiva" dice Giovanna Giacomini, pedagogista, formatrice e ideatrice del paradigma pedagogico Scuole Felici® che continua, "l'educazione viene prima di tutto. Prima ancora di parlare di sport occorre parlare di movimento e nello specifico di movimento educativo, indispensabile per la crescita psicofisica e sociale di ogni individuo. Purtroppo negli ultimi anni assistiamo a un aumento della sedentarietà al quale è necessario porre rimedio sin da subito, dal momento in cui il bambino muove i suoi primi passi. Ovviamente in questa fase parliamo di gioco, tutto inizia e finisce con l'aspetto ludico dell'attività. Nei primi anni di vita giocare è il lavoro principale di ogni bambino. Coltivare un'educazione al movimento sin dalla prima infanzia renderà più semplice l'approccio con il mondo sportivo. Quando i bambini cresceranno, porteranno con loro questo amore per il movimento, la salute e il gioco".

Come scegliere lo sport adatto?

Una delle domande più ricorrenti che si pongono quasi tutti i genitori è come scegliere uno sport adatto ai propri figli. "Se partiamo dal concetto di movimento educativo, più che di sport vero e proprio, nella primissima infanzia è importante dare spazio prima di tutto all'aspetto ludico e di socializzazione del gioco e solo in seconda battuta cercare di capire quale sia lo sport migliore per loro, lasciandoli però liberi di scegliere a quale disciplina avvicinarsi" spiega l'esperta che prosegue, "per capire quale sport possa piacere o essere più affine ai nostri bambini ci si può basare su diversi fattori come ad esempio valutare quelle che sono le caratteristiche della propria famiglia o quanto tempo abbiamo a disposizione durante la settimana per far sì che il bambino possa praticare il suo sport, perché ricordiamoci che è molto importante che anche i genitori siano presenti in modo da condividere con lui/lei questa esperienza e passare del tempo insieme".

Tra gli aspetti che possiamo prendere in considerazione troviamo ad esempio l'analisi del territorio, per capire magari quali sono le attività proposte e se sono frequentate da altri amichetti, perché quando il bambino è molto piccolo i punti di riferimento sono un tassello molto importante. Valutare quali siano le sue passioni e le sue attitudini personali, tenendo ben a mente che queste possono cambiare nel tempo. Non insistere e non forzare mai una scelta. Non è raro che un bambino che ha praticato uno sport per tanto tempo poi da adulto abbia dichiarato che non gli piaceva. Far sperimentare loro il più possibile, essere dei buoni osservatori ed essere presenti perché l'attività sportiva è un momento educativo e come tale necessita di compartecipazione.

Educare i bambini allo sport significa anche educare all’errore

Michael Jordan ha dichiarato:

"ho sbagliato più di 9.000 tiri nella mia carriera. Ho perso quasi 300 partite. 26 volte mi hanno dato la fiducia per fare il tiro vincente dell'ultimo secondo e ho sbagliato. Ho fallito più e più volte nella mia vita. E per questo che alla fine ho vinto tutto."

Per Giovanna Giacomini questa frase rappresenta davvero il senso dell'educazione all'errore. "Riuscire a vedere nell'errore e nella sconfitta un'opportunità, un'occasione per migliorarsi e per crescere al fine di raggiungere un obiettivo cambia notevolmente la visione delle cose. È quello che noi addetti al settore chiamiamo pedagogia dell'errore e che ha origini antichissime, basti pensare che già Socrate parlava a suo tempo di errore in chiave educativa. Apprendere attraverso gli sbagli. Ecco se riuscissimo a guardare l'errore da questo punto di vista, è chiaro che accettare la sconfitta diventerebbe una cosa naturale sulla quale non sarebbe necessario riflettere essendo già parte della nostra educazione. Non avremmo bisogno di momenti appositi per riuscire a superare il senso di frustrazione".

Come trasferire questo concetto ai più piccoli (ma non solo)?

Attraverso l'educazione alle emozioni. "È importante far sperimentare emozioni come la frustrazione attraverso la proposizione di giochi e attività che offrano loro la possibilità di perdere. Banalmente quando i bambini sono piccoli tendiamo sempre a farli vincere. Questo succede soprattutto perché riteniamo che la sfida non sia ad armi pari. È invece meglio introdurre la sconfitta anche nelle piccole cose come una partita a carte per esempio. Permettere ai bambini di essere tristi o frustrati quando perdono è il modo migliore per aiutarli a gestire questa emozione, imparare a viverla fino in fondo ed esaurirla in poco tempo. Per fare questo l'esempio degli adulti è fondamentale. Il primo confronto sociale che ha il bambino è la famiglia. Difficile quindi abituarli al valore dell'errore e alla gestione delle emozioni, se ogni volta che qualcosa non va come vorremmo, manifestiamo la nostra frustrazione come emozione ingombrante. Piuttosto che utilizzare parole come bravo o pessimo che sono assolute e soprattutto dirette alla persona e non alla situazione, meglio utilizzare frasi più empatiche come, ti da fastidio aver perso?, come ti senti?, Perché?" spiega Giovanna Giacomini.

