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Affido di bambini, sei consigli di counselling ai genitori

di Stefano Padoan - 03.03.2022 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Affido di bambini. Questa forma di sostegno temporanea per bambini in difficoltà può avere un forte impatto sulla vita di un genitore e di una coppia: i consigli dell’esperta per gestire questo ruolo

Affido di bambini, sei consigli del counselor ai genitori

Diventare genitori affidatari ha una doppia difficoltà: è richiesta non solo l'assunzione di un ruolo genitoriale (nuovo o svolto comunque con delle nuove variabili), ma anche una costante centratura sull'obiettivo dell'istituto dell'affido, ovvero il benessere del bambino. Ma come mantenere il giusto equilibrio emotivo, personale e di coppia? Nadia Ricci, Counselor professionale che sta vivendo in prima persona un'esperienza di affido con Comin La Grande Casa, ci dà 6 consigli per genitori affidatari.

In questo articolo

Cos'è l'affido

«L'affido è una forma di aiuto temporaneo tra famiglie, che dura il tempo necessario al rientro nella famiglia d'origine, se questa riesce a superare le sue difficoltà» spiega l'esperta. In questo carattere di provvisorietà c'è la principale differenza con l'adozione, che è invece a tempo indeterminato. L'istituto dell'affido interviene quando i genitori naturali per motivi vari (salute, tossicodipendenza, soggiorno in carcere) non conducono uno stile di vita funzionale alla crescita del figlio. «Affidare i figli temporaneamente ad altri, spesso all'interno della famiglia allargata, era prassi informale diffusa anche in passato. È poi stata istituzionalizzata nel 1983, per disciplinare una soluzione alternativa alle comunità di accoglienza per minori. Per il bambino infatti stare in un ambiente sicuro ma anche il più possibile simile a un nucleo familiare è utile per sviluppare delle relazioni che gli serviranno a crescere in maniera più sana».

Cos’è l’affido professionale

L'affido professionale, sperimentato nel 2003 tra i primi in Italia dalle cooperative Comin, La Grande Casa, CBM e AFA con la Provincia di Milano, è un servizio che prevede - accanto agli operatori già presenti nell'istituto dell'affido tradizionale - altre due figure: «Oltre ai servizi sociali, lo psicologo e gli educatori dello spazio neutro, nell'équipe entrano anche i genitori affidatari e il loro tutor. La famiglia affidataria così, tramite un suo membro che diviene referente, viene considerata a tutti gli effetti un soggetto professionale: è previsto un contratto di lavoro e bisogna dunque garantire del tempo per compiere con qualità il ruolo genitoriale, ma anche produrre un diario e delle relazioni, oltre che fare riunioni di rete e accompagnare il minore in spazio protetto». Ecco perché, diventando un professionista, si chiede al referente della coppia di ridurre il proprio lavoro già in essere a un part time e di partecipare a momenti di formazione con altri genitori affidatari. «I vantaggi di questo metodo sono notevoli: le famiglie sono più sostenute e supportate, non solo economicamente, e così si riduce il rischio che gli affidi falliscano. L'obiettivo è portare a termine gli affidi e attivarne il più possibile rispetto alle richieste, sempre molto numerose e sempre più delicate».

6 consigli per genitori affidatari

L'istituto dell'affido familiare professionale assume le caratteristiche di un impiego lavorativo ma, toccando inevitabilmente profonde corde personali, si presenta emotivamente rischioso. È importante quindi che la genitorialità affidataria sia supportata per mantenersi consapevole delle proprie motivazioni, dei propri bisogni e delle proprie risorse.

  1. Non siete genitori supereroi.

    «Rispetto alla scelta di essere genitori affidatari - prosegue Nadia Ricci - capita che da conoscenti e amici arrivino rimandi carichi di stima, affetto e considerazione. Questo è incoraggiante, ma a volte fa perdere di vista che siete una famiglia come tutte le altre e che potete, anzi dovete permettervi di ammetterlo: non siete né dotati di poteri speciali né votati al sacrificio». Smitizzare la famiglia affidataria, che non possiede virtù esagerate, è importante anche per favorire la diffusione dell'affido, che altrimenti verrebbe percepito come una scelta lontana dai più. Ma non solo: «La famiglia stessa deve essere consapevole che si apre a questa esperienza perché desidera una crescita, un cambiamento. È dunque bisognosa di accompagnamento, perché in ricerca di step evolutivi anche per se stessa».



  2. È necessario un accompagnamento strutturato. 

