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Diventare genitori dopo il cancro: tutte le strategie possibili

di Francesca De Ruvo - 22.12.2021 - Scrivici

cancro
Fonte: Shutterstock
Grazie alle tecniche di preservazione della fertilità oggi è possibile realizzare il sogno di diventare genitori anche dopo il cancro

Chemioterapia, radioterapia e terapie biologiche hanno migliorato in modo significativo la sopravvivenza dei pazienti affetti da un tumore, tuttavia possono incidere negativamente sulla fertilità, impedendo di fatto a molte persone di poter diventare genitori. Fortunatamente oggi, una volta ricevuta la diagnosi di tumore, è possibile mettere in atto alcune tecniche di preservazione della fertilità come la conservazione degli ovociti o del liquido seminale per poi utilizzarli in seguito.

In questo articolo

Genitori dopo il cancro? Oggi si può

Ogni anno nel nostro paese si registrano migliaia di nuovi casi di cancro: solo nel 2020, secondo l'Associazione Italiana Registro Tumori (AIRTUM), nel nostro paese sono state poste oltre 376 mila nuove diagnosi. I tumori che più colpiscono le donne sotto i 40 anni sono:

  • cancro al seno (3.300 casi nel 2020);
  • melanoma;
  • tumore del colon-retto;
  • tumore della tiroide.

Tra gli uomini under 40, invece, i tumori più frequenti sono:

  • tumore del testicolo;
  • melanoma;
  • tumore del colon-retto.

La buona notizia è che grazie agli avanzamenti nelle cure si stima che, in tutto il mondo, il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi sia oggi intorno al 65% e che in alcuni casi, come per il cancro al senso, superi addirittura l'87%.

Significa che, una volta affrontata la malattia, può rinascere il desiderio di diventare genitori. Il problema, però, è che praticamente tutti i trattamenti antitumorali possono compromettere in modo temporaneo o permanente la fertilità sia degli uomini che delle donne. In particolare, secondo le linee guida dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica la probabilità che i trattamenti antitumorali compromettano la capacità riproduttiva dipende da più fattori, tra cui il tipo di tumore, la prognosi, l'età del paziente e la tipologia di trattamenti antitumorali utilizzati.

Preservare la fertilità prima dei trattamenti antitumorali

Per fortuna oggi possiamo contare su diverse possibili strategie, da proporre ai pazienti oncologici prima di cominciare le cure, che permettono di preservare la fertilità. Solo per fare un esempio, nell'arco di dieci anni sono state 3519 le donne che sono riuscite ad avere la possibilità di avere un bambino in seguito alle cure antitumorali.

Attenzione, non è detto che una volta completate le cure contro il cancro non ci sia alcuna possibilità di andare incontro a una gravidanza spontanea. Non potendo però conoscere quali saranno le chance dell'uomo o della donna, è utile considerare di intraprendere un percorso di preservazione della fertilità.

Preservare la fertilità della donna

Il trattamento di preservazione della fertilità si basa sull'azione anticipata, sia nella donna che nell'uomo. Nella donna ciò implica la crioconservazione degli ovociti o del tessuto ovarico, la trasposizione ovarica, la protezione farmacologica delle ovaie e, infine, la chirurgia conservativa. Vediamo tutte queste tecniche nel dettaglio.

Congelamento degli ovociti

Secondo il Ministero della Salute, la crioconservazione degli ovociti è indicata nelle pazienti che hanno la possibilità di rinviare il trattamento chemioterapico di 2-3 settimane e che hanno una riserva ovarica adeguata. Il congelamento degli ovociti è una tecnica molto simile a quella utilizzata nell'ambito delle procedure di procreazione medicalmente assistita (PMA) e prevede la stimolazione ovarica, il prelievo degli ovociti e il loro successivo congelamento. Ci sono solo alcune lievi differenze nelle procedure di stimolazione, per evitare l'eventuale rischio di ripresa della malattia, che è stato a lungo paventato in alcune circostanze.

Gli ovociti congelati potranno essere utilizzati in futuro, una volta terminati i trattamenti antitumorali, grazie alle tecniche di fecondazione assistita, in particolare la fecondazione in vitro. Per darti qualche numero, fino a oggi, in Italia, 2148 donne hanno conservato 17.181 ovociti.

Congelamento della corteccia ovarica

In questo caso non si mettono in freezer singoli ovociti, ma frammenti di tessuto ovarico che vengono prelevati con un piccolo intervento in laparoscopia e potranno in seguito essere reimpiantati nell'organismo materno. Qui, se tutto va bene, riprenderanno a funzionare producendo sia ovociti sia ormoni femminili e consentendo la possibilità di una gravidanza spontanea, senza ricorso a tecniche di PMA. Si tratta di una tecnica che ha il vantaggio di non richiedere né un partner né una stimolazione ormonale. Può essere effettuata in qualsiasi momento del ciclo mestruale, permettendo quindi di evitare il ritardo nell'inizio del trattamento chemioterapico. È indicata in donne con età inferire a 38 anni, soprattutto se non c'è alcun tempo da perdere prima di cominciare il trattamento antitumorale. Il congelamento della corteccia ovarica può essere "abbinato" o meno alla crioconservazione degli ovociti.

