Libri

Storie di bambini migranti raccontate attraverso i disegni

Di Sara De Giorgi
migrants
23 Luglio 2019
La giornalista Martina Castigliani, dopo essere stata in Grecia nei campi di lavoro dei migranti, ha scritto il libro Cercavo la fine del mare (Mimesis Edizioni) per riportare una testimonianza unica, che intende restituire le vicende di uomini, donne e bambini alla ricerca della libertà. In particolare, Martina ha voluto mostrare, attraverso i disegni e le storie, le vicende dei bambini migranti, purtroppo spesso al confine tra la vita e la morte.


 
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In un'epoca in cui si discute molto e spesso in modo confuso di immigrazione, ci sono, per fortuna, preziose testimonianze che svelano realtà spesso nascoste agli occhi dell'opinione pubblica e delle istituzioni.

 

Un'importante traccia è stata segnata dalla giornalista Martina Castigliani, che nell'agosto 2016 è partita alla volta della Grecia per lavorare nei centri di accoglienza per migranti, insieme ad altri volontari provenienti da tutto il mondo. Dopo questo viaggio, Martina ha scritto il libro Cercavo la fine del mare (Mimesis Edizioni) per riportare una testimonianza unica, che intende restituire le vicende di uomini, donne e bambini alla ricerca della libertà.

 

La scrittrice ha chiesto loro di esprimersi con i disegni - molti dei quali riportati nel libro - nelle occasioni in cui la lingua non riusciva a creare un contatto. E i bambini migranti hanno riprodotto, mediante le immagini, scenari apocalittici o di violenza con i quali hanno avuto a che fare, adoperando, quasi sempre, il colore blu del mare o il rosso del sangue. Abbiamo intervistato Martina per farci raccontare qualcosa in più del suo libro e della sua esperienza.

 

 

“Cercavo la fine del mare”

 

L'idea del libro è nata dalla sua scelta  di compiere un viaggio come volontaria in Grecia per lavorare nei campi di accoglienza.

 

«Poco prima di partire per la Grecia, ho chiamato un amico e quando stavo per riagganciare gli ho detto: “Ti prometto che quando torno non scrivo niente”. Dicevo sul serio. Fare la giornalista è un lavoro meraviglioso, ma a me molto spesso spaventa: scriviamo per raccontare quello che succede, ma ci sono momenti in cui non basta e anzi si accumulano così tante parole che perdono significato».

 

«Io sono andata in Grecia perché da cittadina europea di 30 anni avevo bisogno di capire e soprattutto di vedere quello che credo sia uno dei drammi inascoltati (o peggio, strumentalizzati) della nostra generazione. Per questo, nell’agosto 2016, ho deciso di partire come volontaria e lo dico con tutto il rispetto per chi davvero dedica la sua vita agli altri offrendo il proprio tempo e sopperendo a carenze di cui dovrebbero occuparsi i nostri Stati».

 

«Quando io sono arrivata in Grecia tutto era già stato raccontato. A quel punto però è successa una cosa che non avevo considerato. Come volontaria ho partecipato a tre diversi progetti, tra Atene e Salonicco, nelle strutture di accoglienza per i migranti. Sono potuta entrare in più di dieci campi e ogni volta, all’ingresso, mi sono stati chiesti i documenti e di non fare foto. In alcune parti mi è stato vietato di entrare. Quella sensazione mi ha messo molto a disagio perché ero lì come cittadina e se c’era qualcosa che non volevano che vedessimo, allora dovevano saperlo tutti».

 

«Mi sono sentita un’intrusa, o peggio, una testimone obbligata al silenzio. Poi però è successa anche un’altra cosa: per rispetto delle persone che ho incontrato e che mi sono venute incontro nude come solo chi ha perso tutto può essere, mi sono presentata: “Sono una giornalista, ma sono qui per fare la volontaria. Non preoccupatevi”, ho detto a ognuno di loro. Non avevo però considerato la reazione: nessuno aveva davvero bisogno dei miei turni in cucina o che pulissi le tende, tutti volevano che prendessi appunti e andassi a raccontare fuori cosa avevo visto dentro».

