DIPENDENZE

Come affrontare e superare una dipendenza in famiglia

Di Alice Dutto
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05 Ottobre 2017
Il panorama delle dipendenze è molto vasto: si va da quelle legate a sostanze chimiche a quelle relative a oggetti o attività. In genere, tutte hanno l'obiettivo di sfuggire a stati di depressione o di ansia e ritrovare un equilibrio interiore. Ecco come reagire se un familiare ne è colpito
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Fumo, alcool, farmaci, droghe, ma anche relazioni, lavoro e gioco d'azzardo: il mondo delle dipendenze è assai variegato e può capitare che si insinui anche all'interno delle mura domestiche.

 

Una distinzione fondamentale va fatta tra quelle che sono le dipendenze da sostanze e quelle che invece sono legate a oggetti o attività accettati nella nostra società ma che, al pari delle droghe, possono trasformarsi in una necessità essenziale per la persona. «Questi comportamenti, come l'uso disfunzionale di internet, l'esercizio fisico, lo shopping o il sesso estremi, sono riconosciuti come comportamenti patologici, simili alle dipendenze, ma al momento non sono ancora inseriti ufficialmente all'interno della diagnosi delle dipendenze, perché sono ancora fenomeni abbastanza recenti e oggetto di studio» spiega Mariagrazia Movalli, medico specialista in psicologia clinica e responsabile Unità Funzionale Servizio Alcool Dipendenze dell'Ospedale San Raffaele-Turro.

Ed è proprio quando una persona non può più fare a meno di qualcosa per evitare sentimenti di depressione e malessere psicologico, che si parla di dipendenza patologica. «L'individuo che ricorre al gioco, ad esempio, lo fa come un tentativo di fuga dai problemi o, alle volte, come conforto per evitare sensi di colpa, stati depressivi o di ansia – spiega il dottor Cesare Guerreschi, ideatore e fondatore della Siipac, Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive, e di Infoazzardo (il numero verde 800 031 579, gratuito per chi chiama da tutta Italia) –. Giocare diviene una necessità imprescindibile per lui, che lo porta anche a commettere dei reati mettendo a rischio la sua vita, il suo lavoro e le sue relazioni».

A questo livello, la dipendenza si trasforma in un tentativo di ritrovare, attraverso emozioni intense, una pienezza e un equilibrio interiore che allontanino la sofferenza e il sentimento di vuoto che può pervadere una persona.
 

QUANDO LA DIPENDENZA DIVENTA PATOLOGICA


1. Quando non si può più fare a meno di qualcosa


«Quando il comportamento diventa un'abitudine ripetitiva di cui si perda il controllo, nonostante l’uso della sostanza. Oppure quando il comportamento rappresenta un potenziale rischio o compromette la qualità della vita, ma anche quando la persona sia consapevole che rappresenta un problema e manifesti la volontà di smettere – riprende Mariagrazia Movalli –. In altri termini, quando compare un desiderio intenso, percepito come irrefrenabile (definito dall’inglese “craving”), di ricorrere alla sostanza o al comportamento per l’effetto gratificante immediato che quella sostanza o qual comportamento genera transitoriamente a livello psichico o fisico».

 

2. Quando vi è la necessità di aumentare le dosi perché le dosi inizialmente sufficienti per generare piacere non bastano più


«è l’effetto della cosiddetta “tolleranza”, un fenomeno biologico naturale di risposta dell’organismo che viene esposto ripetutamente a una sostanza o agli effetti cerebrali di un comportamento».

3. La comparsa di sintomi di astinenza


«Sono segnali non sempre osservabili, che spingono il soggetto a reiterare l’assunzione della sostanza per evitare il malessere che deriva dalla “mancanza” fisica o psichica della stessa: a questo punto il ricorso all’abuso serve solo a ricostituire un generale temporaneo benessere e la persona non ne può più fare a meno».

I SEGNALI A CUI PRESTARE ATTENZIONE

 

Per accorgersi che c'è qualcosa che non va, oltre ai comportamenti sopra citati, si possono osservare anche questi segnali, abbastanza chiari.
 

1. Quando l'alcol o le sostanze diventano un frequente facilitatore sociale


«Quando diversi bicchieri, una riga di cocaina, una pastiglia o uno spinello servono per sentirsi a proprio agio e sufficientemente brillanti con gli altri. Non va sottovalutato il “binge drinking”, cioè il consumo di cinque o più bevande alcoliche nell’arco di poche ore, fenomeno di origine nordica sempre più socialmente accettato e persino di moda da qualche anno tra i più giovani. Se diventa una dinamica sempre più frequente vuol dire che il processo di dipendenza si è inconsapevolmente attivato».