Trasposizione ovarica 

Si tratta di un intervento chirurgico che può essere proposto quando la donna deve sottoporsi a radioterapia della zona pelvica. Consiste nello spostamento delle ovaie il più lontano possibile dal campo di irradiazione, in modo da proteggerle. Nel medesimo intervento, inoltre, è possibile eseguire anche il prelievo di tessuto ovarico per la crioconservazione. Come riporta il Ministero della Salute, l'età della paziente influenza il successo della metodica per cui non è indicato eseguire la trasposizione ovarica per preservare la fertilità dopo i 40 anni. Le indicazioni per questa tecnica dipendono molto dal tipo di tumore da trattare e dal tipo di radioterapia che deve essere effettuata

Protezione farmacologica delle ovaie 

È una strategia che non richiede interventi chirurgici ed è stata messa a punto soprattutto grazie al lavoro del gruppo della dott.ssa Lucia Del Mastro dell'Ospedale San Martino-Istituto per la ricerca sul cancro di Genova. Del Mastro, infatti, ha avviato una sperimentazione clinica in Italia che è stata poi riconosciuta e adottata in tutto il mondo.

La protezione farmacologica delle ovaie si basa sulla somministrazione di farmaci (ormoni sintetici analoghi di ormoni sessuali umani) che mettono a riposo le cellule ovariche destinate alla riproduzione, limitando così il danno determinato in particolare dalla chemioterapia. Lo studio della dott.ssa Del Mastro, pubblicato su un'importante rivista internazionale, il Journal of the American Medical Association, dimostra che dopo l'interruzione della terapia le ovaie ricominciano a funzionare e i cicli riprendono.

Il trattamento è a carico del Servizio sanitario nazionale e al momento la sua efficacia è dimostrata soprattutto per il tumore del seno, mentre mancano ancora dati definitivi per altre patologie. La notizia positiva è che l'utilizzo di questi farmaci non preclude la possibilità di effettuare anche il congelamento degli ovociti.

La chirurgia conservativa

La chirurgia conservativa si utilizza nei tumori ginecologici, cioè della cervice, dell'ovaio e dell'endometrio, e si attua attraverso interventi limitati che evitino di asportare interamente gli organi riproduttivi. Questa tecnica è attuabile sono in particolari circostanze e quando la prognosi è favorevole.

Preservare la fertilità maschile

Quando è l'uomo a doversi sottoporre a cicli di terapie antitumorali, il meccanismo è analogo a quello degli ovociti. In questo caso si parla di crioconservazione del seme che ha lo scopo di mantenere in vita i gameti maschili per un tempo indefinito, conservandoli in azoto liquido a -196° C. Questa crioconservazione consentirà in futuro alla coppia di accedere alle tecniche di fecondazione assistita come l'inseminazione intrauterina (IUI) o l'inseminazione intracitoplasmatica di ovocita ed embrio-transfer (ICSI).

Per la conservazione del seme è necessario:

  • eseguire alcune analisi virologiche: poiché i virus dell'epatite B e C, l'HIV e il Citomegalovirus si possono trasmettere attraverso l'azoto liquido in cui vengono conservati i campioni seminali, il paziente deve sottoporsi a indagini di laboratorio per escludere la presenza di tali virus al fine di evitare la trasmissione da un campione all'altro;
  • periodo di astinenza: per effettuare la crioconservazione del seme è opportuno astenersi dai rapporti sessuali per un periodo di 3-5 giorni.

Se la gravidanza non arriva

A volte non è stato possibile attuare per tempo una strategia di preservazione della fertilità. Altre volte questa purtroppo non ha funzionato. Che fare, allora, se rimane il desiderio di un bambino? Una possibilità – se la malattia non ha danneggiato l'utero - è ricorrere all'ovodonazione per una fecondazione eterologa (dal 2014 consentita anche in Italia). Così facendo la possibilità di concepire un figlio è la stessa di chi non ha avuto un cancro e ricorre all'eterologa per altri motivi. Se invece è l'uomo a essersi sottoposto ai trattamenti antitumorali, allora si può ricorrere sempre alla fecondazione eterologa, ma con il liquido seminale di un donatore.

Infine, un'altra strada possibile è quella dell'adozione, nazionale o internazionale. Come ricorda il libretto "Madre dopo il cancro e preservazione della fertilità" dell'Associazione Italiana Malati di Cancro, infatti, "non vi sono impedimenti legittimi o etici, e anche in Italia vi sono donne e uomini diventati genitori adottivi dopo una storia di cancro. La pregressa diagnosi di tumore non è di per sé motivo di inidoneità all'adozione. L'importante è che non vi sia un rischio concreto e attuale per la sopravvivenza dell'aspirante genitore e della sua capacità di crescere e accudire il bambino".

Fonti utilizzate per l'articolo: Libretto "Padre dopo il cancro – come preservare la fertilità" dell'Associazione Italiana Malati di Cancro (AIMAC); Linee guida "Preservazione della fertilità nei pazienti oncologici" dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM); materiale informativo del Ministero della Salute.

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