 

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L'esperienza in Grecia nei campi dei migranti

 

«Un report di Medici senza frontiere dello scorso autunno definisce i campi dei migranti sull’Isola di Lesbo come “moderni manicomi”, dove i bambini praticano “forme di autolesionismo” e, in alcuni casi, hanno manifestato “tendenze suicide”. Nella nostra Europa dei diritti umani, lasciamo che ci siano luoghi di questo tipo senza fare niente. Accettiamo di dimenticarci che persone in fuga da guerra e miseria aspettano ammassate un documento o un semplice lasciapassare».

 

«Un giorno forse avrò dei figli e loro mi chiederanno dov’ero quando succedevano queste cose. Non so cosa risponderò, ma so che per il solo fatto di esserne a conoscenza e non aver fatto abbastanza, io mi sento complice di un sistema disumano. Nel libro ci sono le storie di chi fugge e chiede aiuto, ma anche quelle dei greci che hanno aperto le loro case per dare una mano a chi aveva bisogno. E lo hanno fatto da soli, nel momento in cui stavano affrontando una crisi economica senza precedenti».

 

«Potrei stare ore a parlare di Rita che raccoglieva mutande pulite (“Tutti hanno diritto a non dover utilizzare mutande scartate dagli altri”) o di Elias che ha creato una farmacia che dà medicine gratis a chi ha bisogno, che sia una migrante o un greco. Ma non è giusto: nessuno Stato, non la nostra Europa, dovrebbe fare affidamento sulla solidarietà per fare fronte alle sue mancanze».

 

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Le storie migranti narrate attraverso le immagini disegnate dai bambini

 

L'idea di usare le immagini per comunicare è arrivata per caso e per necessità.

 

«Là dove le parole traballavano e non riuscivamo a capirci, sono intervenuti i pennarelli. Mi spaventa sempre molto l’invadenza dei giornalisti, la mia invadenza, di quando si deve portare a casa una storia. Ma lì è successo il contrario. Le persone venivano a cercarmi per chiedermi di parlare di loro: l’oblio è uno dei pericoli più grandi che corrono. L’essere dimenticati quando si ha bisogno d’aiuto è un incubo».

 

«Ogni tanto qualcuno veniva a cercarmi e diceva: “Sono pronto per l’intervista”. Non c’erano interviste fissate, ma io ho imparato a sedermi e ad ascoltarli per ore. Così gli adulti si sono messi a disegnare quello che facevano nella loro vita passata: il pasticcere, l’ingegnere o il fiorista. Yassin, che ho trovato mentre friggeva falafel in un capannone abbandonato, mi ha disegnato la facciata del suo ristorante in Siria e ha riscritto a memoria il menù».

 

«Con i bambini è successo lo stesso. I volontari passano ore con i più piccoli, per cercare di far loro passare il tempo. E disegnare è una delle attività più semplici. Solo che anche i bimbi raccontano la loro storia, e lo fanno con la lucidità di chi vuole sapere dagli adulti se quello che hanno visto è vero. Il viaggio, il gommone, gli uomini con i fucili e i carri armati. Ti chiedono sempre: “Do you know?”. Lo sai? Vogliono sapere se sappiamo quello che sta succedendo e perché non facciamo niente. Quasi tutti disegnano poi le case che hanno lasciato. Una bimba ha disegnato la sua famiglia a pranzo e una porta con una chiave grandissima. È grande quasi quanto una persona. Le chiavi che chiudono le porte e proteggono la famiglia nei campi sono diventate un lusso».

 

Quali sono i disegni che ti hanno colpito di più?

 

«Un giorno, nel campo di Petra sul monte Olimpo, insieme a un’altra volontaria stavamo facendo giocare un gruppo di bambini. Ad un certo punto si sono messi a saltare alla corda e io mi sono seduta in un angolo. Due bambine, Mleka e Rava di 11 anni, si sono avvicinate e mi hanno chiesto di disegnare. Ho preso il mio quadernino e il pacco di pennarelli che avevo nello zaino. Ho chiesto da dove venissero e loro hanno disegnato un uomo con la barba e una pistola».

 

«Io le ho guardate con gli occhi persi: capivo di non essere la persona giusta per raccogliere quella storia, che ci voleva una psicologa e che non avrei saputo cosa dire. Loro devono aver pensato che non capissi o che fossi un po’ stupida e per far passare l’imbarazzo hanno fatto disegni ancora più violenti. “Gli uomini con la barba giravano per le casa a tagliare la testa alle persone, do you know?”. Hanno detto. E intanto si passavano un dito sotto il collo. “Lo sai tu come si taglia una testa?”. E l’hanno disegnato: un uomo con un taglio netto sotto il mento. Poi il fuoco, le persone bruciate vive, il gommone dove stavano tutti ammassati e gli adulti che piangono».