Educare allo sport per educare alla socialità e all’integrazione

Lo sport è lo strumento per eccellenza che può promuovere la socialità del bambino. Questo è un dato di fatto, conosciuto e incoraggiato da tutti coloro che si occupano di educazione sia nell'infanzia sia nell'adolescenza. Non è solo un importante strumento di socializzazione ma anche di integrazione. "Nello sport si abbattono tutte le differenze. Le barriere linguistiche sono cancellate, qui si comunica con il corpo, non è necessario parlare. Nella maggior parte degli sport non esistono differenze culturali, sociali ed economiche. Anche le differenze legate alle abilità o alle disabilità sono ormai acqua passata grazie a degli esempi fantastici che attraverso le loro imprese e testimonianze hanno dimostrato che le disabilità nello sport non contano.

L'ambiente sportivo può fungere anche come ponte tra famiglia e scuola. Attraverso la promozione del dialogo tra allenatori, insegnanti e società consentiremmo a bambini e adolescenti di sperimentare una crescita equilibrata e un'integrazione soddisfacente all'interno della propria comunità".

Educare allo sport significa educare anche fuori dal campo

Ogni sport ha la sua tifoseria e, se da una parte assistiamo a esempi di eccellenza di tifoserie di genitori e di associazioni sportive, coltivata e promossa attraverso anche incontri di formazione, dall'altra c'è tutta una fetta di sport dove, a volte si assiste a comportamenti, spesso tenuti da familiari, assolutamente diseducativi. "Ed è qui che bisogna intervenire con la formazione", dice la pedagogista. "Non possiamo aspettarci automaticamente un comportamento corretto da parte di tutti. Non tutte le famiglie sono uguali, non hanno lo stesso background o gli strumenti per sviluppare un tifo sano ed è qui che devono entrare in gioco le associazioni sportive dedicando spazi e incontri con i genitori. Faccio riferimento ad esempio al manifesto Hygge che adotto nelle mie scuole, una sorta di patto educativo scuola-famiglia come ad esempio spegnere il cellulare all'ingresso o non coltivare malumori. Credo che stringere e condividere un patto tra associazioni sportive e famiglie possa essere un ottimo strumento per far fronte a comportamenti poco sani. Alla fine associazioni, famiglie e allenatori sono uniti da un unico obiettivo che è il bene dei bambini e dei ragazzi.  Qualora così non fosse, è importante dare dei segnali forti come qualche società sportiva ha fatto, decidendo di far svolgere tornei e partite a porte chiuse, perché se il gioco diventa per la famiglia un pretesto per dare sfogo a emozioni e impulsi negativi è giusto preservare i bambini da tutto questo. Se ci fosse da parte della tifoseria adulta un approccio corretto non sarebbe ovviamente necessario parlare di educazione al tifo per i più piccoli che come sappiamo imparano molto dagli esempi che hanno di fronte".

Oggi come oggi invece è ancora necessario lavorare su questo fronte. Come? "Lavorando sulle emozioni che entrano in gioco durante l'attività sportiva, praticata od osservata. Questo può essere fatto sin dalla prima infanzia stabilendo insieme delle regole condivise che siano corrette per se stessi e per chi gioca. Crescendo tutto questo diventa una riflessione importante sulla comunicazione verbale e non, su quello che sono le emozioni e come le esprimiamo, perché le proviamo durante il gioco e come poterle gestire. A tal fine uno strumento molto valido sono i role-playing, tecniche si simulazione di gioco di squadra cooperativo che troviamo nello sport, nei percorsi di crescita personale e oggi anche a livello aziendale" conclude Giovanna Giacomini.

Sull'autrice

Giovanna Giacomini è formatrice e pedagogista. Nel 2015 fonda GD EDUCA, società che si occupa di servizi educativi e di formazione. Utilizzando i propri servizi all'infanzia come officina creativa, dà vita all'esperienza di «Scuole Felici®» che si ispira al modello danese dell'educazione e alle culture orientali. A oggi 10 scuole dell'infanzia in Italia hanno scelto di seguire la filosofia "Scuole Felici". Giovanna Giacomini è inoltre l'ideatrice del portale Educatori WOW che fornisce corsi online e materiali per genitori, educatori e docenti.

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