Sostenibilità ambientale

Inquinamento e cervello dei bambini

Di Valentina Murelli
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24 gennaio 2020
Uno studio americano conferma l'impatto negativo dell'esposizione in utero ad alcune sostanze inquinanti sullo sviluppo neurologico del feto. Con conseguenze negative in termini di quoziente intellettivo e disabilità cognitive

 

Primi 1000 giorni: gli effetti negativi dell'esposizione a sostanze inquinanti

 

Metalli pesanti come piombo e mercurio, pesticidi, ritardanti di fiamma bromurati: sono esempi ormai ben noti di sostanze che possono avere effetti negativi sullo sviluppo e la salute dei bambini, se questi vi sono esposti durante la loro vita in utero. Già una qindicina di anni fa, per esempio, un articolo pubblicato sulle pagine della rivista medica Lancet sottolineava che alcune sostanze chimiche di origine industriale (come quelle elencate in apertura) possono danneggiare lo sviluppo del sistema nervoso del feto, portando all'insorgenza di disturbi come autismo, deficit di attenzione e iperattività, ritardo mentale.

 

Da allora si sono moltiplicati gli studi che hanno indagato questi effetti, cercando anche di quantificare i costi economici dei danni alla salute dei bambini conseguenti all'esposizione a queste sostanze in utero o durante la prima infanzia, sia in termini di costi diretti sia in temini di costi sociali relativi alla perdita di "capitale intellettuale" e produttività economica. L'ultimo studio in questo senso, relativo alla situazione degli Stati Uniti, è stato pubblicato qualche settimana fa sulla rivista Molecular and Cellular Endocrinology dal gruppo di ricerca di Leonardo Trasande, direttore della Divisione di pediatria ambientale della scuola di medicina dell'Università di New York.

 

Lo studio americano

 

I ricercatori hanno esaminato i dati relativi all'esposizione in utero e nella prima infanzia a quattro sostanze chimiche – piombo, metilmercurio, ritardanti di fiamma bromurati e pesticidi organofosfati – della popolazione partecipante a un ampio progetto di ricerca nazionale relativo allo stato nutrizionale e di salute di bambini e adulti negli Stati Uniti. I dati sono sono stati raccolti per il periodo compreso dal 2001 al 2016 e sono impressionanti.

 

Trasande e colleghi stimano infatti che in 15 anni l'esposizione durante la gravidanza a queste sostanze abbia fatto perdere quasi 270 milioni di punti di quoziente intellettivo ai bambini. Oltre 162 milioni di punti persi sarebbero da attribuire ai ritardanti di fiamma bromurati, responsabili – si stima – anche di oltre 738 mila casi di disabilità cognitiva. Seguono l'impatto dei piombo (78 milioni di punti di QI persi), i pesticidi organofosfati (26,6 milioni di punti persi) e il metilmercurio (2,4 milioni di punti persi). In parallelo, i ricercatori hanno stimato una perdita economica di circa 22 dollari per punto di QI, per una perdita totale di oltre 7,5 miliardi di dollari.

La buona notizia

Se il quadro complessivo appare decisamente fosco, c'è però una buona notizia che trapela dalle righe dello studio e cioè il fatto che anno dopo anno le perdite in termini di QI sono andate progressivamente riducendosi, come conseguenza di decenni di regolamentazioni sempre più stringenti sull'utilizzo dei metalli pesanti e, più di recente, dei ritardanti di fiamma bromurati. Trasande e colleghi invitano tuttavia a non abbassare la guardia, sottolineando che per esempio nel caso di ritardanti di fiamma la spinta a eliminare dal mercato quelli bromurati ha portato a un aumento di quelli organofosforici, per i quali test di tossicità condotti nei topi suggeriscono comunque un effetto negativo sullo sviluppo fetale del sistema nervoso.

 

Il commento del pediatra italiano

 

In realtà non tutti concordano sulla reale utilità di questo tipo di studi. Il pediatra Ernesto Burgio della Società italiana di pediatria preventiva e sociale, che da anni si occupa dell'importanza dei primi 1000 giorni (dal concepimento al secondo compleanno) per la salute futura dei bambini, ritiene per esempio che sia molto difficile stabilire relazioni certe tra esposizione a singoli inquinanti e quoziente intellettivo, ma che questo non cambi i termini generali della questione.

 

"Sappiamo da tempo che sicuramente c'è in tutto il nord del mondo un aumento dei disturbi del neurosviluppo, come autismo, sindrome ADHD, ritardo mentale, e che questo aumento non può dipendere da fattori genetici casuali" ha dichiarato a nostrofiglio.it. "Allo stesso modo, sappiamo che nei primi 1000 giorni di vita dei bambini è in corso un'esposizione senza precedenti a sostanze neurotossiche come possono essere pesticidi, metalli pesanti e altri interferenti endocrini, che tra l'altro sommano i loro effetti in modo sinergico. Il risultato è un'interferenza con il programma di sviluppo delle varie componenti del sistema nervoso in un momento delicatissimo".

 

Difficile porre radicalmente fine al problema, perché è impossibile rimettere le lancette del mondo indietro di 200 anni. "Dobbiamo però imparare a riconoscere i fattori più pericolosi per cercare di limitare l'esposizione" afferma Burgio. Un obiettivo per il quale serve più ricerca, ma anche - conclude il pediatra – "più collaborazione tra ginecologi, neonatologi e pediatri perché elaborino una cultura condivisa su questo tema e delle strategie di prevenzione da proporre alle famiglie".