L'intervista

Lorella Cuccarini: sto pensando di adottare un bambino

Lorella-Cuccarini-specchio
06 Maggio 2009
“Non escludo in futuro di adottare un bimbo, anche se non sono scelte che posso fare da sola: tutta la mia famiglia deve essere d'accordo”. Lo dichiara Lorella Cuccarini in un’intervista a Nostrofiglio.it. “Ci ho pensato tante volte” ammette “la più amata dagli italiani”, anche se poi aggiunge: “Io ho già una famiglia numerosa, quattro figli mi danno il mio bel daffare”.
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Ballerina, showgirl, conduttrice, attrice, cantante e soprattutto mamma, Lorella Cuccarini è ancora la più amata dagli italiani. Si commuove quando parla dei bambini e delle donne che ha incontrato in Africa per la campagna di sensibilizzazione di “Trenta ore per la vita”, di cui è testimonial. Ma ritrova subito l'allegria e la vivacità per parlare dei suoi figli, Sara, Giovanni, e i gemelli Giorgio e Chiara, avuti dal marito Silvio Testi, con cui è sposata dal 1991. Attualmente conduce su Sky il talent show, “Vuoi ballare con me?”.

Perché hai deciso di andare in Malawi e Mozambico per “Trenta ore per la vita”?“Non ci sono certo stata per turismo. Conoscevo la realtà difficile di quei paesi poverissimi, la decisione l'ho presa in questi anni. Sono stata prima in Mozambico e poi in Malawi: oramai sono madrina dell'Africa per il progetto dei centri Dream, allestiti dalla comunità di Sant'Egidio"

Vi occupate di bambini e mamme sieropositivi, come funziona il progetto? “Abbiamo acquistato kit farmacologici che consentono di far nascere bambini sani da madri sieropositive. Nei centri si applicano le cure alle donne incinte, a quelle che hanno appena partorito e a quelle con i bimbi piccoli, finchè questi raggiungano i diciotto mesi di età, quando sono abbastanza forti per affrontare la vita da soli.

Contemporaneamente ci sono anche centri nutrizionali, che distribuiscono cibo e controllano che si mangi sano. Le medicine sono un sostegno fondamentale: abbiamo comprato 8500 kit, utili anche ad evitare le diarree pericolose per i piccoli. Insieme a medicine e cibo, diamo a queste donne, spesso sole e emarginate a causa della malattia, la possibilità di evolversi culturalmente perché diffondono un messaggio positivo”.

Che paure hai incontrato andando in Malawi? “Sono emozioni forti e mi ero preparata. Lo choc però è stato entrare nell'albergo bello, in stile inglese, dove soggiornavo e vedere depliant su parchi meravigliosi e animali in libertà, le attrazioni turistiche locali. Quando poi io la mattina uscivo e andavo con i medici africani in giro per villaggi dove la gente vive nelle baracche, senza nulla. Sono realtà stridenti tra loro. Per fortuna sono partita dall'Italia carica di ottimismo, proprio per dimostrarmi propositiva e fiduciosa con queste donne per il loro futuro. Ho visto l'altra faccia dell'Africa, quella vera”.

Che cosa ti è rimasto nel cuore? “Sono affetta da mal d'Africa, ma non come tutti i turisti che l'hanno visitata. Sono gli sguardi delle persone a rimanermi dentro, i loro racconti e la loro dignità. Ad esempio, ricordo Ortensia, una signora di sessant'anni che ne dimostrava venti di più, con il viso solcato dalle rughe. E' una donna distrutta dalle difficoltà, lavorava al mercato di frutta e verdura, ma qui piove molto e a volte si allaga tutto e nemmeno i medici e i volontari riescono a portare ai bisognosi il cibo. Ortensia è rimasta sola ad accudire la nipote di due anni, la figlia è morta subito dopo aver partorito. Mi ha raccontato che spesso non riesce a racimolare i due euro che servono per comprare l'acqua potabile, così bevono quella piovana o inquinata. Due euro: esattamente come da noi un cappuccino e cornetto”.

Non hai avuto la tentazione di adottare qualche bimbo? “Oh, sì, tante volte. Ma per fortuna la maggior parte dei bambini assistiti nei centri Dream non è orfana, ha la loro mamma. E poi io ho già una famiglia numerosa, quattro figli mi danno il mio bel daffare. Però non escludo che in futuro possa adottare un bimbo, anche se non sono scelte che posso fare da sola: basta che tutta la mia famiglia sia d'accordo”.

 

 

 

Un'esperienza del genere cosa cambia nella vita quando si torna in Italia alla nostra realtà? “Se non hai una scala di valori giusta, ti rimette in carreggiata”.

Come hai spiegato ai tuoi figli la realtà del Malawi? “Esattamente come ho fatto con tutti gli altri. Ho raccontato le storie delle persone che ho incontrato e ho fatto vedere le fotografie. Hanno capito, la più grande, che ha quindici anni, ha anche una sensibilità più adulta e non le dispiacerebbe venire con me in Africa. Stavo per portarla in Malawi, ma aveva la scuola e non volevo che la perdesse. Magari lo farò la prossima volta”.

I nostri ragazzi sono privilegiati, come si può affrontare questo discorso? “Il divario della qualità delle vita è veramente notevole, non solo tra l'Occidente e l'Africa, ma anche all'interno dello stesso continente. Vorrei che non si chiamasse più “Terzo mondo”. La vera globalizzazione è stare bene tutti. Per questo è necessaria la solidarietà, condividere le responsabilità, non far finta di niente. Partire dal proprio piccolo per migliorarsi. Basta spiegare questo ai nostri ragazzi, sensibilizzarli”.

In Africa hai anche curato personalmente qualche bimbo? Hai qualche infarinatura medica? “Ero con medici locali preparati e bravissimi. Non sono brava, ma come tutti i genitori ormai sono un'esperta di piccolo pronto soccorso. Con i figli si impara per forza qualche utile aiuto medico”.

In questo periodo conduci su Sky “Vuoi ballare con me?”, un talent-show dove i ragazzi danzano con i genitori. Come vedi queste generazioni? “E' curioso, perchè quando sono stati selezionati non sapevano che avrebbero dovuto ballare con la propria famiglia. Sono rimasti spiazzati e noi stessi non credevamo che i genitori avrebbero accettato. Si è capovolto il rapporto: sono i ragazzi, dotati di talento e passione per la danza, a dover fare i sacrifici e ad aver la pazienza di insegnare ai loro familiari a ballare pur di andare avanti nel programma. E ho capito che spesso i giovani non chiedono il telefonino o soldi ai loro genitori, ma vorrebbero più attenzione e tempo: è questo il bene più prezioso della nostra società”.

Secondo te, quanto è importante lo sport, in questo caso la danza, per i giovani? “Lo sport in generale è fondamentale, la danza in particolare è una disciplina dura. In ogni caso si cresce più forti, si dedica il tempo ad una passione e si rimane lontano dalle tentazioni che spesso subentrano nella vita dei ragazzi come la noia o la conoscenza di persone sbagliate”.

I tuoi figli ballano? “No, neanche uno dei quattro. Una legge, una suona e i due maschietti giocano a pallone. Sono tutti pigri. O sarà una reazione alla mia vivacità? Appena mi vedono allenare scappano impauriti!”

di Sonia Anselmo