 

«Questo me l’hanno detto con orgoglio: piangevano tutti, la mamma e il papà, ma loro non hanno versato mai una lacrima. Mleka e Rava sono parte di una comunità yazida che è fuggita tutta insieme in una notte da una persecuzione avvenuta nel loro villaggio in Iraq. Mleka e Rava, se chiedi loro da dove vengono e chi sono, ti raccontano di quella fuga prima di tornare a saltare con la corda».

 

C’è una storia particolare che ti è rimasta nel cuore e di cui ci vuoi parlare?

 

«Ho incontrato tanti bambini che con la lucidità dei reporter mi hanno descritto quello che hanno vissuto e quello che vivono ogni giorno. Poi ho incontrato adulti, disperati. Genitori che non riescono a darsi pace per quello che hanno fatto vivere ai loro figli. Tra loro c’è Rima, maestra d’asilo siriana di 32 anni e mamma di due bimbe di 5 e 7 anni. Lei ha deciso di partire il giorno in cui hanno bombardato una scuola a 500 metri da casa sua: ha passato il pomeriggio a scavare a mani nude tra le macerie per salvare i bambini rimasti intrappolati e la sera, tornata a casa con il marito, hanno deciso di partire. Era diventato troppo pericoloso. Il viaggio è durato settimane. A poche ore dalla partenza, racconta Rima, la più piccola si è messa a piangere e ha chiesto quando sarebbero arrivati dall’altra parte. Rima si è messa a piangere lì la prima volta. Ed è successa una cosa: le sue figlie non hanno mai più pianto per tutto il viaggio».

 

«Dice Rima, “hanno capito che ero io ad avere bisogno d’aiuto”. Quando finalmente, dopo giorni di viaggio a piedi e dopo essere rimasti nascosti in Turchia per qualche giorno, sono riusciti a salire su un gommone, lì è iniziato un altro incubo. Rima racconta che allora si è presa le sue bimbe e le ha strette fortissimo intorno alle braccia. E per tutto il viaggio ha parlato all’orecchio alle sue figlie dicendo una sola parola: “Scusa”. Così all’infinito come un ritornello: “Scusa, scusa, scusa”. Perché, ha detto Rima, “le mie due bimbe forse mi avrebbero perdonato se fossero morte sotto le bombe, ma non per averle messe su un gommone e aver fatto rischiare la vita a loro per non arrivare da nessuna parte”. Rima non la dimenticherò mai. E racconterò la sua storia a tutti, perché di fronte al dolore di quella madre io penso che tutti capiamo da che parte vogliamo stare».

 

Cosa possiamo fare per contribuire affinché non accadano più queste tragedie che vedono protagonisti soprattutto i bambini?

 

«Quello che sta succedendo in Grecia, non solo succede a poche ore d’aereo da casa nostra, ma succede anche nella nostra Italia. Io credo che le cosa più urgenti siano:

  • tornare a dare un nome e un volto a queste persone che sono in fuga e chiedono aiuto. Sono esseri umani e non numeri.
  • Inoltre, il lavoro dei volontari è un dono meraviglioso, ma da cittadini credo che ora sia importante pretendere una politica che si occupa delle migrazioni senza trasformarla in propaganda o farne campagna elettorale».

«Sono stata nelle scuole a parlare del mio libro e ho trovato bambini molto lucidi, proprio come i loro coetanei nei campi dei migranti. Uno studente di terza media ha alzato la mano alla fine della presentazione e scocciato mi ha chiesto: “Ma le ha dette ai politici queste cose?”. Aveva e ha ragione. Una bimba di 10 anni invece, quando ho finito di parlare ha disegnato Rava e Mleka con un mantello intorno al collo: “Perché se loro non piangono mentre la mamma piange, sono per forza dei supereroi”. Per lei è molto semplice il problema, dovrebbe esserlo anche per noi. Se poi qualcuno volesse fare delle donazioni io suggerisco queste realtà in Grecia:

  • Allied Aid,
  • Carry the future,
  • la farmacia di Kapnikos a Katerini».

 

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