app spia

Spiare gli smartphone dei figli con le app è illegale

Di Giorgia Fanari
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23 Febbraio 2017
Sorvegliare gli smartphone dei figli può essere illegale: ce lo spiega Paolo Parisi, avvocato del Foro di Roma. «Da codice penale è vietato installare apparati, strumenti, parti di apparati o di strumenti al fine d'intercettare o impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone»
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Tutela alla riservatezza e alla privacy dei figli e diritto/dovere di formazione ed educazione da parte dei genitori: sono queste le due posizioni contrapposte da tenere in considerazione nel momento in cui si parla di tecnologia, smartphone e sorveglianza.

 

Non mancano infatti in rete le cosiddette “app spia” che, una volta scaricate e installate sugli smartphone, permettono di spiare il cellulare dei propri figli. Si va dalle più semplici, che consentono di individuare la posizione tramite gps, a quelle più complesse, che permettono di ascoltare le telefonate di un altro smartphone, leggere le conversazioni di WhatsApp o addirittura attivare il microfono del telefono per ascoltare ciò che la persona sta facendo. 

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La tentazione per un genitore di utilizzarle per monitorare spostamenti, conversazioni e foto dei propri figli è sicuramente forte ma bisogna fare attenzione: utilizzare le “app spia” può essere un reato.

 

Vietato usare le "app spia"


Come ci spiega Paolo Parisi, avvocato del Foro di Roma, «la tematica è disciplinata nel Codice Penale italiano, secondo cui è punibile chiunque si introduca abusivamente a un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza contro la volontà del proprietario». Allo stesso modo, è vietato «leggere e violare qualsiasi forma di corrispondenza, chiusa o aperta, sia epistolare che telefonica o informatica». Per quanto riguarda direttamente le “app spia”, è interessante sottolineare come da codice penale sia vietato «installare apparati, strumenti, parti di apparati o di strumenti al fine d'intercettare o impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone». 

 

«Dalla lettura degli articoli del Codice Penale emerge dunque - spiega Parisi - il reato ad accedere di nascosto e abusivamente ai sistemi informatici e violare la corrispondenza altrui. Analogamente si può considerare un abuso accedere furtivamente negli smartphone altrui».

 

Genitori e figli: non esiste disciplina specifica

«Nel caso in cui l’accesso venga effettuato dai genitori su un dispositivo informatico in possesso del figlio minorenne, si entra in un campo più particolare: attualmente non c’è una disciplina specifica in materia, ma è bene ricordare che la Convenzione internazionale dei Diritti dell’Infanzia prevede la tutela dei diritti del fanciullo nei suoi vari aspetti, tra i quali anche la corrispondenza. In questo contesto ci si trova dunque di fronte a due interessi egualmente tutelati da parte dell’Ordinamento Giuridico italiano: la tutela alla riservatezza del figlio e il dovere di formazione da parte del genitore».

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«L’argomento andrà affrontato tenendo presente il grado di maturità dei figli. Si può ipotizzare che i genitori nell’ambito del dovere di curare la formazione e l’educazione dei propri figli possano accedere con discrezione nei dispositivi informatici dei minori, al fine di contribuire a una progressiva crescita integrale ed armonica dell’individuo anche mediante il controllo sul corretto utilizzo degli smartphone, per evitare eccessi controproducenti. Sarebbe bene operare il controllo non tramite “app spia” o di nascosto ma con la collaborazione stessa dei figli. Nel rispetto della graduale crescita della personalità dei figli, favorendo la progressiva autonomia nelle scelte che contribuisce alla sviluppo della loro maturità, si può ipotizzare che da una certa età (cioè quella del minore emancipato: 16 anni) sia opportuno rispettare a pieno la loro sfera di riservatezza».

 

Scegliere la via del dialogo

Non è certo facile gestire il rapporto con i propri figli e la tecnologia, capire come comportarsi e come porsi mantenendo da una parte uno spirito di comprensione e apertura e attuando dall’altro il proprio compito educativo. «Il segreto è il dialogo», sottolinea Arianna Montagni, mediatore famigliare, pedagogista clinico e pedagogista.

 

«Gestire, dare regole e limiti è senz’altro fondamentale ma non basta. Per risolvere i conflitti che nascono dobbiamo comprendere su cosa ci si sta confrontando: altrimenti sarà uno scontro continuo con i figli sull'uso dello smartphone relativamente a quanto possono utilizzarlo, su quali giochi scaricare, su quali gruppi iscriversi o altro. I genitori devono comprendere che i figli, essendo nativi digitali, hanno una conoscenza maggiore di questo mondo, e per non ridursi ad essere giudice e detective si deve agire di anticipo, educando i figli a vivere dentro questa tecnologia. Aiutiamo i bambini e i ragazzi parlando con loro, spieghiamo le nostre paure, definiamo i nostri propositi. Dietro ogni conflitto c’è un bisogno e una convinzione che muove un’azione e un comportamento».