2. L'isolamento o l'uso di una sostanza da soli


«Diventa un riempitivo di momenti vuoti, un modo per tranquillizzarsi e “staccare” o un gesto consolatorio che riduce i sentimenti di solitudine mettendo a tacere la voce interna che ci parla di problemi da affrontare».

3. L'autogiustificazione

«C'è un problema se si usano spesso giustificazioni per il proprio comportamento. Per esempio: “Bevo per dimenticare il litigio col fidanzato”, “I miei amici bevono tutti (anche se io sono quello che regge di più)”. Oppure: “Ho avuto una pessima giornata sul lavoro e allora bevo”».
 

4. La vergogna


«Quando si incomincia a provare vergogna o disagio dopo una bevuta o gli effetti delle sostanze a causa di comportamenti inappropriati avuti durante lo stato di intossicazione o per il fatto stesso di aver esagerato. Diventa un segnale importante quando, nonostante queste sensazioni spiacevoli, la volta dopo ci si comporta allo stesso modo perché è più forte il desiderio di bere che la paura di riprovare vergogna».

5. Il contesto inopportuno


«Chi ha un problema fatica a limitarsi anche in situazioni non adeguate. E allora capita che si beva troppo alla cena di lavoro, compromettendo la propria immagine, o alle cene di famiglia creando imbarazzo. Capita di fumare hashish o fare un tiro di cocaina per gestire il carico di stress di una riunione importante, nella convinzione che nessuno se ne accorga. Il problema è che il desiderio (“craving”) vince sulla capacità di distinguere un comportamento giusto da uno inappropriato. Questo ci dimostra che sono in gioco dei cambiamenti importanti a livello cerebrale, le aree del cervello che ci fanno pianificare il comportamento e solitamente inibiscono i nostri impulsi sono messe in scacco dal funzionamento non controllato e dipendente delle aree del desiderio e della gratificazione».
 

6. Il distacco sociale

«È un problema quando ci si rende conto che è più importante ciò che si fa che la compagnia con cui lo si fa. E allora succede che si va al bar o si gioca anche se non ci sono gli amici a cui si tiene, ma si condivide il tempo con persone con cui non si ha nulla da spartire se non un bicchiere di troppo o la condivisione del consumo. Può succedere che un famigliare o l'amico del cuore facciano notare che si sta “esagerando”, si preferisce non ascoltarli ed evitarli».
 

COME INTERVENIRE PER AIUTARE LA PERSONA CHE SOFFRE

  • «Innanzitutto, è bene evitare i giudizi, di colpevolizzare e minacciare, soprattutto quando la persona cara è alterata dall’effetto dell’alcol o delle sostanze, ricercando piuttosto il dialogo nei momenti di lucidità e tranquillità».
  • «Evitare di controllare ossessivamente i comportamenti dell’altro per dimostrare che sta abusando nonostante la sua naturale tendenza a nascondere il problema».
  • «Cercare di spostare l’accento sui rischi a cui la persona che mette in atto la propria dipendenza si espone sul piano lavorativo, delle relazioni intime e sociali, economico e della salute personale».
  • «Evidenziare aspetti positivi che caratterizzano la persona quando si trova nelle fasi di astinenza e che vengono invece compromesse dalle condotte d’abuso».
  • «Offrire il proprio ascolto, il proprio supporto e proporre un aiuto anche rivolgendosi a figure professionali adeguate, offrire la disponibilità ad accompagnare la persona».

IL PERCORSO DI CHI AIUTA

 

«I familiari di una persona affetta da dipendenze tendono a oscillare tra due modalità comportamentali tipiche: il controllo e la tolleranza. È importante evitare di cadere costantemente in reazioni ripetitive che non favoriscono alcun cambiamento e, piuttosto, inaspriscono la conflittualità o sostengono il sacrificio della propria qualità di vita. Per quanto inefficace, il controllo può arrivare al monitoraggio di tutte le attività del soggetto dipendente, provocando reazioni di rabbia, menzogna e la negazione. D’altra parte, la tolleranza e la giustificazione portano a coprire l’altro e le conseguenze delle condotte d’abuso, sostituendolo nelle sue responsabilità, quindi rinforzandone il comportamento d’abuso, e compromettendo la propria vita con conseguenti frustrazione e rabbia. Un rischio frequente è la chiusura sociale, il ritiro dalle relazioni a causa della vergogna preclude il confronto e il sostegno che altri vicini possono fornire. Il comportamento favorente la rottura del circolo vizioso è sempre la richiesta d’aiuto principalmente per sé stessi, ponendosi come soggetto principale nella ricerca del proprio benessere e diventando così potenzialmente anche uno stimolo al cambiamento per l’abusatore».

