Dipendenze tecnologiche

Genitori dipendenti dallo smartphone: quando "un attimo" diventa la risposta più comune alle richieste dei figli

Di Nicolò De Rosa
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8 ottobre 2018
Secondo una recente ricerca dell'Associazione Nazionale Di.Te., specializzata in dipendenze tecnologiche, “un attimo” è la risposta data dal 38% degli adulti  che stanno smanettando con lo smartphone quando i loro figli chiedono attenzione

L'uso incontrollato dello smartphone può monopolizzare la vita di un adulto fino al punto di mettere in secondo piano persino i figli.

 

A lanciare l'allarme è una ricerca dell'Associazione Nazionale Di.Te., che dal 2002 si occupa di Dipendenze Tecnologiche, Gioco d'Azzardo Patologico (GAP) e Cyberbullismo: su un campione di 2.000 adolescenti tra i 14 e i 20 anni e adulti tra i 28 e i 55 - equamente suddivisi in maschi e femmine - è infatti emerso che “un attimo” è la risposta che viene data ai propri figli dal 38% dei grandi intenti a digitare compulsivamente sullo schermo dello smartphone.

 

«Il 22% risponde con “Cosa?” - continua la relazione - il 15% non alza la testa dalla schermo ma rassicura con “Ti sto ascoltando”, il 12% promette “Ora arrivo”, l'11% sbuffa borbottando un faticoso “Dai, ho appena preso il cel in mano” e il 2% esclama “Dimmi!”».

 

Insomma, i device mobili rischiano davvero di estraniarci dalla nostra sfera affettiva, dando oltretutto un pessimo esempio ai nostri figli.

 

Ma come mai l'uso scorretto dello smartphone sembra ancora più alienante quando si manifesta in soggetti "più adulti"?

 

«Si tratta di incoerenza digitale - ha spiegato Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e presidente dell'Associazione Nazionale Di.Te. - Se i ragazzi riescono a fare più cose contemporaneamente, magari in modo approssimativo ma le fanno, i grandi quando sono concentrati sui loro schermi, difficilmente prestano attenzione ad altro. D'altronde, è comprensibile. I ragazzi sono nativi digitali, mentre gli adulti sono emigrati digitali e in alcuni casi tardivi digitali, perché non riescono a integrarsi con le nuove tecnologie».

 

Un simile atteggiamento di dipendenza però, continua Lavenia «fa sentire i figli non considerati. Possono percepirlo come una disconferma, ossia un “allora io per te non esisto, non valgo la tua attenzione” e ritirarsi lentamente in loro stessi».

 

Naturalmente ciò mina irreparabilmente l'autostima dei figli e anche la fiducia nei confronti di una figura genitoriale che, a ruoli invertiti, non sembra perdere occasione per criticare l'eccessivo tempo passato con lo smartphone in mano.

 

 

 

I ragazzi infatti dichiarano che, quando si tratta di reprimere la cattiva abitudine, il 45% degli adulti utilizza l'incipit “Sempre con quel cellulare in mano”, mentre il 20% impone “Spegni subito”, il 12% ricorda “Quante volte ti ho detto che non devi usare il cel a tavola”, il 13% interroga per sapere “Con chi parli sempre?”, l'11% “Cosa stai facendo al cel?” e il 9% minaccia “Se continui così ti prendo il cellulare!”.

 

Per Lavenia la soluzione deve essere trovata secondo un percorso comune:

 

«Dovremmo cercare di comprendere cosa stanno facendo i ragazzi con i loro smartphone e in rete. Non è minacciando o imponendo soluzioni che si risolve il problema. Servono regole condivise, curiosità per attivare quella dei ragazzi a dare spiegazioni, momenti di detox da stabilire insieme [...]. L'identità dei ragazzi passa anche dallo smartphone e noi ne dobbiamo prendere atto