    «Per evitare che gli step evolutivi non si traducano solo in stop emotivi, è fondamentale che gli affidatari siano accompagnati lungo il "qui ed ora" dell'esperienza». L'affido così rappresenterà, oltre a un agente di cambiamento, anche un'occasione di apprendimento per la famiglia. «I genitori devono fidarsi della rete costruita attorno a loro dall'affido professionale, altrimenti il rischio è di sentirsi sempre controllati, giudicati, spiati. Invece qui il grande vantaggio è di non sentirsi mai soli, perché se è vero che le capacità genitoriali sono in una certa misura innate nelle persone, queste per essere espresse al meglio hanno bisogno di essere osservate grazie anche a dei rimandi esterni». A differenza della genitorialità naturale, insomma, quella affidataria ha a disposizione un sostegno in più.

  3. Al centro c'è il bambino.

    In un turbinio di incarichi e responsabilità, al centro del progetto c'è sempre il minore protagonista e in secondo piano quello che succede nella sfera emotiva del genitore affidatario, sia come singolo che nella coppia. «Eppure si è consapevoli che il benessere del bambino è favorito dal fatto che tu genitore stia in un certo modo: è dunque bene occuparsene proprio nel suo interesse. L'arrivo di un bambino è un agente di cambiamento, che modifica il sistema famiglia, la quale deve essere supportata nel ridisegnare le sue dinamiche». Se dunque il progetto di affido è costruito sui bisogni del minore, l'accompagnamento alla coppia non può limitarsi a favorirne la sua operatività pro bambino, ma anche vigilare su cosa accade ai singoli attori a livello emotivo.



  4. Ascoltate la vostra sfera emotiva.

    Ascoltare la propria sfera emotiva è importante perché, come per la genitorialità naturale «anche per quella affidataria - tradizionale o professionale che sia - vale il monito di Bowlby "se una società s'interessa ai propri bambini, deve prendersi cura anche dei loro genitori" ('Cure materne e igiene mentale del fanciullo', Firenze, 1957). È fondamentale ad esempio esplorare il "conflitto di ruolo" che può instaurarsi tra la componente emotiva del genitore affidatario e l'atteggiamento competente richiestogli dal progetto: la centratura nel ruolo non deve significare distacco o impassibilità né, al contrario, i moti dell'anima devono sottrarre efficacia al suo operare, anche all'interno dell'équipe di lavoro in cui è inserito. Cercatevi altri spazi personali di ascolto oltre a quelli messi a disposizione dal servizio, che non sempre e non per tutte le persone sono sufficienti».



  5. Non tralasciate le dinamiche di coppia.

    L'affido professionale ti entra in casa e il tuo coniuge diventa anche il tuo collega di lavoro. L'équipe dunque è uno spazio in cui condividere le fatiche di coppia, che diventano oggetto di lavoro proprio perché non sono più solo affare tuo ma anche del bambino che in quelle dinamiche è inserito. «In ogni caso vi consiglio di non aspettare la domanda esplicita del servizio per chiederti "come stai", ma di affrontarla subito e personalmente, anche con strumenti ulteriori. Un ascolto attivo da parte di un professionista della relazione d'aiuto - come il counselor - è consigliabile perché non bastano i soli momenti formativi di gruppo (in cui si confrontano esperienze di affido molto diverse) per esplorare ed elaborare il proprio vissuto personale».



  6. Preparate il momento della separazione.

    La durata di un affido è stabilito per legge in un tempo massimo di 2 anni, ma a volte può durare pochi mesi o essere prolungata, a seconda delle decisioni giudiziali: nel progetto iniziale è prevista una data indicativa, ma in effetti spesso questo termine è soggetto a molte variabili, che porta spesso a non potere definire una data di fine precisa e questo senso di instabilità e incertezza aggiunge un elemento di fatica in più. «Per gestire al meglio questo stress bisogna portare a consapevolezza l'atipicità di un ruolo di cura che nell'affido è a termine e senza pretese di possesso, ma che nell'immaginario collettivo è inglobante e concepito per durare "nel sempre". La separazione è un elemento importante per il processo di individuazione del minore e riesce ad esserlo anche per la crescita personale del genitore affidatario, se ciò che questi ha vissuto rimane ben radicato al suo interno grazie, ancora una volta, a un supporto strutturato di coppia e personale che, come quello offerto dal counseling, abbia una valenza preventiva rispetto alla terapia».


L'intervistata

Nadia Ricci, docente e counselor (Counselor AssoCounseling, livello Professional Counselor, iscr. n. A2846-2021), vive da due anni l'esperienza della genitorialità affidataria all'interno del servizio Affido Professionale Comin La Grande Casa, nato nel 2018 dopo una fase di collaborazione con altre cooperative sociali.

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