 

A seconda della dipendenza, ci sono associazioni e gruppi di riferimento a cui rivolgersi per avere aiuto: «Gruppi di auto aiuto (“Alcolisti Anonimi” e suoi derivati come “Narcotici Anonimi” e “Giocatori Anonimi”, “Club Alcolisti in Trattamento”), Ambulatori del Sistema Sanitario Nazionale (NOA, SerT), Ambulatori specialistici di Centri Ospedalieri, come il nostro ambulatorio psichiatrico e il servizio alcoldipendenze OSR Turro».

IL GIOCO D'AZZARDO

 

Tra le dipendenze più difficili da combattere c'è quella del gioco, che spesso non è legato alle serate al Casinò, ma ai comuni bar di quartiere. Fenomeni come quelli del “gratta e vinci” o delle Slot Machine, considerati spesso innocui, stanno invece diffondendosi a macchia d'olio provocando parecchi danni.

«Sono circa 35 milioni gli italiani dediti al gioco. Di questi circa 2 milioni sono giocatori “patologici”» questo si legge sul sito di #NoSlot, il movimento che mira a contrastare questo fenomeno sensibilizzando l'opinione pubblica ma anche le istituzioni. Inoltre, «Il 6% dei giocatori abituali, ossia circa un milione e mezzo di italiani secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, rientra nella categoria dei giocatori affetti da disturbi comportamentali compulsivi».

Ma come fare ad accorgersi se il proprio compagno è un giocatori patologico? «I segnali sono molto chiari – spiega Simone Feder, cofondatore del movimento #NoSlot –. Il più eclatante riguarda i soldi: se si vedono movimenti sospetti, soprattutto nei primi giorni del mese, è evidente che sta succedendo qualcosa». Bisogna dunque fare attenzione a questi elementi:

  1. Strani movimenti di denaro: è sempre bene controllare il conto comune;
  2. Insonnia e irrequietezza. I giocatori fanno fatica a dormire o a rimanere tranquilli, più passa il tempo, più sono agitati: entrano ed escono di casa, si alzano, cambiano stanza, e così via;
  3. Comportamenti diversi dalla norma. Le persone cominciano a dimenticarsi le cose, ritardano, sono più disattente. Quello che accade è che perdono la cognizione del tempo e il contatto con la realtà;
  4. Distacco emotivo. Se prima erano affidabili e attenti ai bisogni dell'altro, ora sono più distaccati e chiusi in se stessi.
     

COME INTERVENIRE



1. Avvisare amici e parenti


«Il primo passo – riprende Feder – è quello di comprendere che in questi casi non si tratta di un vizio, ma di una malattia. Una volta individuato il problema, è bene avvisare la cerchia di persone vicine per evitare che il giocatore cerchi di farsi prestare dell'ulteriore denaro da parenti e amici».

2. Convincere il giocatore a farsi curare


In secondo luogo, non bisogna illudersi che si possa uscire da questa situazione da soli, senza un aiuto. «Bisogna informarsi sui centri più adatti per aiutare la persona – aggiunge il dottor Guerreschi del Siipac – e rivolgersi a dei professionisti. Basta riuscire a portarli al primo colloquio, poi starà agli esperti far proseguire il percorso alla persona sofferente».

Certo, potrebbe non essere semplice persuadere i giocatori a farsi curare: «spesso, infatti, non sono consapevoli di avere una dipendenza. Pensano di poter smettere quando vogliono. Dunque, è bene non credere a ciò che dicono e tentare di convincerli ad andare in un centro di cura».

È importante rivolgersi a centri specializzati nel gioco d'azzardo, o nelle altre singole dipendenze, perché ognuna ha caratteristiche diverse. «In particolare, chi è affetto da ludopatia è bene che stia con altri giocatori e non venga inserito in altri tipi di comunità perché altrimenti è frequente che passino da una dipendenza all'altra».

3. Mai lasciarli soli


«Se davvero vogliamo aiutarli, bisogna accompagnarli nel percorso di riabilitazione – aggiunge Feder –. E a farlo dev'essere una persona cara, perché questo facilita la riuscita».

I percorsi di cura poi sono molto diversi: si può trattare di un percorso in comunità di qualche mese, o anche di una terapia diurna. «L'importante, però, è che sia di lungo periodo».
 

È fondamentale poi, che ci sia un progetto per il reinserimento nella società: «Si hanno meno ricadute se prima si è preparato il terreno per preparare le persone a tornare alla loro vita dopo interventi pesanti e dolorosi» dice il fondatore della Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive.


4. Farsi dare un sostegno

Anche i familiari devono essere sostenuti: «Noi li inseriamo nel percorso terapeutico della “co-dipendenza”, è un modo per sostenere i familiari di chi ha questo problema e insegnare loro cosa fare una volta tornati a casa»